Sullo sfondo di tre anni di guerra, Israele va oggi alle urne, per la prima volta dopo i massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023. E il premier uscente Benjamin «Bibi» Netanyahu, leader del partito di destra Likud, se la vede con il principale sfidante, l’ex capo di Stato Maggiore delle forze armate Gadi Eisenkot, che corre per il partito centrista Yashar.
Le urne sono aperte dalle 7.00 alle 22.00 ora locale e 7,3 milioni di elettori chiamati al voto sceglieranno fra 36 partiti, anche se solo 13 superano lo sbarramento del 3,25%. Molte le incognite, dall’affluenza record, prevista nel 74% rispetto al 70% del 2022, alla prevista forte partecipazione degli elettori arabo-israeliani.
La sfida per il futuro di Israele: cosa dicono i sondaggi
Su 120 seggi della Knesset, stando ai sondaggi, Yashar sarebbe in vantaggio con 22,3 seggi rispetto ai 20 del Likud. Anche sommando i rispettivi partiti alleati, l’opposizione avrebbe 54 seggi, contro i 50 della maggioranza uscente, quindi per arrivare ai 61 seggi necessari a governare farebbero da ago della bilancia i partiti arabi.
Il presidente americano Donald Trump ha invitato gli israeliani a riconfermare «Bibi primo ministro, guerriero eccezionale», ma è stato criticato dal presidente israeliano Isaac Herzog per aver «interferito con la mia discrezionalità» dato che la Casa Bianca gli chiedeva di affidare a Netanyahu un ulteriore mandato.
Lo sfidante, Eisenkot, promette la riconciliazione nazionale e l’eliminazione di Hamas: «Entro 18 mesi dal mio insediamento, Hamas non governerà più Gaza. Nessuno è più determinato di me a smantellare Hamas. Lavorerò per riunire tutti gli israeliani, chi ci ha votato e chi non lo ha fatto».
Le tensioni tra Netanyahu ed esercito sull’attacco all’Iran
Netanyahu ha annullato ieri un incontro fra i dirigenti del Likud per «motivi di sicurezza», legati apparentemente alle operazioni antiterrorismo in corso in Cisgiordania. Sia il ministro della Difesa, Israel Katz, sia l’ufficio del premier hanno smentito come «false e infondate» le indiscrezioni di Channel 12 secondo le quali Netanyahu e il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Eyal Zamir, avrebbero avuto un forte contrasto per l’intento del primo ministro di attaccare l’Iran prima del voto.
Per il canale ebraico «Zamir si starebbe opponendo all’azione militare e avrebbe richiesto a Netanyahu la documentazione firmata che ne autorizzi l’attuazione» per «la preoccupazione che i vertici politici conducano Israele a un errore di valutazione nei confronti dell’Iran».
La rete americana Cnn ha citato «due funzionari americani e una fonte della sicurezza israeliana» secondo i quali il premier israeliano avrebbe insistito presso gli americani per la ripresa del conflitto, ma l’amministrazione Trump lo avrebbe dissuaso chiedendogli di attendere finché gli Usa non fossero stati pronti a incursioni congiunte. Ciò ha spinto Avigdor Liberman, leader del partito Yisrael Beytenu, a chiedere al Procuratore generale Gali Baharav-Miara, «un’indagine penale per presunto tradimento», contro Bibi.
Haaretz ha scritto che le pressioni del premier per nuovi raid su Teheran avrebbero causato «tensioni interne al Mossad», il maggior servizio segreto del Paese, poiché il direttore dell’agenzia, Roman Gofman, vorrebbe ubbidire al premier, mentre altri funzionari del servizio sono contrari.
La mediazione di Riad, Ankara e Islamabad
In Iran, intanto, sono arrivati ieri delegati dell’alleanza della Mecca, che lega Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, per colloqui sulla «sicurezza regionale». A Teheran, il ministro della Difesa saudita, principe Khalid bin Salman, il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano, maresciallo Asim Munir, e il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, hanno parlato col presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il segretario di sicurezza nazionale Mohsen Rezaei. Fra i nodi, come la crisi nel Golfo Persico e la lotta fra i sauditi e gli yemeniti filoiraniani Huthi, Pezeshkian ha evocato «un fronte islamico unito per fermare aggressioni israeliane».
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