Benjamin Netanyahu, premier israeliano, dopo l’attacco contro due soldati dell’Idf vicino a Hebron
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu dopo l’attacco contro un checkpoint militare vicino a Hebron (Ansa)

Sale la tensione in Cisgiordania. Ieri, Benjamin Netanyahu ha ordinato un «blocco totale» della regione, poche ore dopo che due palestinesi avevano aperto il fuoco contro un checkpoint militare israeliano nei pressi di Hebron, uccidendo due soldati dello Stato ebraico e ferendone altri tre. L’Idf ha reso noto di aver eliminato entrambi gli aggressori, sostenendo che il loro intento fosse quello di condurre un attacco di ben più vasta portata.

«La rapida azione dei combattenti ha impedito un attacco ancora più grave e ulteriori danni a civili e forze di sicurezza», ha affermato il capo di Stato maggiore delle forze israeliane, Eyal Zamir, secondo cui sarebbe stata «rinvenuta una grande quantità di munizioni nel veicolo con cui i terroristi sono arrivati». Nel frattempo, i militari israeliani hanno condotto perquisizioni in alcune abitazioni di Hebron.

Netanyahu promette un’operazione senza precedenti

Netanyahu ha attribuito ad Hamas la responsabilità dell’attacco. «Daremo la caccia ai terroristi di Hamas e a coloro che li hanno inviati, ovunque si trovino e in ogni momento», ha dichiarato il premier israeliano, aggiungendo che le forze dello Stato ebraico «distruggeranno» il quartiere di Hebron da cui provenivano i due attentatori.

«Agiremo per distruggere questo luogo, per cambiarlo completamente. Ma faremo qualcosa che non è mai stato fatto prima: metteremo in pratica il modello efficace e aggressivo che abbiamo utilizzato nei campi profughi, che sono essenzialmente roccaforti terroristiche», ha affermato Netanyahu, promettendo un’operazione dell’Idf in Cisgiordania «di una portata mai vista dalla Guerra dei Sei giorni». «Le Forze di difesa israeliane sono pronte a metterla in atto. Stabiliremo i tempi, ma accadrà», ha concluso.

Hamas, dal canto suo, ha definito l’aggressione contro i soldati israeliani una «operazione eroica» ma, secondo il Times of Israel, avrebbe evitato di rivendicare la responsabilità dell’attacco. A favore dell’azione palestinese si è schierato anche Hezbollah, che ha parlato di «risposta naturale e legittima ai crimini in corso commessi dal nemico sionista contro il popolo palestinese».

Le elezioni israeliane e il fronte interno

Con le elezioni per la Knesset ormai alle porte, bisognerà capire quale impatto avrà la situazione in Cisgiordania sul voto. «L’asse sciita iraniano e i suoi alleati, così come l’asse dei Fratelli musulmani, stanno pianificando di compiere attacchi e attentati terroristici contro i soldati delle Forze di difesa israeliane e i civili israeliani al fine di sabotare e influenzare le prossime elezioni in Israele», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz.

Nel frattempo, l’ala destra della coalizione di Netanyahu è andata all’attacco dell’Autorità nazionale palestinese. Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto un’operazione militare in Cisgiordania volta a «smantellare l’Autorità palestinese, sequestrare armi ed eliminare i terroristi, proprio come a Gaza e in Libano».

«Insieme a tutto il popolo di Israele, prego per la completa e rapida guarigione dei feriti nell’attacco», ha invece affermato Gadi Eisenkot, principale rivale di Netanyahu alle prossime elezioni. L’attuale premier israeliano ha finora impostato la propria campagna elettorale presentandosi come il baluardo della sicurezza nazionale. Le sue dichiarazioni di ieri puntano a confermare questa strategia.

Cisgiordania, i rapporti con Trump e la posizione italiana

Resta l’incognita dei rapporti tra Netanyahu e gli Stati Uniti. Donald Trump ha dato al premier israeliano il proprio endorsement lunedì. Tuttavia, negli scorsi mesi, la questione della Cisgiordania ha spesso causato attriti tra l’amministrazione americana e il governo israeliano.

La settimana scorsa, l’ambasciatore statunitense a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha criticato i coloni israeliani per aver ferito la giornalista del Washington Post, Heidi Levine. Washington aveva espresso irritazione anche ad agosto, quando i coloni avevano effettuato un blocco ad alcune abitazioni nel villaggio palestinese di Qusra.

Il Times of Israel riferì che la Casa Bianca fosse «furiosa» per quanto accaduto e, secondo alcune indiscrezioni, il presidente americano avrebbe fatto pressioni dietro le quinte su Netanyahu per convincerlo a condannare pubblicamente gli atti dei coloni. Il mese successivo, Axios riportò inoltre che l’amministrazione Trump non si era opposta alle sanzioni britanniche contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Al contempo, non va trascurato che, rispetto al primo mandato, l’attuale presidente americano intrattiene rapporti relativamente cordiali con Abu Mazen. Trump spera infatti di coinvolgere Ramallah per rilanciare gli Accordi di Abramo, ai quali l’Arabia Saudita ha chiarito che aderirà soltanto se verrà avviato un processo concreto per l’istituzione di uno Stato palestinese. Uno scenario che Netanyahu, pressato dall’ala destra della sua coalizione, non sembra disposto ad accettare.

Nel frattempo, ieri il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha chiesto la «liberazione immediata» di cinque attiviste italiane detenute dall’Idf in Cisgiordania. «È inaccettabile quello che è successo, non stavano commettendo alcun reato», ha dichiarato.

Da non perdere