La crisi ucraina inizia a muoversi verso una soluzione diplomatica? Ieri, l’inviato americano, Steve Witkoff, ha incontrato a San Pietroburgo Vladimir Putin. Secondo l’agenzia di stampa russa Ria Novosti, durante il faccia a faccia, Witkoff, oltre a definire «produttivi» i colloqui avuti a Oslo con Volodymyr Zelensky, ha consegnato allo zar delle proposte per favorire la conclusione del conflitto russo-ucraino, auspicando inoltre che il capo del Cremlino prenda in considerazione l’ipotesi di trattative trilaterali tra Mosca, Washington e Kiev.
Dal canto suo, Putin si è detto pronto a discutere dei progetti economici con gli Stati Uniti. Non solo. Ha anche cercato di tendere la mano a Trump su più fronti. Innanzitutto, ha fatto liberare il cittadino statunitense Stephen Hubbard, che era prigioniero in Russia dal 2022 (una circostanza che ha portato Witkoff a definire «compassionevole» il capo del Cremlino, scatenando una bufera in patria).
In secondo luogo, lo zar ha cercato di accattivarsi le simpatie del presidente americano, offrendogli aiuto sui problemi che stanno affliggendo il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre: il caro carburante e l’alto costo dei fertilizzanti. In tal senso, ieri, Putin non solo ha rivendicato il recente accordo sul diesel stretto con la Casa Bianca ma ha anche aperto alla possibilità che Mosca fornisca rilevanti quantitativi di fertilizzante al mercato statunitense.
Lo scacchiere diplomatico della guerra fra Russia e Ucraina
Al di là della politica interna americana, il capo del Cremlino ha altresì discusso dell’eventualità di un incontro con il presidente americano in Cina ed è tornato a proporsi come mediatore nella crisi tra Washington e Teheran. «Abbiamo un rapporto speciale e di fiducia con l’Iran, costruito nel corso di decenni. E se possiamo fare qualcosa per risolvere questa crisi, saremo lieti di farlo», ha dichiarato.
Al termine dell’incontro, il Cremlino ha fatto sapere che lo zar ha accettato di riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev: colloqui trilaterali che, auspicati anche da Zelensky, dovrebbero a questo punto tenersi a metà novembre (forse ad Abu Dhabi). Sotto questo aspetto, l’incognita principale riguarda adesso il cessate il fuoco.
Se Putin è storicamente contrario a una tregua preferendo un accordo complessivo, il presidente ucraino, anche a seguito delle pressioni di Trump, ha parzialmente ammorbidito le sue posizioni, dicendosi disponibile a congelare il conflitto lungo l’attuale linea del fronte, con lo scopo di consentire l’avvio dei negoziati.
Insomma, l’incontro pietroburghese di ieri ha evidenziato come il dossier ucraino si intersechi con quello iraniano e con quello cinese. Putin sta da tempo cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Stati Uniti e Iran, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente: influenza che il Cremlino ha visto notevolmente ridimensionata dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024 in Siria.
È in tal senso che, secondo alcune indiscrezioni, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, avrebbe proposto, lunedì, alla Repubblica islamica di consegnare a Mosca le proprie scorte di uranio arricchito con l’obiettivo di facilitare un’intesa diplomatica tra Washington e Teheran.
Il nodo Europa e il ruolo della Cina
Se confermato, ciò certificherebbe un gioco di sponda tra il Cremlino e la Casa Bianca sulla questione mediorientale. Del resto, sarà un caso, ma ieri il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha aperto uno spiraglio diplomatico nei confronti degli Usa.
Veniamo poi alla Cina. Già alcuni giorni fa, Putin aveva proposto un incontro trilaterale con Trump e Xi Jinping: un’idea che il presidente americano, lunedì, aveva sostanzialmente accolto con favore. Ebbene, non solo ieri lo zar è tornato ad auspicare un faccia a faccia con l’inquilino della Casa Bianca in Cina, ma ha anche incontrato il premier cinese, Li Qiang.
«I rapporti tra Russia e Cina si stanno sviluppando in modo molto positivo e dinamico», ha affermato Putin nell’occasione. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra sempre più probabile un summit a tre tra i presidenti di Stati Uniti, Russia e Cina: un evento che, qualora si verificasse, potrebbe avere il sapore di una Jalta 2.0 secondo i crismi del sistema vestfaliano e nello spirito di quanto auspicato da Henry Kissinger nel suo volume Ordine mondiale. Il che potrebbe avere delle ripercussioni tanto sulla crisi ucraina quanto su quella mediorientale.
Tutto questo certifica, una volta di più, la sostanziale irrilevanza geopolitica del Vecchio Continente. Certo, alcuni rappresentanti europei hanno preso parte ai recenti colloqui di Oslo tra Witkoff e Zelensky. È tuttavia chiaro come l’iniziativa diplomatica, da parte occidentale, sia fondamentalmente in mano a Washington.
L’apertura di Bratislava a Mosca
E non è tutto. L’Ue è finita in testacoda anche sulla questione energetica. Come è noto, nei giorni scorsi, Bruxelles e vari leader europei hanno aspramente criticato l’accordo sul diesel tra Trump e Putin, dimenticando che, nei primi sei mesi di quest’anno, l’Europa ha comprato quasi 6 miliardi di euro di gas naturale liquefatto russo (in particolare, a fare la parte del leone nell’acquisto sono stati Francia, Belgio e Spagna).
Adesso, il blocco europeo rischia di frantumarsi anche al suo interno. La settimana prossima, la Slovacchia riprenderà infatti le consultazioni con Mosca per discutere di forniture energetiche. «Il tema fondamentale sarà l’energia e la possibilità di cooperare per garantire l’approvvigionamento di risorse strategiche.
La parte slovacca è anche interessata a discutere delle forniture di gas e della continuità delle forniture di petrolio», ha affermato ieri il governo di Bratislava. Non è al momento chiaro se il disallineamento slovacco possa o meno preludere a qualche svolta di natura diplomatica e geopolitica. Ma è senz’altro possibile.
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