Quante volte ci siamo sentiti dire che l’Europa deve crescere in termini politici e che, quindi, ci vuole più Europa politica? Sempre, non fosse altro per coprire il peccato originale di una creatura mostruosa nata sulla moneta e su burocratici trattati.
Se, dunque, è pacifico che ci voglia più politica, occorre evitare l’ipocrisia: cosa intendiamo per dimensione politica? E, soprattutto, come la intendiamo in questo tempo qui? Le risposte sono di due tipi: una «ideale», l’altra «reale». Non c’è una terza opzione.
La dimensione politica dell’Europa «ideale» sta sostanzialmente ancora dentro la distinzione di Robert Kagan tra Europa/Venere e America/Marte, con Venere quasi Vispa Teresa e Marte ancora Bulletto.
Non riconosco, tuttavia, all’Unione europea tanta ingenuità; colgo, invece, la durezza al suo interno (stiamo ancora bloccati nelle macroscopiche differenze tra Paesi austeri e Paesi che chiedono più spesa pubblica…) e ne denuncio la debolezza posturale quando ci si deve confrontare con il mondo fuori dall’Eurozona.
Sentiamo dire che Donald Trump e Vladimir Putin vorrebbero la fine dell’Europa, come se l’Europa fosse un soggetto politico con un suo peso geopolitico ingombrante per loro. L’Unione europea «pesa» del peso della sua vuota retorica, non un milligrammo di più. Al netto delle nostre chiacchiere, l’Europa è una «non pervenuta».
Ma che razza di posizione è quella che stiamo avendo rispetto alla Russia? Ma che razza di scelta politica può essere quella dell’isolamento di Putin quando tutti attorno comunicano con il Cremlino? Quando la finiamo di allineare il giudizio morale (ammesso che davvero possiamo permettercelo) con la postura politica?
L’ho scritto recentemente e lo ripeto: l’Europa non può pagare con una mano quantitativi record di gas e con l’altra stringere accordi inossidabili con Volodymyr Zelensky perché, in entrambi i casi, la presa è molle. È molle sui mercati energetici perché dimostra che approfittiamo di tutto lo spazio commerciale possibile per comprare il gas liquido e approvvigionarci al meglio; ed è molle persino quando fingiamo di essere partner forti del popolo ucraino.
Putin parla con tutti, anche con il Vaticano
In questa strana situazione, infine, scegliamo di tenere un punto – l’isolamento di Putin – senza accorgerci che, a essere isolati, siamo noi. Con Putin ci stanno parlando tutti: l’America, la Cina, l’India, la Turchia e persino il Vaticano, sul quale non può cadere l’accusa di essere un’autocrazia come da definizione di Anne Applebaum né di far difetto in quanto a spessore morale o etico.
Al di là della recente telefonata tra papa Leone XIV e Putin, la Santa Sede ha un canale con Mosca aperto e consolidato: in meno di due mesi due missioni vaticane di alto livello hanno raggiunto la capitale russa.
A fine agosto è stato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, a volare in Russia dopo una tappa in Ucraina a luglio. Il colloquio più lungo è stato con il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov. Gallagher ha parlato di un dialogo avviato da anni, che passa per l’ambasciata russa presso la Santa Sede e per il nunzio apostolico a Mosca, Giovanni D’Aniello.
Dal 28 al 30 settembre è toccato al cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale di Leone XIV e presidente della Cei, alla terza missione a Mosca dall’inizio della guerra. Con Yuri Ushakov ha discusso di prigionieri, civili, dispersi e ricongiungimenti familiari, a partire dal rimpatrio dei minori ucraini. Con la commissaria russa per l’Infanzia ha affrontato il rientro dei civili. E ha ottenuto di visitare un campo di detenzione di prigionieri ucraini, come aveva fatto a luglio con i soldati russi detenuti vicino a Leopoli.
Il filo era stato riallacciato nel giugno 2025 dalla prima telefonata tra Leone XIV e Putin, in cui il Papa aveva chiesto a Mosca «un gesto» per la pace. Putin, da parte sua, aveva ringraziato il pontefice per la disponibilità ad aiutare a chiudere la crisi. Stesso copione di ieri l’altro.
Certo, il perimetro resta umanitario, ma alla mediazione ci si arriva passo dopo passo, calpestando ogni tipo di terreno.
Trump, le sanzioni e i segnali a Mosca
Veniamo all’America di Trump. Il presidente Usa ha congelato le nuove sanzioni previste dal Graham Act (legge varata dal Congresso e da lui stesso firmata) contro la Russia prima ancora che entrassero in vigore.
Si tratta della sospensione di dazi al 100% sui cinque maggiori importatori di greggio e gas russi e di quelli al 500% sulle merci russe, oltre ad alcune altre sanzioni. «Un momento importante e davvero storico» che «Mosca ha accolto con favore», hanno commentato dal Cremlino.
Che già aveva beneficiato dell’intesa sul diesel: una licenza del Tesoro, valida fino ad aprile 2027, che autorizza la vendita di gasolio russo sul mercato americano e globale. Non sposterà i prezzi globali? Forse è vero, ma è un segnale politico. Che l’Europa non ha colto, preferendo il piglio morale a quello politico. Atteggiamento su cui fa leva Zelensky, il quale si è detto «tradito».
Droni, Starlink e il peso militare americano
Ora, è bene anche pesare ciò che è impresso sulle cartine militari. Se i droni ucraini sono andati a bersaglio e hanno fatto male alla Russia, è perché i droni sono stati guidati dai satelliti Starshit, i quali sono agganciati alla rete Starlink. Starshit è nella piena disponibilità del Pentagono e della Casa Bianca.
Quindi l’America è molto più nella guerra (per fortuna, perché così ha evitato l’escalation nucleare) accanto all’Ucraina, rispetto al peso e al ruolo dell’Europa, la quale non ha gli hardware che contano (per esempio la rete satellitare).
Trump sta cercando di alzare il livello di dialogo, di mediazione e lo fa lanciando segnali politici. Allo stesso modo lo sta facendo la Santa Sede. Poi ci sono i Paesi amici (cioè nel cartello Brics) di Mosca, quindi Cina e India in testa, con l’aggiunta della Turchia. Che pure ha interessi strategici per tessere con Putin.
La politica è un continuo scambio, qualcuno alla luce del sole e qualcun altro no. Ma, soprattutto, non prevede analisi del sangue per misurare etica e morale. Alla vigilia del quinto centenario della morte di Niccolò Machiavelli, vale la pena di ricordarlo.
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