L’ondata di proteste, soprattutto giovanili, che ha investito diverse nazioni non ha risparmiato nemmeno la Tunisia, che ha visto scendere in strada a protestare migliaia di persone. Il Paese arabo non è nuovo alle manifestazioni, ma questa volta i numeri sono stati imponenti e le motivazioni molto varie. Resta centrale il tema delle difficoltà economiche di una gran parte della popolazione e dei tassi di disoccupazione, soprattutto fra i più giovani, in costante crescita.
Nelle manifestazioni passate l’opposizione al presidente Kais Saied, che dal 2019 ha accentrato su di sé tutti i poteri, era apparsa debole e frammentata, ma oggi la regia delle proteste è della potente Union générale tunisienne du travail (Ugtt), il sindacato tunisino. Il corteo è infatti riuscito a radunare tante organizzazioni della società civile, insieme a esponenti dell’opposizione che sono scesi in strada con i simboli dei partiti, che non sono in Parlamento dato che alle ultime elezioni si erano potuti candidare soltanto gli indipendenti.
La stampa nazionale ha parlato di circa 3.000 persone, mentre gli organizzatori hanno detto che erano almeno 10.000. Resta il fatto che si tratta di una protesta molto ampia che proviene dalla società tunisina.
Il sindacato riunisce le opposizioni
Il sindacato ha cercato di fare da collante nella politica tunisina indicendo diversi scioperi durante l’anno e anche questa volta il corteo è partito proprio da piazza Mohamed Alì, sede dell’Ugtt, dirigendosi poi verso viale Habib Bourguiba, luogo simbolo delle manifestazioni della Primavera araba di quindici anni fa.
La Tunisia vive una situazione economica piuttosto complicata, con continui blackout sia energetici che idrici e il difficile reperimento di medicinali e generi alimentari di prima necessità. I dati fotografano un Paese in crisi continua che dall’inizio del 2026 ha visto crescere l’inflazione dello 0,8%, raggiungendo il 5,6% il mese scorso.
Gli alimenti base della dieta tunisina, come la carne di agnello, il pollo e la frutta, sono saliti del 15%, mentre la disoccupazione giovanile ha superato il 35%, anche se quella generale è calata al 15%. Tunisi ha raggiunto un indebitamento di oltre 3,7 miliardi di dollari soltanto nel 2026.
«I tunisini vogliono la fine di questo regime»
Su un palco improvvisato il segretario generale dell’Ugtt, Slah Eddine Salmi, si è rivolto ai partecipanti accusando il presidente Saied di aver distrutto il tessuto sociale della nazione, azzerando i diritti democratici e accentrando su di sé tutto il potere.
L’attuale inquilino del Palazzo di Cartagine dal 2021 ha sciolto il Parlamento, licenziato decine di giudici e governato con decreti presidenziali, con un Parlamento senza i partiti politici.
«Lo Stato tunisino non può essere una sola persona», ha continuato Slah Eddine Salmi. «Oggi noi rappresentiamo il popolo, un popolo stanco di essere più povero e stanco di non poter vivere in democrazia. I tunisini vogliono la fine di questo regime».
La polizia ha effettuato centinaia di arresti in questi giorni in diverse città, ma la capitale rimane il centro di ogni manifestazione. Durante l’estate migliaia di persone si erano già radunate a Sfax, Sousse e Monastir per manifestare il proprio malcontento contro il governo e la sua politica.
Gli oppositori in carcere e la protesta ambientale
Molti oppositori restano ancora in carcere, come il vecchio leader del partito islamista Ennahda Rashid Gannouchi, da tre anni agli arresti, o come gli attivisti Ahmed Nejib Chebbi, Ahmed Souab e Sihem Bensedrine, tutti incarcerati con l’accusa di cospirazione.
Insieme al sindacato, a tirare le fila c’è una piattaforma civica chiamata Nafas (respiro in arabo), molto attiva sui social network anche su temi ambientali, come la lotta contro il Gruppo chimico tunisino (Gct) di Gabes, che produrrebbe fumi tossici nella conversione dei fosfati.
Un fatto condannato anche dal presidente Saied, che lo aveva definito un assassinio ambientale, incolpando i precedenti governi.
La Tunisia è stata la nazione che ha dato il via alle proteste del 2011, che sconvolsero tutto il mondo arabo, e anche oggi potrebbe mettere in crisi i delicati equilibri del Mediterraneo.
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