Giovanni Castellaneta, ex ambasciatore italiano negli Stati Uniti e in Iran, è stato consigliere diplomatico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei primi anni Duemila, ai tempi del celebre vertice di Pratica di Mare che sancì la distensione Usa-Russia. Dopo un quarto di secolo, il mondo ha un volto completamente diverso.
Ambasciatore, nell’ultimo Consiglio europeo non sono mancate le divisioni. Come giudica la linea italiana?
«Una linea equilibrata, che consiste nell’essere presenti in maniera autorevole. Meloni ha confermato l’appoggio a Kiev e, nello stesso tempo, ha rimarcato la necessità di preservare il rapporto euro-atlantico. Possiamo dire che il premier ha applicato il metodo Berlusconi, quello imperniato sul dialogo e sulla volontà di esserci sempre, da protagonisti».
Nel suo saggio Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nel disordine globale, scritto con Marco Carnelos e con la prefazione di Gianni Letta, lei ricorda proprio l’eredità di Berlusconi nei rapporti con l’estero.
«È stato indubbiamente un protagonista. Non solo nelle grandi relazioni che tutti gli riconoscono con Stati Uniti e Russia, ma anche per aver rotto gli schemi tradizionali, sfidando l’asse franco-tedesco e coltivando un rapporto molto stretto con Gran Bretagna e Spagna».
Tornando all’oggi: si può ancora coltivare un rapporto speciale con gli Stati Uniti, nonostante Trump?
«Trump è solo l’elemento più appariscente di un cambiamento nella politica americana che va avanti da tempo, almeno da Bush figlio in poi, cioè da quando si è estinta la generazione dei presidenti che custodiva il ricordo della Seconda guerra mondiale».
In cosa consiste questo cambio di rotta?
«Priorità al rapporto con la Cina e il Pacifico, ritorno della “dottrina Monroe”, imperniata sulla sicurezza del continente americano e sulla cura delle relazioni orientali e latinoamericane. Ma attenzione: questo nuovo atteggiamento non è necessariamente antagonista nei confronti del Vecchio continente».
In che senso?
«Con i suoi eccessi e i suoi protagonismi, Trump riduce i problemi quasi allo scontro fisico: vinco io e perdi tu. Ma gli Stati Uniti che sopravvivranno a Trump, depurati dalle sue esuberanze, avranno con l’Europa un rapporto più chiaro e ancora forte. E un’Europa più solida può far comodo anche agli Usa».
È difficile pensare a un’Europa forte quando nemmeno sull’energia si riesce a trovare unità. Bisogna ridisegnare l’architettura dell’Ue per far fronte ai nuovi scenari?
«Senz’altro serve un riequilibrio. Sarebbe opportuno ridimensionare i poteri della Commissione e rafforzare quelli dei governi e del Parlamento europeo, ricercando un maggiore impulso democratico. Insomma, servirebbe un’Europa in cui gli Stati contano. Qualcuno la definirebbe “confederata”».
Proprio mentre le destre avanzano un po’ ovunque?
«I partiti nazionalisti promuovono le loro istanze all’interno di, e non contro, un generale disegno europeo. Finora l’idea di Europa è stata appannaggio della sinistra, è stata l’Europa dei grandi ideali. Ma oggi si sta facendo strada l’idea di un’Europa più concreta, più incentrata sui singoli interessi».
Dunque, secondo questa lettura, i partiti progressisti non sono poi così «europeisti»?
«Diciamo che l’entusiasmo dei partiti di sinistra è controproducente, perché cercano di arrivare a grandi risultati attraverso realtà ormai superate».
E di sponda, pensa quindi che il cosiddetto sovranismo, nelle sue varie accezioni, non sia necessariamente antieuropeo?
«Esattamente. Certo, tra Paesi baltici e Portogallo, per esempio, ci sarà comunque un confronto di vedute. Ma credo che le diverse volontà possano convivere. E per questo occorre introdurre in Europa un sistema di decisione a maggioranza, con tutte le dovute salvaguardie delle minoranze. L’unanimità paralizza l’Europa».
Tutto questo mentre, oggi più che mai, i governi nazionali hanno sempre meno spazio d’azione.
«Oggi ogni politica è per sua natura “globale” e gli esteri non sono più “ancillari” rispetto agli interni. Un tempo i politici si disinteressavano di politica estera, convinti che non portasse voti, ma certe considerazioni non hanno più senso. Lo stesso concetto di guerra, una volta riservato a ristrette élite che si divertivano a studiarla, oggi è entrato nella mentalità collettiva e nella quotidianità di tutti».
Anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, che però rendono difficile distinguere tra vero e verosimile…
«La comunicazione è una delle armi della guerra moderna, insieme ai droni. Una guerra sempre “sotto soglia”, che temo si dilungherà per anni, poiché meno costosa rispetto allo scontro aperto».
C’è solo propaganda elettorale dietro l’accordo di Trump sul diesel russo?
«Il prezzo del gasolio in America non si abbasserà, ma resta il messaggio fortissimo del presidente al suo popolo: “Sto cercando di cambiare le cose, votatemi”. Tuttavia, dietro certe scelte c’è anche la volontà mai celata di Trump di conservare un rapporto con Mosca per controbilanciare l’influenza cinese. Questo intento esiste ancora, benché scombussolato dall’invasione ucraina».
Uno scenario senza sbocchi, quello ucraino?
«Zelensky sta combattendo l’ultima battaglia, ma rischia seriamente di essere lo “scapegoat”, il capro espiatorio, il fusibile che salta. La situazione sul terreno, che sembrava più favorevole all’Ucraina, si sta poco a poco deteriorando. L’inverno blocca molte operazioni e assisteremo nei prossimi mesi a una battaglia difensiva da ambo le parti».
Però si moltiplicano le minacce contro la Nato. Rischiamo un’invasione russa, come temono in tanti in Europa?
«Putin non vuole e non può arrivare fino a Lisbona. I cosacchi che si abbeverano nelle fontane di piazza San Pietro sono solo letteratura. Il vero obiettivo russo è il riconoscimento internazionale in quanto potenza militare, che comporta il rispetto di una sfera di influenza nei Paesi russofoni. Questo intento, ovviamente, è in contrasto con gli interessi dei Paesi baltici e dell’Est Europa, e tale frizione non deve in alcun modo sfociare in una guerra».
Chi dovrebbe andare a trattare al Cremlino a nome dell’Europa?
«La coppia ideale sarebbe stata Merkel e Berlusconi. Ma l’ex cancelliera, da sola, è una soluzione troppo squilibrata: servirebbe una personalità che bilanci e che sia credibile. Ma prima ancora che le persone, conta l’accordo a livello europeo. E questo scenario non è ancora alle viste».
Lei crede nella «pace giusta», per usare un termine abusato?
«“Giustizia” è una parola ambiziosa per i prossimi mesi, anche perché possono esserci paci giuste che però non durano. Io immagino e spero in un cessate il fuoco che consenta di prendere atto della situazione. Come è stato detto in passato, l’Ucraina deve prepararsi a dei sacrifici territoriali e la Russia deve limitare la propria ambizione di voler conquistare fette troppo importanti del territorio ucraino. Insomma, occorre arrivare a una forma di compromesso. Potremmo ispirarci alle due Coree, con tutte le differenze del caso. Oppure, con un esempio a noi vicino, all’esperienza dell’Alto Adige».
Questi potrebbero essere i paradigmi di una pace possibile?
«Magari attraverso una grande conferenza europea, che stabilisca delle garanzie, stabilisca una pace armata e consenta gradualmente di aprire negoziati».
Anche in Iran si potrà trovare un compromesso?
«Attaccare frontalmente l’Iran, sottovalutando le sue capacità di resistenza, è stato un grosso sbaglio. È un regime che dura da cinquant’anni, non sono sufficienti le bombe per abbatterlo: anzi, l’attacco lo ha rafforzato. Anche Israele, che immaginava forse di poter allargare il proprio confine di sicurezza, pensava a un cambio di regime e ha fallito. A tal proposito, prestiamo attenzione alle elezioni israeliane: una vittoria del generale Einsenkot potrebbe cambiare le cose».
L’Onu è un residuato del Novecento?
«All’ombra del fallimento delle Nazioni Unite, sono sorti raggruppamenti regionali uniti da singoli interessi, senza affinità ideologiche. Il mondo continua ad aver bisogno di momenti di dialogo, ma l’intelaiatura delle Nazioni Unite va rivista, a cominciare dal Consiglio di sicurezza e dai troppi compiti assunti senza grandi risultati. Insomma, l’Onu non va abolita, ma certamente rifondata».
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