Abiy Ahmed, primo ministro etiope, al centro delle tensioni tra il governo federale e le forze ribelli del Tigray e dell’Amhara
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia, alle prese con l’allargamento del fronte armato contro il governo (Getty Images)

Con l’aggravarsi degli scontri riesplosi nella regione del Tigray a fine settembre, si è ripreso a parlare delle tensioni interne all’Etiopia. Che di fatto non si sono mai fermate, soprattutto nella regione Amhara che però, a differenza della prima, non gode del riflesso condizionato che porta i media internazionali ad alzare le antenne ogni volta che si parla di Tigray. Un lascito della trentennale liaison tra le amministrazioni democratiche Usa e l’Etiopia a guida Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray.

Un’intesa transoceanica il cui apice viene raggiunto durante l’amministrazione Biden con la guerra in Tigray del 2020-2022, giocata a colpi di una propaganda serrata nei confronti della vecchia dirigenza e, in quel momento, contro la leadership di Abiy Ahmed. Oggi lo scenario è un altro. Fuori e dentro il Paese. Quello che non cambia, però, è l’attenzione a corrente alternata dei media europei, spesso sintonizzati su Al Jazeera e sugli equilibri del momento.

L’alleanza dei ribelli contro il governo centrale

Nell’Amhara, i gruppi ribelli tengono testa all’esercito federale almeno dal 2023. Da quando, in seguito al conflitto in Tigray conclusosi con gli accordi di Pretoria del 2022, il governo centrale aveva cercato di smantellare le storiche forze speciali regionali, nonostante l’aiuto decisivo ricevuto proprio contro i ribelli del Tplf. Una decisione percepita come un tradimento politico soprattutto dalle milizie amhara dei Fano. Movimento profondamente nazionalista, a differenza di altri fronti etnici come Tplf e Olf-Ola, il Fronte e l’Esercito di liberazione Oromo, a vocazione separatista.

Gruppi diversi che dal 20 settembre si sono uniti in un unico schieramento contro il governo centrale, formando l’«Alleanza delle forze dei popoli etiopi per la sopravvivenza». Sette fronti, tra cui anche quelli rivoluzionari delle regioni Ogaden, Afar, Benishangul e Gumuz. L’obiettivo dichiarato è istituire «un governo di transizione inclusivo», come spiegano in un documento programmatico nel quale il primo ministro viene definito «genocida», «dittatoriale» e colpevole di aver spinto il Paese «verso la disgregazione» a vantaggio della sola etnia Oromo, la sua.

Inizialmente celebrato per aver liberato gli oppositori politici, Abiy è oggi accusato di utilizzare i medesimi metodi coercitivi dei regimi passati per eliminare il dissenso nella regione Amhara così come in Oromia. Gli viene contestato di aver represso i gruppi ribelli con pesanti operazioni di controguerriglia che hanno ucciso migliaia di civili, soprattutto nelle aree rurali.

Fratture nel Paese che ora, con l’alleanza tra le varie forze armate di opposizione, sono diventate uno scontro frontale.

Droni su Addis Abeba e nuovi combattimenti

Dopo l’annuncio, com’era prevedibile, è scattata la risposta delle forze federali, soprattutto in Tigray, con aerei e droni, cruciali per tenere testa a miliziani abituati alla guerriglia sul campo. Che ora, però, si sono rivelati all’altezza delle tecnologie militari messe in campo da Abiy. Per la prima volta, droni rivendicati dal Tplf sono arrivati direttamente nei cieli di Addis Abeba, diretti al quartier generale della difesa. Non era mai successo.

Le offensive dell’esercito nei confronti dei ribelli erano però già iniziate ad agosto, portando il Tplf a dichiarare ormai rotta la tregua scattata con gli accordi di Pretoria.

Da subito i combattimenti hanno superato i confini regionali, estendendosi nei territori limitrofi di Afar e Amhara.

Nel giro di pochi giorni, però, tramite il supporto delle Tigray Peace Forces, la milizia tigrina filogovernativa che fa capo all’ex leader del Tplf Getachew Reda, le truppe federali sono riuscite faticosamente a riprendere il controllo di molte città a nord del Paese, tra cui il capoluogo Makallè. Nonostante i toni trionfalistici, più che una vera vittoria l’avanzata dell’esercito federale sembra però un ritiro tattico da parte delle forze ribelli, per le quali la «perdita di terreno» sarebbe una condizione necessaria a compattare le proprie unità in vista di possibili nuovi attacchi. E magari alimentare una guerra di logoramento.

Per l’esercito federale, che da un anno non arruola soldati di etnia amhara per paura che scappino con le milizie Fano, la situazione resta complicata, come dimostra il ritiro di 3.000 militari etiopi dalla missione dell’Unione Africana Aussom in Somalia.

La frattura interna e il movimento pacifista Tsimdo

Non solo: a preoccupare il governo federale, forse ancor più dell’Alleanza militare, è la frattura profonda che si è creata nella popolazione etiope. Soprattutto quella del Tigray, fiaccata dai 600.000 morti del precedente conflitto e stanca di essere il campo di combattimento per partite più grandi, come la corsa etiope al porto eritreo. Mentre la regione viene tenuta per la gola da circa tre anni con tagli al budget e alla sanità, alcuni attivisti tigrini ed eritrei hanno avviato una collaborazione comunitaria dal basso con la popolazione del Tigray.

Iniziative pacifiste di solidarietà dal basso per fare fronte alle difficoltà economiche e strutturali hanno iniziato a creare una saldatura grassroots, che pian piano sta coinvolgendo anche altri popoli, tra cui quello del Sudan orientale. Un’onda dal nome Tsimdo, che in tigrino significa «connessione» e che oggi, a giudicare dai media etiopi, è argomento di dibattito quotidiano. Qualcosa che non si può eliminare nemmeno con le armi. E forse «il nemico» peggiore.

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