Israele, Netanyahu lancia l’allarme alla vigilia delle elezioni
Ansa

A due giorni dal voto, Benjamin Netanyahu ha lanciato un avvertimento diretto a Teheran e ai suoi alleati regionali: un attacco contro Israele, nei prossimi giorni, potrebbe essere imminente, con lo scopo dichiarato di «disturbare le elezioni».

Il premier israeliano ha assicurato che le Forze di difesa, l’Idf, sono «pronte sia in difesa sia in attacco», e ha scandito con decisione il messaggio: «Non metteteci alla prova. Subirete colpi sproporzionati». Poi ha aggiunto: «Siamo molto più forti di quanto pensiate. Non sottovalutateci».

Parole pronunciate in un momento di altissima tensione. Eppure, a scorsa settimana, l’emittente israeliana Channel 13 aveva riferito di una posizione più cauta da parte del vertice militare: il capo di Stato maggiore dell’Idf, il generale Eyal Zamir, avrebbe infatti detto di non ravvisare alcuna necessità operativa di colpire l’Iran prima del voto. 

Le elezioni israeliane del 27 ottobre

Sono circa 7,3 milioni i cittadini israeliani con più di 18 anni chiamati alle urne il 27 ottobre. Si tratta delle prime elezioni nel Paese dopo i massacri del 7 ottobre 2023 e l’avvio della campagna militare nella Striscia di Gaza: un contesto che, inevitabilmente, pesa sulla campagna elettorale e sull’umore nazionale.

Gli elettori sono chiamati a scegliere i 120 membri della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, in carica per quattro anni. Il sistema è proporzionale puro: chi ottiene il 30 % dei voti ottiene anche il 30 % dei seggi. Sulle schede figurano ben 38 partiti (un numero che in Italia sarebbe impensabile), ma solo quelli che superano la soglia di sbarramento del 3,25 % dei voti complessivi entrano in parlamento. Gli altri vengono scartati. Per questo, spesso le formazioni più piccole si fondono prima di ogni tornata elettorale.

Nella relativamente giovane storia israeliana, nessun partito ha mai conquistato da solo la maggioranza assoluta di 61 seggi. A ogni modo, una volta noti i risultati ufficiali, il presidente Isaac Herzog avvierà le consultazioni e affiderà a chi ha maggiori probabilità di formare un governo un mandato di 28 giorni, prorogabile di altri 14, per trovare un accordo di coalizione. Se il primo tentativo fallisce, allora un secondo candidato riceve un mandato di soli 28 giorni, questa volta senza possibilità di proroga. E infine, se anche questo secondo tentativo dovesse andare a vuoto, 61 deputati possono chiedere al presidente di assegnare l’incarico a un terzo candidato, che dispone di appena 14 giorni. In tutto, se si ricorre a tutte e tre le opzioni, possono trascorrere fino a 84 giorni prima che un nuovo governo si insedi.

Lo scenario politico: due destre a confronto

In Italia, sembrerà molto strano (in Europa, forse, solo in Ungheria vi è stata una situazione simile di recente). La stranezza risiede nel fatto che a sfidare Netanyahu non sia uno schieramento di sinistra. Il voto del 27 ottobre oppone, di fatto, un blocco di estrema destra a uno di centrodestra. 

Il campo del premier uscente raccoglie il Likud, i due partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo unito della Torah, il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich e Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir, entrambi di matrice nazionalista e religiosa. A questi si aggiunge Am Yisrael dell’ex generale Ofer Winter, una lista nuova che naviga pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento.

L’opposizione presenta invece una coalizione eterogenea, tenuta insieme dall’obiettivo comune di porre fine all’era Netanyahu. Ne fanno parte Yashar di Gadi Eisenkot, dato in testa a testa con il Likud, Insieme (guidato dagli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid), la destra laica di Yisrael Beiteinu con Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan, nati dall’unione tra laburisti e Meretz. Sono tre i punti su cui i due schieramenti convergono: il rafforzamento del rapporto con Washington e con Donald Trump, definito da Eisenkot «vero amico di Israele», l’isolamento dell’Iran attraverso le alleanze con i Paesi arabi e lo smantellamento delle forze legate ad Hamas nella Striscia di Gaza.

A fare da filo conduttore dell’opposizione è la battaglia contro la longevità di Netanyahu: 19 anni alla guida di Israele, un primato che domani potrebbe vedere il suo tramonto. Mentre il destino dei palestinesi rimane, anche in caso di una sua sconfitta, un nodo che nessuno schieramento sembra in grado di sciogliere davvero. Almeno finché vi sarà Hamas. 

La grande operazione in Cisgiordania

Sul fronte militare, Netanyahu ha annunciato che l’Idf ha elaborato piani per quella che potrebbe diventare persino la più grande operazione in Cisgiordania dalla conquista israeliana del territorio nel 1967. «Le Idf sono pronte a realizzarla», ha detto il premier in un video diffuso dal suo ufficio, «e noi decideremo i tempi, ma è in arrivo». La Cisgiordania e Gerusalemme Est furono sottratte alla Giordania al termine della Guerra dei sei giorni, combattuta nel giugno del 1967 contro Egitto, Giordania e Siria.

Nel frattempo, lo scorso sabato l’Idf ha annunciato l’eliminazione di due miliziani di Hamas in raid nella Striscia di Gaza: Muhammad Halawa, agente dell’intelligence militare e comandante del reparto tecnico dell’ala armata, e Ahmad Zahir Fuad Abu-Oda, anch’egli comandante tecnico dell’organizzazione.

L’esercitazione navale con la Grecia

In questo quadro si inserisce anche un segnale di carattere strategico sul fronte mediterraneo. La Marina militare israeliana ha condotto questa settimana un’esercitazione congiunta con la controparte greca, che ha previsto, tra l’altro, «l’individuazione e la neutralizzazione di minacce in ambito marittimo» e «l’affondamento di un’unità nemica tramite fuoco missilistico». A guidarla sono stati i rispettivi comandanti navali, il vice ammiraglio israeliano Eyal Harel e il vice ammiraglio greco Dimitrios-Eleftherios Kataras.

L’annuncio giunge a pochi giorni dalla ratifica dell’accordo sui confini marittimi nel Mediterraneo tra Libia e Turchia, un’intesa a cui Israele, Grecia, Egitto e altri Paesi si oppongono. Non si tratta di una mera coincidenza, dunque: l’esercitazione rappresenta anche (anzi, soprattutto) un messaggio geopolitico, un modo per ribadire la propria presenza e la propria capacità operativa nell’area.

«La partnership strategica con la Grecia è un importante moltiplicatore di forza», ha detto Harel, «che rafforza la nostra capacità di operare insieme, in chiave difensiva e offensiva, per salvaguardare la sicurezza e la libertà di navigazione nel Mediterraneo». In un frangente molto delicato nel quale Israele combatte su più fronti, l’intesa con Atene rafforza pertanto un asse che guarda al Mediterraneo orientale con preoccupazione crescente.

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