Urne aperte in Israele per il rinnovo della Knesset. Si tratta del primo voto dopo il 7 ottobre e sono chiamati a esprimere le loro preferenze oltre 7 milioni di cittadini, che potranno recarsi ai seggi fino alle 22:00 locali. In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 superano la soglia di sbarramento del 3,25%.
I primi exit poll usciranno immediatamente dopo la chiusura delle urne, ma i risultati ufficiali saranno comunicati solo il 4 novembre. Il conteggio delle cosiddette «buste doppie», ovvero i voti espressi da chi è lontano dal proprio luogo di residenza, richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati annunciati inizialmente.
I partiti più quotati, al momento, sono il Likud del premier in carica Benjamin Netanyahu e Yashar!, la formazione guidata dall’ex capo di Stato maggiore delle Idf Gadi Eisenkot.
Affluenza record: è il dato più alto dal 1973
Alle 16:00 locali (le 15:00 italiane), l’affluenza si è attestata al 55,7%, rispetto al 47,5% delle elezioni del 2022. Il dato, comunicato dalla Commissione centrale elettorale, è una conferma del numero record di cittadini che si sono recati alle urne durante la giornata.
Alle 14:00 locali, l’affluenza era al 44,9%, ai massimi dal 1973. Già alle 12:00 israeliane, era stata certificata una partecipazione al voto pari al 31,5%, il dato più alto dalle storiche elezioni del 1977, che consegnarono per la prima volta il governo del Paese al Likud dopo anni di esecutivi laburisti.
L’affluenza più elevata si è registrata a Ein Hod, nel nord del Paese (25,7%). Le regioni settentrionali di Israele sono state le più colpite dai bombardamenti di Hezbollah e dell’Iran durante la guerra.
Oltre 67.000 israeliani sono arrivati dall’estero per votare e la Commissione centrale elettorale ha fatto sapere che sarà possibile esprimere la propria preferenza anche dopo le 22:00, a patto che si resti in fila al seggio. «In molti seggi si sono formate delle code. Quando si registra un’elevata affluenza alle urne, è inevitabile che si creino delle file», ha dichiarato Dean Livne, direttore generale ad interim della Cec. «Se alle 22:00 ci sarà ancora fila, i seggi continueranno a rimanere aperti finché tutte le persone arrivate entro le 22 non avranno espresso il proprio voto. Non c’è nulla di cui preoccuparsi», ha confermato.
I leader dei partiti al voto: l’appello di Bibi e Eisenkot nel kibbutz
L’attuale premier, Benjamin Netanyahu, anche lui alle urne con la consorte, ha lanciato un messaggio semplice agli elettori: «Votate come si deve per il futuro dello Stato di Israele».
Gadi Eisenkot ha dato il via alla sua giornata elettorale nel kibbutz Nir Oz, una delle comunità colpite più duramente colpite dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, al fianco dell’ex ostaggio Gadi Mozes, rimasto per 500 giorni prigioniero a Gaza.
«Sono orgoglioso e commosso di iniziare questa giornata con Gadi Mozes, simbolo dello spirito e della forza di Israele, dell’impegno degli israeliani gli uni verso gli altri e della loro dedizione allo Stato», ha affermato il principale sfidante di Netanyahu. «Mi impegno a fare tutto ciò che è in mio potere per garantire che siamo degni del prezzo che avete pagato, del prezzo pagato dal kibbutz e da tutti noi, e per portare guarigione e risanamento a tutti i cittadini di Israele».
Giunto al seggio di Herliyza, accompagnato dalla moglie Ashar, Eisenkot è stato accolto dai suoi sostenitori al grido di «Chi sta arrivando? Il prossimo primo ministro» e «Gadi, Gadi, Gadi!»
Anche il presidente Isaac Herzog e sua moglie Michal hanno votato per il rinnovo della Knesset nel quartiere di Rehavia a Gerusalemme. «È un grande privilegio andare a votare, e sono orgoglioso che io e Michal abbiamo esercitato il diritto fondamentale di ogni cittadino. Spero che questa sia una vera festa per la democrazia. Nessuno deve poterla rovinare o minare», ha dichiarato. «Oggi siamo tutti uguali. Questo è il nostro giorno per andare a fare la differenza e votare».
Anche tutti gli altri leader politici, da Ben Gvir a Smotrich, dall’ex premier Naftali Bennet ai leader delle liste arabe Youssef Jabareen e Mansour Abbas, hanno già espresso le loro preferenze.
L’allarme della destra: «Se vince Eisenkot, governeranno gli arabi»
Leader e ministri appartenenti alla galassia della destra israeliana hanno lanciato l’allarme sul voto in massa degli arabi. Il titolare delle Finanze, Bezazel Smotrich, ha esortato a non disperdere voti su partiti minori.
«L’elevata affluenza è il risultato di una partecipazione insolitamente alta nel settore arabo e nelle roccaforti della sinistra», ha dichiarato. «Sulla base dei dati pubblicati, non esiste assolutamente alcuna possibilità che i partiti attualmente sotto la soglia di sbarramento riescano a superarla. Non buttate il vostro voto nella spazzatura».
Il ministro uscente della Sicurezza nazionale Ben Gvir ha dichiarato che «se vincerà l’opposizione, il Paese sarà governato da Mansour Abbas», il leader della coalizione araba Ra’Am. «Un governo di destra forte significa uno Stato di Israele forte».
Dello stesso tenore il commento della deputata di Sionismo religioso Orit Strock, che si è recata ai seggi di Rahat, città a sud di Tel Aviv abitata per la stragrande maggioranza da beduini. «Da li’ mi hanno urlato “Non vediamo l’ora di cambiare governo”. Questo massiccio afflusso di elettori dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per tutti noi. Andate a votare! Portate tutti a votare! E non lasciate che vada sprecato nemmeno un voto. Lo Stato di Israele è davvero in pericolo», ha affermato in un video caricato su X.
Netanyahu: «I partiti arabi vogliono rubare le elezioni»
Sulla questione è intervenuto anche il premier Benjamin Netanyahu, che ha accusato i partiti arabi di voler «rubare le elezioni» dopo l’arresto di «tre alti esponenti» di una formazione proprio a maggioranza araba, trovati in possesso di buste piene di soldi.
In un video girato nell’insediamento di Peduel, in Cisgiordania, il primo ministro ha ribadito il suo slogan elettorale, secondo cui «il vero tema di queste elezioni è la destra o la Palestina», ricordando che il suo principale sfidante, Eisenkot, avrà bisogno del sostengo sia dei partiti arabi, sia di tutte quelle formazioni e politici che hanno sostenuto la formazione di uno Stato palestinese.
L’accusa contro il Likud: «Monitora illegalmente gli elettori»
Il partito B’Yachad dell’ex primo ministro Naftali Bennet ha accusato i rappresentanti del Likud, la formazione del premier Netanyahu, di monitorare illegalmente gli elettori che si sono recati ai seggi e di trasmettere informazioni su di loro tramite un’app.
Il partito ha reso noto di aver presentato un reclamo alla Commissione elettorale centrale, che ha però negato di aver ricevuto alcuna segnalazione che possa confermare simili accuse. L’unica irregolarità riscontrata è avvenuta in un villaggio agricolo nella parte centrale del Paese. La responsabile del seggio in questione ha smesso di scattare fotografie una volta che le sono state spiegate le regole.
Le accuse sono arrivate dopo che, la settimana scorsa, l’Alta Corte di giustizia ha stabilito che i funzionari dei seggi e gli osservatori nominati dai partiti non possono conteggiare digitalmente, durante la giornata elettorale, il numero degli elettori che hanno votato e trasmettere tali informazioni in tempo reale ai partiti politici che rappresentano. La sentenza è arrivata in seguito, anche in questo caso, alle accuse secondo cui il Likud avrebbe sviluppato un’applicazione per smartphone denominata Elector, che consentirebbe ai propri rappresentanti alle urne di raccogliere informazioni sui singoli elettori e trasmetterle alla sede centrale della campagna elettorale, in violazione della legge.
L’appello dei familiari delle vittime del 7 ottobre
I familiari dei rapiti e delle vittime dell’attentato del 7 ottobre si sono riuniti questa mattina a Tel Aviv, in piazza degli Ostaggi e al complesso militare di Kirya in via Begin. Dopo un minuto di silenzio alle 6:29, ora dell’inizio dell’attacco di Hamas, Yona Adam, la cui figlia Mapal è stata uccisa al festival musicale Nova, ha invitato gli elettori a ricordare «tutti coloro le cui voci sono state messe a tacere: gli assassinati, i caduti, coloro che soffrono di traumi da combattimento e le migliaia di famiglie le cui vite sono state sconvolte per sempre da questo fallimento».
Tre anni dopo il 7 ottobre: il giorno che ha cambiato Israele e il Medio Oriente
«Assumiamoci la responsabilità e portiamo avanti il cambiamento, istituiamo una commissione d’inchiesta statale, portiamo speranza, guarigione e ripresa per noi stessi e per il nostro Paese», ha aggiunto.
Il premier eterno e l’ex generale: la sfida tra i due leader
Gli studi negli Stati Uniti, un passato nelle forze speciali e premier per sei volte. Benjamin Netanyhau, il primo ministro più longevo della storia di Israele, punta a essere rieletto per la settima volta, nonostante le critiche per la gestione della guerra e per non essere riuscito a prevenire i massacri del 7 ottobre.
Oppositore degli Accordi di Oslo ma firmatario di quelli di Abramo, Bibi ha guidato il Paese ininterrottamente dal 2009, a parte una breve parentesi dal giugno 2021 al dicembre 2022. Il suo ultimo governo, definito come «il più a destra della storia» dello Stato ebraico, aveva rischiato di spaccarsi sulla questione della riforma della giustizia, che aveva portato centinaia di migliaia di israeliani in piazza. Dopo gli attacchi del 2023, ha assunto il ruolo di «comandante in capo» della nazione in guerra, e queste elezioni si sono configurate come una sorta di referendum su di lui in questo ruolo.
Tensioni tra Netanyahu e militari sull’Iran
Il suo principale sfidante è Gadi Eisenkot, ventunesimo capo di Stato maggiore delle Idf con una vita passata nelle forze armate, che vuole mettere fine al governo di Netanyahu con «sicurezza e prosperità», come «missione di vita» per il futuro di Israele.
Nel corso della sua carriera, ha sviluppato la «dottrina Dahiya», in base alla quale nelle guerre asimmetriche è possibile anche agire in maniera “sproporzionata” e distruggere infrastrutture civili per negare il loro uso ai combattenti. Ha anche elaborato il «piano Gideon» per migliorare le capacità delle forze di difesa israeliane.
Nel 2019 ha intrapreso la carriera politica, e nel 2022 è entrato nella Knesset tra le fila del partito di Benny Gantz. L’anno successivo si è unito al governo di emergenza di Netanyahu, dimettendosi l’anno successivo per aspre divergenze sul come assicurare il ritorno a casa degli ostaggi. Nel 2025 ha anche lasciato la formazione di Gantz, fondando Yashar. Durante il conflitto a Gaza ha perso un figlio e due nipoti.
La questione sicurezza che avvicina gli sfidanti
I due leader sono molti diversi e in disaccordo su numerose questioni ma, come ha fatto notare Anat Peled sul Wall Street Journal, «non sulla sicurezza di Israele». E questo perché «lo spostamento dell’elettorato verso destra sui temi della sicurezza lascia ai candidati margini di manovra assai limitati».
Eisenkot, come Netanyahu, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e sostiene posizioni intransigenti. Elementi fondamentali dopo il 7 ottobre, e questo si riflette anche nei sondaggi. I due partiti dei principali sfidanti, infatti, sono distanziati di pochi punti percentuali. Un punto cardine che li differenzia è la questione delle azioni dei coloni in Cisgiordania, che l’ex generale ha definito «terrorismo ebraico».
Per molti israeliani, però, queste sono le elezioni più importanti nella storia del Paese e, come sottolinea Peled, si sono trasformate di fatto in un referendum contro il premier uscente per la sua gestione degli eventi dell’ottobre 2023. E, come rilevato nei sondaggi, il 60% dei cittadini di religione ebraica vuole un nuovo primo ministro.
Continuità, cambio della guardia o stallo: i tre scenari possibili
In Israele vige un sistema proporzionale che produce sempre coalizioni e, per questa tornata elettorale, gli schieramenti sono ben definiti: da una parte il «blocco del cambiamento» di Eisenkot, con l’ex premier Bennett, Avigdor Lieberman e il generale Yair Golan; dall’altra, Netanyahu e l’alleanza di partiti di destra e ultraortodossi.
Le schede di militari e riservisti, considerati vicini al «blocco Bibi» saranno conteggiate da mercoledì e potrebbero, in caso di un primo vantaggio dell’ex generale, ribaltare il risultato a favore del primo ministro uscente.
Gli scenari possibili, dunque, sono tre. Il primo è la continuità: Netanyahu ricomporrebbe la coalizione con i partiti con cui ha governato fino ad oggi, la linea della sicurezza e l’approccio su Gaza rimarrebbero invariati, così come la questione della commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Nel caso di un cambio della guardia, con la vittoria di Eisenkot, quest’ultimo tema diventerebbe prioritario, e sulla Striscia la posizione rimarrebbe simile con l’obiettivo dichiarato di chiudere il dominio di Hamas entro 18 mesi. Vi sarebbero, però, lunghi negoziati di coalizione, date le divergenze interne del «blocco del cambiamento». La terza possibilità è che nessuna coalizione ottenga i 61 seggi necessari per formare un governo, con conseguente ritorno alle urne per la settima volta in sette anni. Netanyahu rimarrebbe premier ad interim.
Per gli osservatori, stabilire una qualunque combinazione aritmetica stabile anche considerando i partiti minori è quasi impossibile, dato il margine molto risicato tra i due blocchi.