Benjamin Netanyahu
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Ansa)

Alle 22:00 di martedì 27 ottobre, in Israele si sono chiuse le urne delle elezioni per il rinnovo della Knesset. La prima tornata elettorale dopo gli attacchi del 7 ottobre, da molti vista sia come un referendum sull’operato di Benjamin Netanyahu dopo i massacri di Hamas, sia come la più importante della storia dello Stato ebraico.

A sfidare il premier uscente e leader del Likud, l’ex capo di Stato maggiore delle Idf Gadi Eisenkot, alla guida del partito Yashar. Due blocchi contrapposti e ben delineati, dunque: da una parte l’alleanza di Bibi, che può contare sulle formazioni di destra e ultraortodossi; dall’altra, la compagine «del cambiamento», di cui fanno parte l’ex primo ministro Naftali Bennet, Yair Golan e Avigdor Liberman.

L’affluenza è stata da record, attestandosi a urne chiuse al 77.7%, ai massimi dal 1993. Circa 67.000 cittadini israeliani sono tornati in patria per votare e, stando alle informazioni diffuse durante la giornata, un numero senza precedenti di arabi hanno espresso la loro preferenza.

Alle 4:30 del mattino, ora italiana, è stato scrutinato solo il 25.2% delle schede e la Commissione elettorale centrale ha diffuso i primi dati parziali. Ma il risultato di questa elezione è tutt’altro che già scritto, considerando anche i cosiddetti voti «a busta doppia», ovvero quelli inviati da coloro che si trovano lontani dai loro seggi come militari, diplomatici e carcerati che verranno conteggiati in un secondo momento.

Dalla sconfitta al ribaltone: Netanyahu in testa, Likud primo partito

Con un quarto dei voti già conteggiato, sembra che il premier uscente Netanyahu sia sulla strada per essere riconfermato al suo ruolo per la settima volta. Il suo blocco, infatti, avrebbe ottenuto 63 seggi, due in più del numero necessario per formare una maggioranza. Il suo partito, il Likud, si conferma come la forza maggiore nel Paese, con 27 seggi. Stando a queste ultime rilevazioni – parziali, è bene ricordarlo – l’alleanza guidata da Eisenkot avrebbe guadagnato 49 posti nella Knesset.

«Dobbiamo formare un ampio governo di destra nazionale, forte, e fare di tutto perché non venga formato un governo con il sostegno dei partiti arabi», ha dichiarato Netanyahu. «Israele ha un’opportunità storica, unica, insieme al nostro partner, il presidente Trump, di eliminare per sempre la minaccia esistenziale costituita dall’Iran».

Da parte sua, Eisenkot ha definito Bibi «un primo ministro di transizione», intimandogli di non usare la sicurezza di Israele per i suoi scopi politici e invitando il personale delle forze di sicurezza a essere fermo «fermi contro qualsiasi tentativo di sfida». «Sarebbe un errore andare a nuove elezioni. È mio dovere fare tutto il possibile per realizzare la volontà del popolo», ha aggiunto.

I primi exit poll avevano dato come vincitore il blocco dell’ex capo di Stato maggiore delle Idf, e il fatto che in poche ore il risultato si sia ribaltato certifica il fatto che queste saranno, con tutta probabilità, consultazioni che si combatteranno fino all’ultimo voto.

Il tema della sicurezza e il rischio di stallo

I due sfidanti principali sono personaggi molto diversi. Uno è un politico di lungo corso, il premier più longevo della storia di Israele, mentre l’altro ha alle spalle una vita passata nelle forze armate. Sono in disaccordo su molti temi, tranne uno: la questione della sicurezza.

Sia Netanyahu, sia Eisenkot sono contrari alla formazione di uno Stato palestinese e hanno intenzione di continuare l’opera di smantellamento di Hamas nella Striscia di Gaza. E proprio questa vicinanza su un tema diventato, dopo il 7 ottobre, di fondamentale importanza per la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani potrebbe portare a uno stallo politico nel Paese.

Tutti i sondaggi precedenti al voto, infatti, davano le due coalizioni a pochissima distanza l’una dall’altra, ed entrambe ben lontane dal raccogliere il numero di seggi sufficienti a formare un governo. La partita è ancora tutta da giocare ma, se i sondaggi dovessero rivelarsi corretti, per lo Stato ebraico si aprirebbe un lungo periodo di trattative interne ai partiti, o il settimo ritorno alle urne in sette anni.

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