Benjamin Netanyahu ha registrato una performance elettorale superiore alle aspettative: una performance che la Casa Bianca sta valutando con attenzione. Pur perdendo alcuni seggi, il Likud si è confermato il primo partito. Inoltre la coalizione del premier è data a 53 seggi contro i 48 di quella capitanata da Gadi Eisenkot. Questo significa che sia i sondaggi che gli exit poll sono stati in larga parte smentiti. In questo quadro, Donald Trump, che la scorsa settimana aveva dato il proprio endorsement a Netanyahu, si è intestato il merito della sua buona prestazione elettorale.
«Ho sentito che se l’è cavata molto bene», ha detto, riferendosi all’alleato. «Quando è arrivato l’endorsement, gli è stato di grande aiuto», ha aggiunto. «Quando il presidente Trump ha appoggiato Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata e ora, anziché una sconfitta decisiva per un grande primo ministro, sembra piuttosto una grande rimonta, una situazione di stallo, o addirittura una vittoria per Netanyahu.
Trump si prende il merito della rimonta di Netanyahu: «L’endorsement è stato decisivo»
Tutto ciò è accaduto dopo l’appoggio del presidente Trump, che desidera solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Usa!», ha inoltre scritto su Truth, rilanciando il commento di un certo Irving C. Schwartz.
Rivendicando il merito della performance di Netanyahu, il presidente americano punta innanzitutto a cancellare l’onta della sconfitta elettorale di due suoi alleati, come Viktor Orbán in Ungheria e Flavio Bolsonaro in Brasile (per quanto, nel secondo caso, l’inquilino della Casa Bianca non avesse dato un endorsement esplicito).
Netanyahu e Trump, alleanza tra dissidi su Iran, Siria e Cisgiordania
Alla base del comportamento di Trump, si registrano tuttavia delle motivazioni più profonde. Il presidente americano mira infatti ad aumentare il proprio potere contrattuale nei confronti del premier israeliano. E adesso, intestandosi il merito della sua prestazione superiore alle aspettative, Trump vuole far capire a Netanyahu che il suo futuro politico dipende essenzialmente dalla Casa Bianca.
Nonostante siano alleati, non sono del resto mancati aspri dissidi tra i due nell’ultimo anno e mezzo. Netanyahu non ha mai digerito la distensione avviata da Trump verso il regime filoturco di Damasco e non ha affatto visto di buon occhio il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a giugno.
Non solo. Trump redarguì duramente il premier israeliano, quando l’Idf colpì una chiesa cattolica a Gaza nel luglio dell’anno scorso. Attriti tra i due si sono registrati anche sul Libano e, in particolare, sulla Cisgiordania.
Ben-Gvir e Smotrich sgraditi a Washington: la Casa Bianca punta alle larghe intese
L’amministrazione statunitense è infatti sempre più irritata dalla condotta dei coloni israeliani nella regione. E qui arriviamo a un punto decisivo. Secondo quanto riferito ieri da Ynet e dal Jerusalem Post, Washington vorrebbe che il prossimo esecutivo israeliano escluda gli esponenti più a destra dell’attuale coalizione di governo, vale a dire il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, e quello delle Finanze, Bezalel Smotrich.
L’amministrazione Trump è infatti da tempo indispettita per le loro posizioni massimaliste su Gaza, Libano e Cisgiordania. Questo allora vuol dire che, de facto, la Casa Bianca sta tifando per un governo di unità nazionale in Israele.
E infatti, interpellato ieri da Axios sulla questione, il presidente americano ha detto che «valuterà» la possibilità di promuovere le larghe intese. Con 53 seggi, la coalizione di Netanyahu (che, come detto, include i partiti di Ben-Gvir e Smotrich) resta lontana dalla maggioranza alla Knesset, che è a quota 61. Stesso discorso vale per la coalizione di Eisenkot che, come abbiamo visto, è attualmente a 48 seggi.
È dunque in questo stallo che vuole probabilmente inserirsi la Casa Bianca. È del resto verosimile ipotizzare che Trump possa vedere di buon occhio un’alleanza tra Netanyahu ed Eisenkot, il cui partito, Yashar, ha conquistato 21 seggi.
Ebbene, partendo dal numero di seggi attribuiti fino a ieri pomeriggio, se escludesse gli schieramenti di Ben-Gvir e Smotrich e includesse invece Yashar, la coalizione del premier arriverebbe alla maggioranza assoluta.
Netanyahu ed Eisenkot verso la grande coalizione: gli Accordi di Abramo e il nodo palestinese
Inoltre, al di là della matematica, Trump potrebbe gradire un’alleanza tra Netanyahu ed Eisenkot anche alla luce delle posizioni più severe che quest’ultimo porta avanti verso i coloni israeliani in Cisgiordania.
Senza poi trascurare che, secondo Ynet, il veto del presidente americano su Smotrich e Ben-Gvir sarebbe anche finalizzato a rilanciare gli Accordi di Abramo. Qui però potrebbe emergere un problema.
Per quanto riguarda la questione palestinese, Eisenkot non è un fautore della soluzione dei due Stati. In tal senso, il nodo risiede nel fatto che l’Arabia Saudita ha subordinato la sua adesione ai Patti di Abramo all’avvio di un processo concreto per l’istituzione di uno Stato palestinese.
È tuttavia possibile ipotizzare che, al netto di questa difficoltà, l’amministrazione Trump ritenga più facile trattare con Eisenkot che con due massimalisti come Smotrich e Ben-Gvir.
Chiaramente bisognerà capire se Netanyahu seguirà il presidente americano. Per adesso, il premier ha detto di voler formare «un forte governo nazionale ebraico di destra». Bibi entrerà quindi in conflitto con Trump? O le sue parole sono solo uno specchietto per le allodole?
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