La ratifica dell’accordo sulla delimitazione delle aree marittime tra Turchia e Libia può incidere sugli equilibri del Mediterraneo orientale. Il via libera è arrivato il 20 ottobre dalla Camera dei rappresentanti libica, con sede nella parte orientale del Paese, che ha approvato all’unanimità il memorandum firmato nel novembre 2019 dal governo di Tripoli guidato allora da Fayez al-Sarraj e da Ankara. La stessa assemblea ha revocato le decisioni con cui, nel 2020, aveva respinto gli accordi con la Turchia e disposto la rottura delle relazioni politiche.
La decisione segna un cambiamento importante nei rapporti tra Ankara e le autorità dell’est libico, vicine al generale Khalifa Haftar. Il memorandum definisce le rispettive zone di giurisdizione marittima, compresi la piattaforma continentale e i limiti delle zone economiche esclusive. Non attribuisce automaticamente alle aziende turche il diritto di sfruttare tutte le risorse del Mediterraneo orientale, ma rafforza le rivendicazioni di Ankara in un’area strategica per le possibili riserve di gas e petrolio offshore.
L’intesa ha riacceso le proteste di Grecia, Egitto e Cipro. Anche l’Unione europea ha contestato l’accordo: l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, ha dichiarato che non può produrre conseguenze giuridiche nei confronti degli Stati terzi e che viola i loro diritti sovrani. La controversia riguarda soprattutto il modo in cui il memorandum traccia i confini marittimi, senza riconoscere gli effetti che Atene attribuisce alle proprie isole, in particolare Creta e il Dodecaneso.
Ankara si avvicina alle autorità dell’est libico
La ratifica può essere letta anche come un segnale di riavvicinamento tra Ankara e le autorità della Libia orientale. Per anni la Turchia ha sostenuto militarmente e politicamente il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, anche durante la guerra contro le forze di Haftar. Quest’ultimo, invece, ha potuto contare in passato sul sostegno di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia, mentre la Francia ha mantenuto rapporti anche con gli interlocutori dell’est.
Il voto di Tobruk mostra che le vecchie contrapposizioni non impediscono oggi una maggiore cooperazione con Ankara. La Turchia ha infatti intensificato i contatti con le autorità orientali e considera la Libia un partner strategico sia per la sua posizione geografica sia per le sue risorse energetiche. La ratifica, tuttavia, non dimostra di per sé che Haftar abbia esteso il proprio controllo sulla Tripolitania: segnala piuttosto un possibile cambiamento degli equilibri tra gli attori libici e i loro alleati internazionali.
La Libia resta infatti divisa tra istituzioni rivali. A Tripoli opera il Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah, mentre nell’est il potere politico e militare fa capo alle autorità vicine a Haftar. Il memorandum era stato firmato nel 2019 dal precedente Governo di accordo nazionale, ma la ratifica della Camera dei rappresentanti riapre una questione che per anni ha alimentato lo scontro tra le due sponde del Paese.
Grecia ed Egitto contestano l’intesa
Atene sostiene che l’accordo turco-libico ignori i diritti marittimi delle isole greche e sia incompatibile con il diritto internazionale del mare. Anche il Cairo ha respinto la ratifica, ribadendo la propria opposizione a una delimitazione che considera lesiva dei suoi interessi. Nel 2020 Egitto e Grecia avevano firmato un accordo per delimitare parte delle rispettive zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale, in contrasto con le rivendicazioni sostenute da Ankara e Tripoli.
La questione non riguarda soltanto i confini sulla carta. Le aree marittime contese possono avere un valore rilevante per la ricerca e l’eventuale sfruttamento di idrocarburi, oltre che per la posa di cavi e altre infrastrutture sottomarine. Anche Israele ha interessi strategici nella regione e ha criticato l’intesa. Il nodo è quindi destinato a intrecciarsi con i progetti energetici e con la competizione per il controllo delle rotte del Mediterraneo orientale.
Tra le infrastrutture in gioco c’è il Great Sea Interconnector, il progetto di collegamento elettrico sottomarino che dovrebbe connettere Grecia e Cipro e, in una fase successiva, Israele. L’opera ha un costo stimato di almeno 1,9 miliardi di euro per la componente principale del collegamento, ma deve ancora affrontare questioni finanziarie e operative. Le tensioni tra Grecia e Turchia sulle delimitazioni marittime rappresentano uno dei fattori geopolitici che possono complicarne lo sviluppo.
La partita strategica coinvolge anche l’Italia
L’Italia non è direttamente parte della controversia sulla delimitazione marittima, ma ha interessi rilevanti in Libia, a partire dalla sicurezza energetica e dalla gestione dei flussi migratori. Roma ha tradizionalmente sostenuto le istituzioni di Tripoli, mantenendo al tempo stesso canali di dialogo con le autorità orientali e con il campo di Haftar. Un rafforzamento dei rapporti tra Ankara e la Cirenaica potrebbe dunque modificare gli equilibri con cui l’Italia deve confrontarsi nel Paese.
La politica turca verso la Libia viene spesso letta alla luce del cosiddetto neo-ottomanismo, espressione utilizzata per descrivere una strategia di maggiore influenza nelle aree che appartennero all’Impero ottomano. È una chiave interpretativa, non una definizione ufficiale dell’intera politica estera di Ankara. In ogni caso, la posizione geografica della Libia, le sue risorse energetiche e l’accesso al Mediterraneo centrale ne fanno un tassello importante nella strategia regionale turca.
La ratifica del memorandum non risolve le controversie giuridiche e politiche che circondano l’accordo. Al contrario, riporta al centro una disputa in cui si sovrappongono interessi energetici, sovranità marittima e rivalità tra potenze regionali. Il rischio è che la competizione sulle risorse e sulle infrastrutture finisca per aggravare ulteriormente le tensioni nel Mediterraneo orientale.
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