aldo ferrari russia
Soldati russi su un cingolato. Nel riquadro lo storico Aldo Ferrari (Ansa)

Lo storico Aldo Ferrari studia la Russia da 45 anni. E ci tiene a precisare che è un amore nato dalla contrapposizione. Alla mia domanda sulla provenienza di questo interesse per l’Unione Sovietica, poi diventato passione, risponde: «Quando ho iniziato a fare questo lavoro in effetti c’era ancora l’Urss ed io ero antisovietico, poi si sa, crescendo si inizia a capire che nel mondo non è tutto per forza bianco o nero: e così ho iniziato ad appassionarmi alle sfumature».

La guerra in Ucraina è una guerra che nessuno sa concludere. Professore, dopo 4 anni dall’invasione russa, perché non è ancora stato possibile costruire un percorso credibile per la pace?

«Le ragioni sono semplici e complicate al tempo stesso. Le due parti coinvolte nel conflitto, Russia e Ucraina, hanno visioni opposte su come mettere fine alla guerra, si sa. La Russia vuole molto di più oltre alle regioni già annesse nel 2022 e l’Ucraina non ha intenzione di negoziare fuori dall’opzione del suo ingresso nella Nato.

Inoltre, l’Ucraina vuole riprendersi tutti i territori e l’indipendenza. Mentre Putin ha appena dichiarato che il Donbass è di competenza russa. Le due posizioni sono inconciliabili, mi pare evidente. Sulla vittoria dell’una o dell’altra Trump, intanto, avrebbe dovuto mediare ma il presidente Usa appare confuso e incerto. Quindi non si può arrivare a trattative di successo né sul terreno, né a livello diplomatico».

Quindi la pace resta lontana?

«Come dicevamo, Putin vuole il Donbass e questo non è certamente un segreto. Nel mirino ci sono altre due città, Sloviansk e Kramatorsk, ultra-difese e fortificate, che la Russia potrebbe conquistare con scontri palazzo per palazzo e battaglie terrificanti: gli ucraini stanno resistendo ma la Russia comunque prevarrà, con una lentezza impressionante, ma prevarrà».

Lei sostiene che l’Occidente abbia delle responsabilità nell’evoluzione della crisi. Quali sono concretamente gli errori che imputa a Stati Uniti e Unione europea?

«Sono una delle persone, non credo tra l’altro di essere isolato, che pur non negando l’invasione e la responsabilità russa sulla guerra, giudica la situazione alla radice: all’origine della scelta di Putin ci sono altre scelte per cui Mosca ha ritenuto di dover agire. Noi occidentali non lo vogliamo riconoscere, ma è stata la mossa di voler espandere la Nato verso Est ad aver acceso la miccia.

La mia non è la volontà di giustificare la Russia, ma quella di Putin è stata una specie di reazione al superamento di una linea rossa, l’annessione dei Paesi Baltici prima, e la promessa per bocca degli Usa all’Ucraina, dopo…».

Però rispetto all’annessione con la forza della Crimea nel 2014, Putin questa volta ha dovuto fare i conti con una variabile inaspettata: la resistenza ucraina, primo fra tutti, del suo presidente Zelensky, non trova?

«Zelensky non è così importante. Lui rappresenta il potere in Ucraina, è vero, e dobbiamo dargli il merito di non essere scappato. Oggi è ancora lì e gli va riconosciuto il coraggio di aver motivato un’intera nazione, ma non è tutto successo grazie a lui. Quando Zelenskyy venne eletto contro Poroshenko promise, oltre alla lotta alla corruzione, di risolvere la questione con la Russia. Ovvero trovare una soluzione sul possibile ingresso dell’Ucraina nella Nato, in accordo con la Russia».

Putin, ormai è acclarato, ha fatto male i calcoli con quella che pensava potesse essere una guerra lampo, sottovalutando le risorse tecnologiche degli ucraini?

«Assolutamente sì, Putin ha certamente sbagliato valutazione, pensando che gli ucraini non avrebbero combattuto, ed è stato un errore di previsione gravissimo. I russi, infatti, hanno invaso con forze insufficienti nel 2022 e hanno poi subito la controffensiva ucraina del 2023.

Le milizie in campo non sono sufficienti ma restano delle alternative non utilizzate dai russi, per esempio, l’arma della leva generalizzata: in questo caso la forza dell’esercito diventerebbe imparagonabile, ma Putin non vuole dichiarare alla popolazione la sua difficoltà. I droni fanno parte di uno scenario che intanto mette l’Ucraina in parità bellica ma soprattutto Kiev deve ringraziare anche l’Occidente per il livello tecnologico così avanzato che è stato raggiunto».

Sull’invio di armi a Kiev, in realtà, l’Europa rischia di spaccarsi.

«Credo di sì e francamente penso che l’Europa aiuti forzatamente la resistenza ucraina senza fare però la mossa finale, cioè pragmaticamente sostenere l’Ucraina alla lunga potrebbe logorare il Paese. L’Unione europea dovrebbe indurre le parti a trattare».

Ma un’Europa più accondiscendente rischia di creare il precedente nei confronti di un Paese invasore…

«Sì, potrebbe essere che per una volta nella storia si dia ragione a un Paese invasore e non a quello invaso: per il bene degli ucraini forse è giunto il momento di destinare i soldi alla ricostruzione e non al combattimento. La Russia esiste. Poi che non si voglia affrontare il problema è sbagliato. L’Europa ha bisogno della Russia per l’approvvigionamento del gas e quindi bisognerebbe pensare a un’architettura di pace che riporti Putin nelle condizioni di essere un partner economico».

Lei crede che l’incontro a tre Trump-Zelensky-Putin alla fine si farà?

«Si farà quando le diplomazie troveranno un pre-accordo, prima che si sia arrivati a un sostanziale accordo sui punti su cui discutere. Oggi vige una democrazia da talk show ma per risolvere una guerra così impegnativa che dura da decenni serve lavorare attraverso numerosi incontri preparatori e definire prima i punti cruciali. Non è ancora successo nulla di tutto ciò. I grandi congressi di pace duravano anni ma gli Stati Uniti hanno personaggi improbabili che non sanno trattare. Nulla di serio è ancora successo, così non si può partire».

Oggi si parla di allargare il G7 di dicembre alla presenza di Putin. La Russia non dovrebbe essere isolata?

«Ma questa cosa l’ha detta Trump, tra l’altro non sapendo neanche se Putin abbia intenzione di rientrare e sedersi al tavolo dopo essere stato cacciato in seguito all’annessione forzata della Crimea. Mi sembra che si utilizzi un doppio standard perché seguendo il ragionamento della violazione del diritto internazionale allora quest’ultimo è stato violato anche dagli Usa con l’invasione dell’Iraq».

L’Ucraina è un Paese europeo però…

«Cioè il diritto internazionale vale soltanto per l’Occidente? Non esiste una graduatoria di Stati buoni e cattivi. E che un Paese sia democratico o meno, europeo o no, non può essere invaso. L’Ucraina è stata invasa al pari dell’Iraq».

Lei esclude un possibile ampliamento dell’invasione russa nei confronti di altri Paesi europei?

«Studio la Russia da 40 anni, ma potrei sbagliarmi, e mi chiedo: perché Putin dovrebbe invadere un Paese membro della Nato? Continuare a gridare al lupo in tal senso è soltanto controproducente. Stiamo preparando i nostri Paesi a uno scontro che non esiste, creiamo preoccupazione parlando di sconfinamento di droni, Polonia minacciata al fronte: sono tutte bufale! Si tratta di propaganda che rischia di provocare ciò che, invece, dovremmo evitare».

Non vede uno sbilanciamento di Trump in queste trattative?

«Trovo difficile e complicato parlare di Trump, però essendo un presidente democraticamente eletto guardiamo il suo operato per quello che è: per lui si tratta di una guerra che vorrebbe vedere finita per motivi cinici ed economici. Noi europei con il nostro sostegno incondizionato senza progetto siamo quasi più nemici degli ucraini rispetto allo sconclusionato Trump».

Cosa non capiamo e ci sfugge della Russia e del modo di ragionare di Putin?

«Sono state scritte enciclopedie su Putin: noi non è che non lo capiamo, ma non vogliamo accettarlo per quello che è, ed è diverso».

Lei crede nell’esistenza di una regia russa dietro i disordini delle piazze che abbiamo visto in questi giorni, in particolare a Milano?

«Dire questa cosa significa non voler capire le ragioni sociali della protesta e gridare all’intervento russo significa non sapere niente o fare propaganda contro la Russia».

Non è un caso, secondo lei, che i disordini siano scoppiati in tre Paesi a un passo dalle urne, come Italia, Francia e Albania?

«Io non posso affermare che sia un caso e non voglio sostenere qualcosa di cui non sono certo. Mi sembra un ragionamento poco fondato, è comodo gridare ai russi per una protesta sociale, invece di risolverla».

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