C’è l’ombra di un Qatargate sulle elezioni israeliane che ieri, man mano che andava avanti lo scrutinio delle doppie buste, rafforzavano il blocco che fa capo a Benjamin Netanyahu e ridimensionavano un po’ il risultato dei partiti arabi. Attorno all’exploit di queste liste, in un primo momento accreditate di 19 seggi ma che a fine conteggio potrebbero scendere a 18, si è addensata una cortina di sospetti. Già martedì sera il Likud, il partito di Netanyahu che contrariamente ai sondaggi si è confermato il più votato ottenendo almeno 27 seggi su 120 alla Knesset, sosteneva che le «liste arabe hanno rubato il voto e si sono rese protagoniste di brogli elettorali».
Elezioni in Israele, indagini su presunti brogli e interferenze del Qatar
La Commissione centrale elettorale, presieduta dal giudice Noam Sohlberg, ha chiesto alla polizia e allo Shin Bet (il servizio di sicurezza interno) di avviare indagini sia sui presunti brogli sia sulle eventuali interferenze del Qatar. Le indagini sono basate non soltanto sugli indizi forniti da Likud, che ha accusato le liste pro Pal di «sostenere il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico attraverso gravi reati penali quali corruzione, minacce, violenza, frodi elettorali», ma anche su altri riscontri che sono stati definiti «solidi» dallo Shin Bet.
In effetti, dopo l’arresto di tre persone nel Sud d’Israele il giorno stesso delle votazioni, ieri sono stati portati in cella quattro attivisti del partito Ra’am (tre sarebbero presidi di scuole) accusati di avere pagato gli elettori perché votassero la lista di Mansour Abbas, che ha smentito ogni coinvolgimento. Per la polizia, però, le accuse di brogli sono infondate; invece secondo il capo dello Shin Bet, David Zini, le informazioni ricevute sulle interferenze qatarine sono «eccezionalmente gravi».
I sospetti sui finanziamenti del Qatar e la reazione di Doha
Il Qatar avrebbe pagato gli elettori affinché votassero le liste arabe e le avrebbe sostenute finanziariamente. Sui sospetti d’interferenza è intervenuto anche il presidente della Repubblica Isaac Herzog, che all’inizio della prossima settimana vorrebbe iniziare le consultazioni per formare un governo di unità nazionale che veda protagonisti tanto Netanyahu quanto Gadi Eisenkot, il leader di Yashar che ha raccolto 48 seggi. «Questo è un momento delicato. L’integrità delle nostre elezioni costituisce un valore democratico supremo», ha detto Herzog, «le prove e le accuse devono essere oggetto di un’indagine approfondita».
Il giudice Noam Sohlberg ha confermato che non ci sono brogli accertati e così Dean Livne, il direttore generale della Commissione elettorale centrale. Herzog ha ribadito: «Sto seguendo da vicino gli sviluppi delle indagini; non dobbiamo infangare un’intera comunità che ha cercato di prendere parte attiva alla democrazia».
Dal Qatar è arrivata una dura presa di posizione. Majed Al Ansari, portavoce del ministro degli Esteri, ha commentato: «Smentiamo categoricamente le affermazioni secondo cui il Qatar avrebbe interferito nelle elezioni israeliane o finanziato attività volte a influenzarne l’esito: si tratta di accuse tanto ridicole quanto pericolose».
Netanyahu, Eisenkot e il confronto politico dopo il voto
Tuttavia, la sinistra israeliana e in particolare il leader dei democratici Yair Golan, secondo quanto riferisce il Times of Israel, dopo un primo colloquio con Eisenkot, che ha esortato a stringere un’alleanza con i partiti arabi (potrebbero avere la maggioranza alla Knesset, ma il leader di Yashar ha escluso questa possibilità) sostiene che Netanyahu accusa gli arabi e il Qatar per mascherare la sua sconfitta. Che a dare retta ai risultati non si sarebbe realizzata.
Elezioni israeliane, i risultati parziali e il rebus della maggioranza alla Knesset
È stato completato lo scrutinio dei voti espressi nelle urne: la coalizione guidata dal premier uscente avrebbe 53 seggi contro i 48 di Eisenkot e i 19 delle due liste arabe. Ma non è un risultato definitivo: ci sono ancora da «leggere» i circa 480.000 voti delle «doppie buste» espressi dai militari al fronte, dai ricoverati negli ospedali e dal corpo diplomatico. Queste buste valgono dai 12 ai 14 seggi. Dopo lo scrutinio di 233.815 schede il Likud resta in testa con il 18,62% dei voti, seguito da Yashar con il 14,92%, Yachad con il 13,57%. Il Partito sionista religioso si attesta al 10,37%, davanti a Otzma Yehudit con l’8,11%.
Così Netanyahu salirebbe forse di uno o due seggi, resterebbe fermo a 48 seggi Eisenkot, mentre scenderebbero a 18 o 17 seggi i partiti arabi. Un verdetto definitivo presumibilmente non si avrà prima del prossimo shabbat. Con questi numeri Netanyahu non ha comunque la maggioranza assoluta di 61 deputati alla Knesset e dunque si dovrebbe percorrere la strada già tracciata da Herzog di un governo che veda un’alternanza alla guida dell’esecutivo dei due maggiori contendenti. La non sconfitta di Netanyahu ha suscitato una nuova ondata di antisemitismo in tutta Europa, dove sui social si leggono meme e post di questo tenore: «Col voto gli israeliani sono complici dell’assassino Netanyahu nel genocidio» o «Israele popolo di assassini».
Segno evidente che l’Europa, vittima della propaganda pro Pal, ha capito poco di quanto accaduto a Tel Aviv. Chemi Peres, figlio di Shimon, il premio Nobel israeliano per la pace che nel ’93 firmò gli accordi di Oslo per arrivare «due popoli due Stati» stracciati poi dai palestinesi, ha dato una lettura puntuale: «Gli israeliani si fidano di Netanyahu perché sanno che con lui al potere mai sarà riconosciuto lo Stato palestinese».
Il voto in Israele e il fermo di cinque attivisti italiani in Cisgiordania
L’Italia osserva preoccupata. La Farnesina si è attivata per ottenere informazioni sul fermo di cinque attivisti italiani nei pressi del villaggio di Al Lubban al-Gharbiyye, in Cisgiordania, mentre erano vicini a contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato a Gerusalemme hanno chiesto alle autorità israeliane chiarimenti immediati. I cinque si trovano in stato di fermo presso una stazione di polizia.
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