Le elezioni americane di metà mandato diranno molto sul consenso di Donald Trump, ma difficilmente cambieranno la sostanza della sua politica. Secondo Dario Fabbri, gli Stati Uniti hanno ormai archiviato l’idea di un mondo destinato a diventare americano e chiedono all’Europa di assumersi nuove responsabilità. Sullo sfondo restano la sfida con la Cina, la guerra in Ucraina e le tensioni che attraversano l’Europa, dalla Germania alla Francia.
Dario Fabbri, analista di geopolitica e direttore di Domino, mi rendo conto che farle questa domanda, oggi, a un giorno dalle elezioni di Midterm, può sembrare un azzardo: ma cosa succederà domani?
«I democratici dovrebbero, secondo i sondaggi, prendere la Camera bassa, la Camera dei rappresentanti. Al Senato, anche lì secondo i sondaggi, dovrebbero avere un buon risultato. Ricordiamo che al Senato c’è soltanto un terzo dei seggi in ballo più altri due, ed è più complicato. Però in generale dovremmo assistere ad una vittoria dei democratici, dove il dovremmo è molto, molto grande».
Trump riuscirebbe a governare anche se perdesse la maggioranza di una delle due Camere: ma cosa cambierebbe?
«Niente. Cambia certamente l’umore, la scenografia. C’è la sensazione che gli Stati Uniti stiano valutando molto negativamente l’operato dell’amministrazione Trump. Ma Trump non governa col Parlamento in nessuna maniera. L’unico passaggio reale è quello che noi chiameremmo della legge di Bilancio, che per forza deve passare per il Parlamento. Per tutto il resto Trump va avanti con editti e la sua interlocuzione semmai è con la magistratura. Che più o meno boccia la metà dei suoi provvedimenti. Ma non c’è un’interlocuzione tra l’amministrazione Trump e il Congresso.
Trump ha un’interlocuzione con la magistratura, con l’alta magistratura, e poi con gli apparati, ovvero con il Pentagono, la Cia e il Dipartimento di Stato. Quindi le elezioni sono importanti per il sentimento che trasferiscono, cioè ci raccontano quello che pensano gli americani su ciò che sta facendo Trump: dazi, richiesta di riarmo, guerra in Iran, su tutto questo. Il dato politico è fondamentale nell’immediato, il dato concreto non sarà granché».
Trump, l’Iran e il cambiamento degli Stati Uniti
Come è cambiata la presidenza Trump dal 5 novembre 2024? Il presidente eletto ha disatteso le promesse fatte agli americani, soprattutto in politica estera? Penso all’attacco iraniano.
«Mai Trump avrebbe annunciato un attacco all’Iran. Eppure, è successo con errori gravi di calcolo nei confronti dell’Iran e della società iraniana. L’idea è che essenzialmente fosse facile: noi andiamo lì, bombardiamo, decapitiamo il regime, ne creiamo un altro, facciamo come ci pare, in un mese stiamo tutti a casa. Invece si ritrovano non solo col regime che è al suo posto, il programma nucleare pure, ma con Hormuz chiuso. E questo è un disastro, ovviamente. Quindi l’amministrazione Trump è cambiata perché ha preso una strada che non si aspettava in nessun modo».
E gli Usa come sono cambiati? Glielo chiedo perché domani 3 novembre non è soltanto la data delle elezioni Usa ma il giorno dell’uscita del suo libro L’Impero e il Diluvio, in cui parla anche dell’egemonia statunitense.
«Gli Stati Uniti stanno cambiando e, senza dubbio, rispetto a 20 anni fa sono molto cambiati. Adesso vivono una fase in cui rinnegano tutto ciò che avevano raccontato più o meno per 50 anni, soprattutto dagli anni Novanta in poi. E cioè che noi europei avremmo dovuto star tranquilli, noi che siamo i loro satelliti alleati, che il mondo sarebbe diventato americano, che loro erano buoni e ci avrebbero accarezzato. Probabilmente per sempre. Invece adesso hanno cambiato narrazione e ci dicono: vi dovete riarmare, dovete essere presenti, dovete essere in campo contro la Cina, o chissà contro chi altri.
Ecco, contro la Russia è difficile da dire, visto che poi gli americani trattano con la Russia, però sono molto cambiati in questo senso. Cioè non credono più alla fine della Storia, non credono più al fatto che il mondo stia diventando americano, al fatto che basti per noi occuparci di economia, anzi, ci mettono una tassa, che è quella dei dazi. E così ci chiedono di tornare alla realtà imponendoci addirittura il riarmo. Il mio libro tratta di questo, tratta del perché gli americani rinneghino la fine della Storia e ci scuotano, anzi ci insultino molto spesso. Noi siamo abituati agli Stati Uniti con le loro ruvidità, ovviamente, ma gli americani ci hanno sempre un po’ coccolato e si sono più volte eretti a nostri difensori, a quelli che esportano la democrazia, a quelli che stanno sempre dalla parte dei buoni, anche se, ovviamente non poteva essere vero».
Perché, dunque gli americani ce l’hanno tanto con l’Europa?
«Ce l’hanno con noi perché vorrebbero scuoterci, cioè dicono: noi americani saremo distratti dalla questione Cina nei prossimi anni, saremo concentrati lì, nell’Estremo Oriente. Voi europei ci dovrete dare una mano e vi dovete anzitutto riarmare perché qualora capitasse una guerra tra Stati Uniti e Cina, questa guerra sarebbe più che regionale. Quindi ci vorrebbe anche il supporto dei Paesi europei contro Pechino. Dall’altro lato gli Usa dicono: noi saremo occupati altrove, voi dovete riarmarvi per occuparvi dell’Europa.
E in questo senso ce l’hanno con noi perché abbiamo seguito semplicemente i loro suggerimenti: disarmatevi, occupatevi di economia, tanto lì fuori non succederà più niente, la Storia è finita, l’umanità ci abbraccerà e parleranno tutti inglese. In maniera molto colpevole noi abbiamo creduto a questa narrazione e ora ce l’hanno con l’Europa, cioè come se fosse colpa nostra. Il ruolo di Trump è esattamente questo. Gli insulti che l’amministrazione Trump ci riserva nascono da questo. La prossima amministrazione, nel solco trumpiano o di un altro colore politico, avrà questi obiettivi».
Germania, AfD e la rivolta identitaria dell’Est
Anche l’Europa sta cambiando. Il vento di destra ha travolto la Germania. O meglio le Germanie, come le definisce nel suo ultimo numero di Domino. Perché il voto dell’Afd in Sassonia sarebbe il motore di una profonda rivolta identitaria?
«La Germania è un Paese molto diverso da noi, nel senso che vive una fase demografica simile, ma non è una nazione. L’Italia è un Paese molto omogeneo ma che non sa di esserlo. La Germania è un Paese molto disomogeneo che sa anche di esserlo. La Germania è composta da ceppi che si considerano proprio diversi etnicamente fra di loro, che parlano spesso lingue diverse: l’alto tedesco, il tedesco piatto. Hanno religioni diverse. Che diremmo se l’Italia avesse metà della popolazione protestante e metà cattolica? Per noi sarebbe incredibile.
L’Italia conta grandi differenze, ovviamente, tra nord, centro, sud. Differenze socioeconomiche, ma non etniche. Mentre in Germania c’è proprio la percezione di appartenere ad altri popoli. Alternative für Deutschland incarna questo, cioè nasce all’Ovest: dimostrazione di come poi i partiti siano scatole vuote e alla fine sia necessario metterci dentro qualcosa. Afd nasce nell’ex Germania Ovest ma diventa il partito identitario dell’ex Germania orientale, soprattutto dei sassoni e dei prussiani. Prussiani che formalmente non esistono più perché sono stati aboliti giuridicamente, ma i prussiani oggi hanno una percezione di sé: è il tentativo di questi tedeschi orientali di reclamare il potere, di contare nello Stato federale. Può Afd arrivare a governare il Paese? È molto, molto complicato perché i tedeschi orientali sono pochissimi».
C’è un’analogia tra la destra tedesca radicale e quella nazionalista francese di Marine Le Pen?
«Tutte le destre, tutte le sinistre sono diverse fra di loro. La destra tedesca non c’entra niente con quella francese. Noi vediamo similitudini nella loro dialettica: sono contro gli immigrati, contro alcune politiche sociali considerate troppo progressiste, ma la destra tedesca è quella che ho provato a raccontare, cioè una destra etnica di alcune parti della Germania. La destra francese è la destra di una nazione.
La Francia è diventata da tempo, da secoli, una nazione e la destra francese è la destra tipica di un Paese che non riesce ad assimilare la parte più viva e giovane della sua società, che sono i figli e i nipoti degli immigrati. Alternativa für Deutschland si muove in un contesto dove gli immigrati quasi non ci sono, perché gli immigrati in Germania sono tutti nella Germania Ovest. In Francia è esattamente il contrario, cioè la destra si muove in quei contesti dove si sente più forte la presenza di immigrati non assimilati, dove si sente più forte in generale il malcontento sociale. Il vento di destra c’è in senso dialettico, perché dicono più o meno le stesse cose, ma sono contesti molto diversi.»
Ucraina, la pace e il ruolo della Cina
Parliamo di Russia, quali condizioni potrebbero realmente portare Putin a mettere fine alla guerra?
«L’offerta degli americani è un’offerta che ai russi piace e consente agli Stati Uniti di togliere parzialmente il Cremlino dalle grinfie della Cina. Alla Russia verrebbe dato il mantenimento dei territori che ha occupato, il Donbass, più una zona cuscinetto di scambi di territorio tra Kherson e Zaporizhzhia, ma l’Ucraina resterebbe agganciata all’Occidente. La Crimea come ovvio rimane alla Russia. Un anno fa Putin rifiutò questa offerta, perché era convinto di poter rosicchiare altro terreno sul campo. L’ultimo anno di guerra è andato male per gli ucraini, ma anche per i russi e quindi oggi gli Stati Uniti rilanciano la stessa offerta, addirittura proponendo un vertice trilaterale: ma tutta questa manovra è anticinese.
Il problema vero per gli Stati Uniti è questo, cioè la Russia è diventata il serbatoio della Cina. Idrocarburi, qualsiasi tipo di materia prima, addirittura il grano che la Cina compra a mani basse e soprattutto in grande quantità, pagandolo sotto il prezzo di mercato e a rate dalla Russia: la Cina è un Paese che ha molte difficoltà, ma che si ritrova a pescare dalla Russia troppo facilmente. Quindi il vertice si può fare, a patto che i cinesi stiano al gioco».
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