- Uno scoop di «Politico» affossa Joe Biden, che crolla nei sondaggi. Contro di lui si scatena Donald Trump, ma anche lo stato maggiore dem.
- Sale a 200 morti e 200 feriti il bilancio del devastante attentato all’aeroporto di Kabul di giovedì. Sarebbe stato solo uno il kamikaze. Rientrato l’ultimo C-130 italiano. Roma prova a far muro contro la richiesta americana di riaprire il centro d’accoglienza in Sicilia.
Lo speciale contiene due articoli.
La crisi afgana continua ad agitare pesantemente le acque nel panorama politico statunitense. Joe Biden si trova infatti sempre più in difficoltà. E una recente rivelazione di Politico lo ha gettato ancora di più nell’imbarazzo. Secondo quanto riportato giovedì dalla testata, l’amministrazione americana avrebbe fornito ai talebani una lista delle persone che dovrebbero essere evacuate. La mossa, nelle intenzioni della Casa Bianca, avrebbe avuto come scopo quello di accelerare le operazioni di evacuazione. Una versione che non ha convinto tutti e che, secondo Politico, «ha suscitato indignazione dietro le quinte di parlamentari e funzionari militari». Da più parti si teme infatti che, consegnando ai talebani simili liste, possa essere messa a repentaglio la sicurezza dei soggetti in esse inclusi.
Non sarà del resto un caso che, durante la conferenza stampa di giovedì, Biden si sia mantenuto estremamente vago sulla questione. «Non posso dirvi con certezza che in realtà ci sia stata una lista di nomi», ha dichiarato. Il problema degli elenchi rappresenta soltanto l’ultimo tassello di un caos che sta montando ogni giorno di più. L’imperizia con cui si sta gestendo l’evacuazione ha infatti notevolmente indebolito la posizione del presidente americano. E i sanguinosi attentati di giovedì hanno peggiorato la situazione.
Tuttavia, al di là del boomerang politico, la faccenda delle liste potrebbe presentare anche un’ulteriore chiave di lettura. Non è infatti escludibile che i servizi segreti americani stiano cercando di instaurare dei canali sotterranei con il nuovo regime talebano o magari soltanto con alcuni suoi pezzi. Il che potrebbe garantire nel medio termine agli Stati Uniti la possibilità di creare indirettamente le condizioni per una destabilizzazione ai danni dei propri avversari: dall’Iran alla regione cinese dello Xinjiang. Non è del resto impensabile che potesse essere questo uno degli obiettivi dell’amministrazione Trump, quando a febbraio 2020 siglò l’accordo di Doha. Certo: non è dato sapere al momento se la questione delle liste rientri in questa (probabile) strategia dell’intelligence statunitense. Sbaglierebbe comunque chi pensasse che il ritiro statunitense – per quanto operativamente condotto in modo disastroso – implichi automaticamente un futuro disinteresse di Washington per le dinamiche afgane. Pechino non può in tal senso dormire sonni troppo tranquilli. Non bisogna d’altronde sottovalutare la natura composita (e doppiogiochista) dello schieramento talebano. A complicare la situazione ci si è poi messa la Turchia, che ha tenuto ieri i suoi primi colloqui con i «barbuti».
Nel frattempo, Biden continua a navigare tra i marosi della politica interna. I repubblicani sono su tutte le furie, a partire dall’ex presidente Donald Trump, che giovedì ha tuonato: «Sembriamo degli sciocchi in tutto il mondo. Siamo deboli. Siamo patetici. Siamo guidati da persone che non hanno idea di cosa stanno facendo». Tutto questo, mentre sta aumentando il numero di esponenti dell’Elefantino che invoca un’uscita di scena del presidente. Il senatore Josh Hawley ne ha chiesto le dimissioni, mentre il suo collega Lindsey Graham ha proposto un processo di impeachment. Altri, come il senatore Rick Scott, hanno ventilato l’ipotesi di una destituzione tramite il venticinquesimo emendamento. Inoltre, lo stesso Graham, insieme al deputato Mike Waltz, ha chiesto ieri «all’amministrazione Biden di riconoscere che la Costituzione afgana è ancora intatta e che la presa di potere dei talebani afgani è illegale». Una richiesta che punta a mettere il presidente americano con le spalle al muro.
Ma l’irritazione sta crescendo anche in seno al Partito democratico. L’altro ieri, l’influente presidente della Commissione esteri del Senato, Bob Menendez, ha dichiarato: «Una cosa è chiara: non possiamo fidarci dei talebani per la sicurezza degli americani». «Questa è una crisi umanitaria a tutti gli effetti e il personale del governo degli Stati Uniti, che già lavora in circostanze estreme, deve mettere in sicurezza l’aeroporto e completare la massiccia evacuazione dei cittadini americani e degli afghani vulnerabili», ha aggiunto. Una dichiarazione che è stata interpretata come una (neppur troppo velata) critica all’operato del presidente.
Un presidente che, per inciso, continua a crollare nei sondaggi. In particolare, secondo una rilevazione Ipsos/Reuters pubblicata ieri, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe perso ben sei punti percentuali rispetto a giugno tra gli elettori indipendenti. Il campanello d’allarme è quindi sempre più preoccupante non solo in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno, ma anche guardando al 2024. E intanto l’ombra di Jimmy Carter , che si giocò la rielezione nel 1980 anche a causa della crisi degli ostaggi in Iran, continua ad allungarsi sul canuto capo di Biden.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >