- Il Paese conta centinaia di soggetti venuti in contatto con Isis e talebani. Il caos alimenta le cellule: un rischio per l’Europa.
- Tokayev ringrazia Putin per i soldati e soffoca la rivolta: decine di morti e 3.000 arresti.
Lo speciale contiene due articoli.
Uranio, terre rare, petrolio e l’egemonia nella regione. Sono queste le evidenti motivazioni che hanno spinto il presidente russo Vladimir Putin a correre in soccorso delle autorità del Kazakistan, che stavano rischiando un vero tracollo a seguito delle manifestazioni di piazza che la polizia kazaka faticava sempre di più a gestire.
Ma c’è di più, i servizi segreti di Mosca hanno da tempo riferito al Cremlino di come i fondamentalisti islamici dell’Asia Centrale nell’ultimo anno abbiano ritrovato compattezza: non parliamo solo dei gruppi che sono affiliati allo Stato islamico, perché il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan è stato un autentico «toccasana» per coloro i quali hanno giurato fedeltà agli «studenti del Corano» e ad Al-Qaeda. Vladimir Putin è furibondo con il governo di Kabul da quando nell’ottobre scorso l’intelligence russa gli ha mostrato una serie di report nei quali ci sono i numeri e i nomi di coloro che fanno la spola tra l’Afghanistan e le repubbliche dell’Asia centrale – senza contare la Russia – e che minacciano direttamente Mosca (come lo stesso Putin ha ricordato alle fine del 2021, quando ha parlato di come l’intelligence russa «sia riuscita a sventare solo nel 2021 più di 100 attacchi terroristici»).
Il Kazakistan è proprio una delle nazioni che più agitano il sonno del Cremlino: negli ultimi 10 anni il paese ha vissuto un aumento del terrorismo islamista. Il primo segnale fu nel 2011, quando un attentatore suicida attaccò la sezione del Comitato per la sicurezza nazionale nella città di Aktobe. Da allora si sono verificati diversi attacchi contro spazi pubblici, ad esempio centri commerciali e scuole per l’infanzia, così come sono state attaccate le forze di sicurezza, sia kazake sia russe. Nel 2019 le forze di sicurezza nazionali hanno annunciato di aver sventato numerosi complotti organizzati da almeno sette gruppi radicali che operavano nel paese. Un chiaro segnale che la situazione era sfuggita di mano e gli oltre 800 cittadini kazaki (queste le cifre ufficiali, ma secondo stime attendibili in realtà sarebbe stati quasi il doppio) che negli anni sono partiti per andare a combattere nel «Siraq» sotto le bandiere dello Stato islamico, erano inquadrati nella spietata katiba (battaglione) dei miliziani provenienti dall’Asia centrale, all’epoca comandata dal georgiano e ceceno d’adozione Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili, non sono che una parte del problema perché gli oltre 400 combattenti kazaki (più donne e bambini) che sono stati poi rimpatriati nel loro paese d’origine con le operazioni Zhusan e Rusafa, (dove le autorità hanno tentato di reintegrarli nella società), hanno trovato un paese alle prese con la disoccupazione crescente e molti problemi sociali che non sono certo le condizioni ideali per rifarsi una vita.
Le autorità kazake non hanno mai diffuso il numero di coloro che sono stati fermati prima di partire per il Medio Oriente, ma secondo gli stessi servizi segreti russi i numeri sarebbero da capogiro, così come non hanno mai tenuto il conto (o hanno preferito glissare) su coloro che nei decenni si sono fatti affascinare dall’estremismo islamico dei talebani e anche qui il numero sarebbe impressionante, sempre secondo gli 007 di Mosca. Quello che sappiamo è che esistono rapporti consolidati tra i gruppi terroristici in Kazakistan e i gruppi che operano nel Caucaso settentrionale così come in Afghanistan. Tra le sigle più organizzate c’è il Jund al-Khilafah (Soldati del Califfato) che attraverso piccole sigle affiliate si è mosso anche fuori dal Kazakistan, ad esempio nell’Afghanistan orientale, nelle Aree tribali del Pakistan di amministrazione federale (Fata) e nel Caucaso settentrionale.
I predicatori del male hanno sfruttato nell’ultimo decennio il progressivo impoverimento della popolazione, in particolare nelle regioni meridionali e occidentali ricche di petrolio dove l’aumento della popolarità dell’Islam conservatore, insieme alla sospetta infiltrazione di reti terroristiche internazionali come Al-Qaeda e lo Stato Islamico, hanno fatto saltare il banco tanto che le autorità kazake considerano grave il livello di minaccia terroristica per il Paese.
Non è un caso quindi se da quando è iniziata la rivolta i sostenitori dello Stato islamico continuano a diffondere immagini e filmati provenienti dal Kazakistan, così come non c’è dubbio che a tagliare la testa ad un poliziotto kazako due notti fa siano stati gli uomini del califfato attivi nella regione e pronti a sfruttare questa nuova occasione.
Forse qualche notizia potremo averla tra qualche giorno nell’editoriale di Al-Naba, la rivista ufficiale dell’Isis. E se ci saranno, non saranno buone.
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