- La morte di Raisi non sconvolge i mercati e le quotazioni del Brent chiudono in calo. Possibili rialzi futuri legati agli sviluppi della guerra a Gaza, che intanto spinge l’oro.
- Giovedì i funerali del leader. L’ex capo diplomatico: «Incidente causato da sanzioni Usa». Elezioni il 28 giugno. La Meloni: «La futura leadership si impegni per la pacificazione».
Lo speciale contiene due articoli.
La morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi nell’incidente avvenuto domenica suscita interrogativi in ordine al futuro di un paese cruciale per gli equilibri geopolitici mondiali.
I principali organi di governo del paese, infatti, al momento risultano senza una guida. Oltre alla morte del presidente Raisi, il Parlamento e l’Assemblea degli esperti di Teheran, da poco rinnovati, non hanno ancora nominato i rispettivi presidenti. La Guida suprema del paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha 85 anni.
L’importanza dell’Iran sullo scacchiere geopolitico, tra Medio Oriente e Caucaso, è evidente, in particolare pensando alla sua collocazione geografica e al ruolo di grande produttore di petrolio e gas che il paese riveste.
I mercati del greggio, alla riapertura in Asia ieri mattina, hanno fatto segnare un rialzo, con il Brent che è arrivato a 84,20 dollari/barile, nel timore che l’incidente potesse contribuire ad alimentare le tensioni in Medio Oriente. I prezzi però sono rapidamente rientrati e la giornata si è chiusa con quotazioni in calo, a fronte del rafforzamento dell’ipotesi che si sia effettivamente trattato di un incidente e non di un attentato. Neppure il quasi contemporaneo ricovero in ospedale dell’ottantottenne re saudita Salman Bin Abdulaziz ha mosso i prezzi in maniera significativa.
L’Iran è al 3° posto nella classifica mondiale per le riserve petrolifere e al 2° per riserve di gas naturale (rispettivamente 13,3% e 16,2% delle riserve globali, dati Opec 2022). Il paese produce circa 3 milioni di barili di greggio al giorno, pari al 3% della produzione mondiale, e ne esporta circa un terzo. L’Iran ha prodotto 250 miliardi di metri cubi di gas lo scorso anno. In tutto il paese operano 97 impianti petrolchimici, ove si producono circa 550 tipi diversi di prodotti petrolchimici con volumi che entro la fine dell’anno raggiungeranno le 100 milioni di tonnellate (circa il 3% della produzione mondiale).
L’esportazione di prodotti petrolchimici è la seconda fonte di entrate per il paese dopo il petrolio greggio.
L’Iran è sotto sanzioni da parte degli Usa dal 2018, quando Donald Trump le reintrodusse dopo aver sconfessato l’accordo sul nucleare siglato dal predecessore alla Casa bianca Barak Obama.
Al momento dell’incidente, il presidente iraniano era di ritorno dopo una visita in Azerbaigian, dove assieme al presidente Ilham Aliyev ha inaugurato i complessi idroelettrici di Khoda Afarin e Giz Galasi sul fiume Araz, proprio sul confine tra i due paesi, un complesso da 102 MW di potenza elettrica. L’incontro e l’inaugurazione della diga segnano una svolta dopo un periodo di rapporti tesi, anche se l’Azerbaigian è un alleato di Israele, che fornisce armi al governo di Baku.
Le incognite sui prezzi del petrolio, considerati i deboli fondamentali del mercato, riguardano dunque soprattutto gli equilibri strategici nel Medio Oriente. È dunque al medio termine che occorre guardare, più che all’immediato. L’Iran domina infatti l’accesso al Golfo Persico, da cui origina la gran parte delle esportazioni di petrolio greggio prodotto nella regione da Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Inoltre, tutto il gas naturale liquefatto prodotto dal Qatar e caricato sulle navi metaniere passa dallo stretto di Hormuz.
All’inizio dello scorso mese, una nave container era stata sequestrata nelle acque dello stretto dalle Guardie Rivoluzionarie, poiché il vascello appartiene a una compagnia israeliana. Questa è infatti una delle forme di ritorsione messe in atto dall’Iran nei confronti di Israele e in appoggio ad Hamas nella vicenda della dura reazione israeliana in atto nella Striscia di Gaza. Non sono stati segnalati altri casi da inizio aprile, ma se nello stretto di Hormuz la situazione appare tranquilla, si intensificano invece gli attacchi Huthi ai vascelli commerciali all’imbocco meridionale del Mar Rosso. Gli attacchi tramite missili e droni condotti dallo Yemen colpiscono il traffico commerciale nel golfo di Aden e nello stretto di Bab el-Mandeb, attraverso cui passa il 15% del commercio marittimo mondiale. Le azioni dei ribelli yemeniti hanno costretto una buona parte del traffico marittimo a cambiare rotta e a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi ed aumentando i costi di trasporto. Anche i costi dei noli marittimi sono aumentati, incorporando un premio di rischio, così come i costi delle assicurazioni.
È difficile stabilire se il necessario cambio al vertice porterà l’Iran ad esasperare le tensioni con Israele e se dunque vi può essere un impatto concreto sullo scenario energetico. Per quello che si conosce del Paese, appare poco probabile un cambiamento nella politica iraniana. Con i mercati petroliferi in sostanziale stallo per via dei fondamentali deboli, solo notizie clamorose possono influire sui prezzi. Nelle scorse settimane, neppure lo scambio di attacchi missilistici tra Israele e Iran ha avuto un effetto significativo sui prezzi del petrolio. Semmai, del clima di tensione costante nella regione beneficiano i prezzi dell’oro, che ieri ha toccato un nuovo massimo storico a 2.449 dollari l’oncia.
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