• Nel 2023 ne abbiamo vendute per 417,3 milioni, nonostante il conflitto in corso. A Israele invece sono stati chiusi i rubinetti.
  • Zelensky rimprovera l’Ue e chiede che prema su Washington per gli aiuti finanziari. Kuleba: «Dateci Patriot e Samp/T». Mosca sbeffeggia: «La situazione non cambierà».

Lo speciale contiene due articoli.

Armi all’Ucraina. Anche dal G7 Esteri di Capri è partito l’appello che risuona, incessante, da quando è cominciata l’invasione russa. E sul capitolo delle forniture belliche, delle quali pure Kiev lamenta ancora la scarsità, c’è stata una notevole evoluzione, da due anni a questa parte.

Lo testimonia, per l’Italia, la Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, inviata dal governo al Parlamento a fine marzo. Il documento conferma quanto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva detto in Aula, rispondendo a un’interrogazione dei grillini: nel 2023, le autorizzazioni al nostro export di armi sono cresciute del 24,4%, passando dai 5,2 miliardi dell’anno precedente a 6,3. E l’Ucraina è stata il secondo Paese destinatario dei nostri prodotti, per un valore di 417,3 milioni di euro, dopo la Francia (465,4 milioni). Il balzo è clamoroso: nel 2022, il Paese assalito da Vladimir Putin era soltanto quarantanovesimo in classifica, mentre Parigi era sesta. In cima all’elenco dei nostri clienti figurano poi gli Usa, con un giro d’affari da 390,3 milioni; l’Arabia Saudita, con 363,1 milioni; e il Regno Unito, con 277,6.

Il contenuto del report ha fatto sorgere qualche dubbio. È la ragione per cui, il mese scorso, era stato interpellato Crosetto. Secondo le norme, infatti, l’Italia non può vendere armi a una nazione in guerra. Non a caso, Roma ha bloccato le transazioni con Israele, limitandosi a portare a termine le commesse negoziate prima dello scoppio delle ostilità a Gaza. Allora, come mai per l’Ucraina non vale lo stesso principio?

Il punto è che la legge n. 185/1990 vieta, sì, «l’esportazione e il transito di materiali di armamento […] verso i Paesi in stato di conflitto armato». Precisa, però, che lo stato di guerra deve sussistere «in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite», che riconosce il diritto all’autotutela individuale o collettiva. Il ragionamento è il seguente: poiché Kiev si sta difendendo da un’aggressione, alle nostre aziende è permesso stipulare contratti per munizioni, artiglieria, missili, blindati, dispositivi elettronici.

Ma se le cose stanno così, come mai è stata votata una deroga alla normativa, per spedire al fronte i materiali messi a disposizione dal decreto del governo Draghi? Se siamo in regola nella vendita, tanto più avremmo dovuto esserlo nelle donazioni. Ecco perché un’altra delle ipotesi è che sia stato proprio l’esecutivo di Mr Bce a fornire un ombrello giuridico, con il quale giustificare il business con Kiev, esploso soltanto lo scorso anno. In quella maniera, la pratica sarebbe potuta passare – come aveva sottolienato in Parlamento il ministro – dalla Difesa alla Farnesina, che gestisce le autorizzazioni alle industrie.

Certo, pure Israele – con cui, appunto, non abbiamo stipulato nessun nuovo contratto – si sta difendendo dai terroristi di Hamas. Ma forse i bombardamenti su Gaza o le scintille con l’Iran rappresentano una reazione sproporzionata all’attacco del 7 ottobre. Da un lato, pertanto, ci sarebbe un popolo che si sta battendo contro un invasore; dall’altro, una potenza regionale che sta approfittando dei tremendi attentati di sei mesi fa per arrivare al redde rationem con i nemici storici.

Siamo lo stesso sicuri che almeno alcune delle rimostranze che vengono rivolte a Gerusalemme non possano valere per l’Ucraina?

La relazione stilata dal governo non precisa quali prodotti siano stati venduti dalle compagnie italiane a Kiev. In assenza di dettagli, è lecito sospettare che non vi siano garanzie rispetto alla destinazione e all’uso delle forniture militari. Una volta che li acquisisce l’esercito di Volodymyr Zelensky, come possiamo sapere che un radar, un sistema di puntamento o un razzo vengano effettivamente impiegati per presidiare una trincea, piuttosto che per compiere raid in territorio russo?

Non è una questione peregrina. Basti ricordare che il Trattato sul commercio delle armi, votato dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2013, vincola gli Stati che lo hanno sottoscritto a non trasferirle a chi potrebbe utilizzarle, ad esempio, in «attacchi diretti contro obiettivi civili». Proprio quelli che, con una certa frequenza, interessano l’oblast di Belgorod, entro in confini della Federazione. Senza contare che la legge del 1990 prevede che le esportazioni siano sempre «conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Sarebbe coerente con quegli obiettivi bersagliare, con i nostri gingilli, le infrastrutture energetiche russe? Tattica che gli americani – supponiamo anche a nome degli altri alleati dell’Ucraina – hanno bocciato, temendo che contribuisca a innalzare il prezzo dei carburanti?

Sono preoccupazioni di questa natura che hanno trattenuto la Germania dal cedere i suoi missili Taurus, che la resistenza avrebbe la possibilità di lanciare contro il ponte della Crimea. Il fatto che gli armamenti siano offerti direttamente dal governo, piuttosto che venduti dai privati, non cambia i termini della questione: le ragioni strategiche e politiche rimangono comunque preponderanti.

Aleggia, infine, l’inquietante spettro del crimine organizzato. Il Dipartimento della Difesa Usa, la scorsa estate, ha certificato che, nel 2022, una parte delle munizioni inviate dagli alleati è finita ai trafficanti. Poco tempo prima, era stato proprio il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a esprimere forti preoccupazioni: «Temiamo», aveva dichiarato al Jerusalem Post, «che qualsiasi sistema dato all’Ucraina» – donato o venduto fa lo stesso – «possa essere usato contro di noi, perché potrebbe cadere nelle mani dell’Iran». Già: sarebbe davvero il colmo.

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