La guerra con l’Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz fanno da sfondo alle elezioni israeliane del 27 ottobre. La navigazione nello stretto resta fortemente compromessa, mentre i tentativi di porre fine al conflitto non hanno ancora sciolto lo stallo.
Intanto, alla vigilia del terzo anniversario degli attacchi del 7 ottobre 2023, anche la situazione a Gaza resta congelata: Hamas non ha disarmato e Israele continua a condurre operazioni mirate contro persone che hanno preso parte agli attacchi o che hanno tenuto in custodia gli ostaggi israeliani.
In tal senso, il capo del direttorato di Intelligence militare delle Fdi (Aman) ha dichiarato ieri durante una riunione del gabinetto: «Dei 6.000 che hanno attraversato il confine e invaso Israele il 7 ottobre, 4.000 sono stati eliminati. Ne rimangono 2.000. Arriveremo fino all’ultimo di loro».
Sicurezza e rapporti con gli Stati Uniti
In questo contesto, la campagna elettorale è dominata dalla sicurezza, ma anche dal servizio militare, dal costo della vita e dalla tenuta dei rapporti con gli Stati Uniti.
Una vittoria di Benjamin Netanyahu manterrebbe saldo il rapporto tra i due Paesi, secondo una lettura della sfida elettorale che attribuisce grande peso al legame tra il premier e Washington. Con un nuovo leader israeliano, invece, quel rapporto sarebbe tutto da costruire anche se gli aspiranti leader hanno avuto incontri informali con la leadeship americana.
Netanyahu ed Eisenkot, la sfida resta aperta
Secondo Anna Mahjar-Barducci, ricercatrice del Middle East Media and Research Institute (Memri), «a tre settimane dalle elezioni, i sondaggi mostrano una situazione ancora molto incerta. Il partito Yashar! di Gadi Eisenkot è in testa nei tre principali sondaggi, con una media di circa 22 seggi, seguito dal Likud di Benjamin Netanyahu con circa 20.
Tuttavia, nessuno dei due schieramenti dispone dei 61 seggi necessari per formare un governo. La media dei sondaggi assegna circa 52 seggi sia al blocco di Netanyahu sia all’opposizione, mentre i partiti arabi potrebbero ottenere circa 13 seggi». Per governare in Israele servono almeno 61 seggi su 120. Se nessuno schieramento li ottiene, il presidente incarica il deputato con maggiori possibilità di formare una coalizione. I partiti arabi e le liste minori a quel punto potrebbero risultare decisivi.
La coalizione di Netanyahu e il fronte centrista
Nel campo dell’attuale governo ci sono il Likud, i partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism, e le liste della destra radicale Otzma Yehudit, guidata da Itamar Ben-Gvir, e Sionismo religioso, guidata da Bezalel Smotrich, dato però in ribasso. L’opposizione comprende forze diverse. Yashar!, la nuova lista centrista dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, punta a conquistare elettori moderati. Beyachad («Insieme») riunisce le formazioni di Naftali Bennett e Yair Lapid.
Yisrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman, rappresenta una destra laica e nazionalista, contraria a Netanyahu e ai partiti religiosi. The Democrats, alleanza di centrosinistra nata dalla fusione tra Laburisti e Meretz, è guidata dall’ex generale Yair Golan. Tra le liste arabe figurano Ra’am, guidata da Mansour Abbas, e la Lista Unita, composta da Hadash, Ta’al e Balad, rappresentata da Yousef Jabareen e Ahmad Tibi.
La Corte Suprema riammette le liste arabe
Il 2 ottobre la Corte Suprema ha annullato all’unanimità la decisione della Commissione elettorale centrale che aveva escluso le liste a maggioranza araba. Ra’am e la Lista Unita sono state così riammesse alla competizione. Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, ha ritirato la propria candidatura dopo una raccomandazione dei giudici.
Il 7 ottobre e il ricambio della classe dirigente
Il ricambio della classe dirigente è diventato uno dei temi della campagna. Nelle liste dell’opposizione sono stati inseriti nove candidati tra sopravvissuti agli attacchi del 7 ottobre e familiari delle vittime; tra loro Shira Shapiro, candidata con Yashar!.
Anche il movimento dei riservisti chiede un cambiamento, mentre i ripetuti richiami al fronte alimentano il dibattito su come distribuire gli obblighi militari. La questione divide anche la destra. Dopo l’abolizione formale dell’esenzione generale degli ultraortodossi dalla leva, i partiti haredim accusano il Likud di non aver difeso i loro interessi. Molti elettori laici giudicano invece insostenibile il privilegio mentre i riservisti continuano a essere richiamati.
Iran, Libano ed economia al centro del voto
Sulla politica estera e sui conflitti in Libano, Gaza e Iran, Eisenkot, Bennett e Lapid condividono in larga misura la linea dell’esercito. Il confronto più acceso tra i blocchi riguarda invece l’economia. Sebbene l’economia israeliana continui a crescere, i prezzi dei prodotti alimentari freschi sono aumentati del 9,5% in due anni e cresce il malcontento per le risorse civili assorbite dalle spese di guerra. La campagna si concentra su questioni intrecciate: chi guiderà il Paese e come affrontare i conflitti con l’Iran e Hezbollah.
In Libano, l’accordo quadro firmato a giugno con la mediazione degli Stati Uniti mira a consolidare il cessate il fuoco, estendere l’autorità dello Stato e affrontare il disarmo di Hezbollah, aprendo la strada a un’intesa più ampia. L’attuazione resta incerta e i negoziati sono in stallo. Anche il futuro dell’accordo, i rapporti con Washington e quelli con l’Europa – oggi ai minimi storici con molti Paesi – saranno al centro della sfida politica israeliana.
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