- Lo prevede il numero uno di Rheinmetall, colosso tedesco delle armi. Il rapido calo dei prezzi e lo sviluppo delle capacità di intercetto potrebbero dargli ragione.
- L’Intelligenza artificiale rivoluzionerà il settore. Nell’Ue Berlino detta i tempi. L’Italia con Piaggio Aero ha perso un’occasione.
- Nel 2024 il settore è cresciuto del 10%. Dietro al leader Leonardo, ci sono altre 656 imprese. Investimenti per ispezionare le linee elettriche e monitorare il territorio.
Lo speciale contiene tre articoli.
Che siano aerei, terrestri, marini oppure subacquei, tutti li vogliono. Sono i droni militari da difesa, attacco, per la guerra elettronica oppure per vigilare sulle infrastrutture in fondo al mare. Era prevedibile, del resto il «drone» rappresenta l’estensione dei sensi umani laddove si può minimizzare il rischio tipicamente umano della morte, aspetto oggi inevitabile della guerra. I vantaggi operativi del settore «Unmanned» sono innegabili: abbassano i costi, riducono al minimo i rischi per il personale, aumentano la consapevolezza della situazione sul campo di battaglia, migliorano la precisione e l’efficacia in combattimento. Ma sono pochi i Paesi che negli ultimi 15 anni hanno avuto governi lungimiranti riguardo a questo settore e che hanno favorito gli investimenti, e meno ancora sono stati i manager dell’industria militare in grado di avere la visione corretta, che invece non è sfuggita alla Cina e neppure all’Iran. Le grandi potenze tecnologiche occidentali, Usa e Israele in primis, non hanno perso tempo, mentre le nazioni europee stanno recuperando il ritardo e per farlo sfruttano l’esperienza di Kiev nella guerra russo-ucraina. Non è un caso che il ministero per la Trasformazione digitale del governo di Zelensky conti un centinaio di imprese che progettano e fabbricano droni di vario tipo, finanche trasformando velivoli leggeri nati per diporto, come nel caso dell’azienda Aeroprakt.
Si prevede quindi che l’economia dei droni militari cresca rapidamente, con stime del valore del mercato per il 2030 che dai circa 23 miliardi di dollari attuali arriveranno a oltre 85 miliardi. Un numero alto, giustificato dal fatto che non c’è soltanto la costruzione degli oggetti volanti in sé, quanto l’evoluzione dell’elettronica da installare a bordo e l’intelligenza artificiale da sviluppare, quella che, per esempio, consentirà a questi prodotti di scegliere e decidere come attaccare i loro bersagli. E se oggi le applicazioni più comuni sono estese a sorveglianza, ricognizione e attacco come mezzi pilotati da remoto, sono già in corso le prove per farli agire insieme con un velivolo d’attacco pilotato da un umano (è il caso dei Cca, Collaborative Combat Aircraft). E potranno aggirare le difese stabilendo la tattica opportuna più rapidamente di quanto potrebbe fare qualsiasi umano in comando. Ci sono però due fattori da considerare. Il primo: per fabbricarli servono componenti pregiati come i microprocessori fatti negli Usa, a Taiwan e (pochi) in Europa, questo significa soffrire di dipendenza da quelle nazioni. Il secondo: i droni militari potrebbero non garantire la crescita a lungo termine che molti si aspettano, come ha dichiarato questa settimana il ceo del colosso tedesco Rheinmetall, Armin Papperger, affermando al Wall Street Journal che il mercato dei droni potrebbe trasformarsi nella più grande bolla del settore della Difesa.
Dalla fiera londinese delle armi (Dsei 2025), Papperger ha espresso dubbi sul fatto che le vendite di droni manterranno la traiettoria «esplosiva» registrata dall’invasione russa dell’Ucraina. E il suo avvertimento è significativo, considerando la posizione di Rheinmetall, oggi il produttore di armi con la più rapida crescita in Europa per valore di mercato. Secondo il manager il mercato dei droni non è così ampio e potrebbe essere sopravvalutato: «Personalmente non sono convinto che il settore dei droni sia grande come si pensa», ha spiegato, «credo che potrebbe trasformarsi in una grande bolla».
Intanto però c’è chi fa affari d’oro: un esempio è la ex- startup americana Anduril Industries, fondata nel 2017 e oggi valutata oltre 30 miliardi di dollari, azienda con in pancia alcuni dei più avanzati droni e Cca ai quali è interessata l’Usaf, supportata da un ampio tessuto industriale, quello californiano, al punto di competere con colossi come Lockheed-Martin (che fa i caccia F-22 e F-35).
Al contrario, l’Europa conta pochi attori nel settore dei droni militari: la portoghese Tekever, le tedesche Quantum Systems e Helsing (nata nel 2021 e valutata 12 miliardi di euro). Quest’ultima ha rilevato lo storico costruttore di aeroplani leggeri Grob Aircraft, ha poi tentato un accordo con Rheinmetall, ma di fatto ha spinto quest’ultima verso Anduril. Uno dei motivi è che, a differenza dell’industria aeronautica tradizionale, che porta ricavi nel medio e lungo periodo, l’industria dei droni è molto rapida, somigliando più a quella dell’elettronica di consumo. E Papperger sa che per restare al passo con la rapidità di questo settore occorre avere dalla propria parte alleati industriali specializzati, per questo ha firmato l’accordo con Anduril, pena assistere a una diffusione rapida della tecnologia e quindi alla veloce perdita del valore aggiunto, come già avvenuto nel campo dei droni e dei loro sensori per uso civile e ricreativo. Oggi droni militari a corto raggio costano cifre vicine a 1.000 euro l’uno, mentre se a lungo raggio si avvicinano ai 2.500 euro, come ha osservato lo stesso ceo a Londra durante la conferenza stampa al Dsei ’25, dove Rheinmetall ha dichiarato di prevedere vendite di droni tra i 120 e i 140 milioni di euro quest’anno. Papperger ha anche dichiarato che i governi, fino a oggi, non hanno firmato contratti sufficienti per supportare tale crescita, anche perché le nazioni europee non hanno necessità di avere centinaia di migliaia di droni che diventano rapidamente obsoleti negli arsenali. Ma un aumento della richiesta potrebbe avvenire presto con l’approvazione del programma «Muro di droni» che Ursula Von der Leyen vorrebbe portare in Commissione questo autunno.
Nonostante la cautela sui droni, Rheinmetall ha visto la sua capitalizzazione salire dai 4,2 miliardi di euro del 2021 (prima della guerra russo-ucraina) agli oltre 86 miliardi di euro d’oggi e punta ad aumentare la sua quota del mercato europeo della Difesa dal 5% al 27% entro il 2030 (dati Barclays), raggiungibile anche cedendo alcune attività civili, acquisendo realtà tecnologiche preziose ma più piccole e mettendo un piede nella produzione di sistemi navali (nel mirino c’è la tedesca Naval Vessels Luerssen) e in quelli spaziali.
A gonfiare la bolla finanziaria sui droni militari ci sono anche dichiarazioni come quella del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, il quale a luglio li ha definiti «la più grande innovazione sul campo di battaglia in una generazione», promettendo di accelerare l’approvvigionamento e di approvare l’acquisto di centinaia di modelli americani da parte delle Forze Armate. Hegseth ha spiegato: «I nuovi droni dovrebbero essere economici, rapidamente sostituibili e classificati come materiali di consumo».
Dunque lo scetticismo di Rheinmetall sul mercato dei droni pone una domanda importante: l’attuale boom di questi prodotti si basa su una domanda concreta, oppure il rapido calo dei prezzi e le prossime tecnologie anti-droni ne eroderanno in fretta la redditività? Del resto, seppure i droni si siano dimostrati decisivi in Ucraina, il loro ruolo nei conflitti futuri potrebbe essere meno importante di quanto si creda. I commenti di Papperger arrivano nel momento in cui, dopo gli episodi (casuali?) dei droni e degli aeroplani russi che hanno sconfinato, la pressione mediatica sulla politica e sull’opinione pubblica per finanziare contratti con fondi pubblici è enorme, o per meglio dire è quello che serve per far votare a favore l’assemblea di Bruxelles.
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