• La Colombia, governata per la prima volta dalla dalla sinistra, è al centro dello scontro commerciale tra gli Usa e Pechino, che mira anche al controllo del canale di Panama. Washington ha finanziato fino ad oggi la lotta al narcotraffico che, senza l’appoggio di Trump, potrebbe prendere il sopravvento portando il Paese al caos.
  • Diversi furono gli italiani che contribuirono al progetto del canale di Panama, dal XVI secolo fino alla sua realizzazione all’inizio del Novecento.

Lo speciale contiene due articoli.

Il confronto fra Cina e Stati Uniti non conosce confini e Pechino rilancia le mosse asiatiche di Washington inserendo la Colombia nel grande progetto della Nuova Via della Seta. Il governo di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana, ha deciso di rompere il classico schema che per decenni ha legato Bogotà agli Stati Uniti, provocando più di un nervosismo. La Belt and Road Initiative voluta da Xi Jinping ha già coinvolto 150 nazioni e ben 22 di queste sono sparpagliate fra l’America centrale e quella meridionale. Uruguay, Perù Bolivia, Ecuador, Venezuela e per un certo periodo l’Argentina avevano aderito a questo progetto che ha già superato il trilione di dollari di investimenti. Il presidente Petro ha preso questa decisione dopo una serie di scontri con l’amministrazione di Donald Trump, soprattutto sul tema dei rimpatri dei cittadini colombiani espulsi dagli Stati Uniti. Pechino stava corteggiando Bogotà da tempo e non ha fatto altro che implementare i suoi rapporti commerciali con le importazioni dalla Colombia salite di quasi il 15% nel 2024, raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari e le esportazioni cinesi nel paese sudamericano superiori ai 14 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti restano comunque il primo partner commerciale della Colombia, ma l’inviato speciale del Dipartimento di Stato per l’America Latina, Mauricio Claver-Carone ha pubblicamente dichiarato che Washington sta valutando di acquistare fiori e caffè, i due principali prodotti importati, da altri paesi sudamericani. La presidenza colombiana non ha risposto, ma è invece arrivata una forte presa di posizione da parte dell’ambasciatore cinese a Bogotà Zhu Jingyang che ha negato che il suo paese voglia spodestare il dominio americano. Il diplomatico ha però anche accusato l’amministrazione Trump di ricorrere a intimidazioni e ricatti per cercare di mantenere la Colombia nella sua orbita ed impedire la libera concorrenza del mercato. In realtà la Cina aveva provato ad inserire nella propria orbita la Colombia anche in passato e durante la presidenza di Alvaro Uribe era stata una società cinese a costruire la metropolitana della capitale. Oggi però sul tavolo ci sono progetti molto importanti come l’ammodernamento del porto di Buenaventura sull’Oceano Pacifico o le infrastrutture legate all’agricoltura, che resta un caposaldo dell’economia nazionale. Come al solito il governo cinese ha mandato in avanscoperta le aziende private come Huawei e Jinkosolar che hanno aperto sedi e che sono in trattativa per un accordo di libero scambio internazionale. Ad oggi Petro sembra cercare un nuovo partner principale visto che il 27% delle sue esportazioni volano negli Stati Uniti con lo spettro del 25% di dazi. Ma Washington sostiene con oltre mezzo miliardo di dollari ogni anno la lotta al narcotraffico colombiano e la fine di questo rapporto potrebbe gettare il paese sudamericano nel caos, preda di milizie e eserciti privati.sIn molti si sono anche chiesti quanto sia conveniente finire fra le braccia di Pechino che hanno strangolato lo Sri Lanka, l’Angola ed ha ingannato il vicino Ecuador costruendo una centrale idroelettrica che non ha mai realmente funzionato. Quest’opera infrastrutturale, costata quasi 3,5 miliardi di dollari, è stata inaugurata nel 2016 alla presenza di Xi Jinping ed è l’emblema di un progetto fallimentare che ha lasciato l’Ecuador senza luce. Una mossa pericolosa quella di Gustavo Petro che rischi di dover rinunciare anche all’aiuto militare degli statunitensi che non vedono di buon occhio l’espansionismo cinese. Significativo il caso di Panama che aveva deciso di aderire alla Belt and Road Initiative, ma poi su pressioni americane ha rinunciato. Troppo vitale l’area del Canale per lasciarla nelle mani di Pechino e per questo motivo il Segretario di Stato Marco Rubio era volato nel paese centramericano. Il presidente panamense José Raúl Mulino, politicamente molto vicino a Trump, è addirittura apparso alla televisione nazionale per formalizzare questa rottura e dichiarando che in tre mesi tutti progetti cinesi sarebbero stati sospesi. Il piccolo stato del Centramerica fino al 2017 riconosceva Taiwan come legittimo governo della Cina, ma sotto la presidenza Carlos Varela aveva iniziato un percorso di avvicinamento a Pechino, entrando nella BRI nel 2018. La Cina aveva subito approfittato di questo cambiamento facendo piovere a Panama centinaia di milioni di investimenti dal porto di Colon alla ferrovia di David fino alla rete elettrica nazionale, tutto per avere il controllo del canale vitale sia a livello commerciale che militare. Adesso Washington ha già previsto di inserire Panama nel progetto Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), il programma lanciato dal G7 per contrastare la Belt and Road cinese, una contromossa economica e geopolitica per ristabilire un controllo su questo snodo strategico.

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