- Dopo la gestione Trenta caos nei programmi: siamo fanalino di coda Nato per spesa. Sparito il budget per le forze speciali.
- Punita la nostra neutralità tra Fayez Al Serraj e Khalifa Haftar. E gli Usa restano lontani dal terreno.
Lo speciale contiene due articoli.
i cieli dell’ex terra di Gheddafi e al tempo stesso ha spedito una nave carica di armi e una seconda è in viaggio verso Homs per far sbarcare tecnici e consiglieri militari. In pratica la Turchia è entrata in guerra contro il generale Khalifa Haftar, stravolgendo in pochi giorni l’equilibrio tenuto insieme con il fil di ferro da Europa e Onu. Benghazi si prepara al contrattacco e ciò significa che la presenza di contractor russi è destinata a raddoppiare, con tutto ciò che ne consegue sul fronte dell’intelligence. Di Maio ha voluto mettere i puntini sulle i e ricordare che le guerre si combattono con la diplomazia.
Bisognerà spiegare al numero uno della Farnesina che ad apparecchiare i tavoli, attorno cui i diplomatici si siedono dopo lo sgombero delle macerie, sono proprio i militari. E si arriva a trattare dopo aver dispiegato la rispettive forze. Peccato che mentre i turchi si apprestano a mettere gli stivali sul campo la potenza italiana è ai minimi storici. Un grande contributo arriva dalla gestione della grillina Elisabetta Trenta, che nel periodo di gerenza non ha avuto la capacità di dare impronta politica alla gestione dei budget di spesa. Spesso ha latitato e in alcuni casi ha lasciato che le antipatie all’interno delle tre forze armate prendessero il sopravvento. Una delle prime conseguenze è strettamente collegata alle emergenze che nelle prossime settimane potrebbero arrivare proprio dal teatro di guerra libico. Al momento il nostro Paese non dispone di elicotteri a lungo raggio destinati alle forze speciali interforze. Non saremo in grado di dislocare personale specializzato in aree remote e in situazioni come quelle libiche è molto importante anche solo far sapere agli altri attori che si è del tutto indipendenti e autonomi.
Cosa che oggi avremmo potuto realizzare, se il budget messo in cantiere all’inizio del 2018 non fosse svanito in rivoli (o tagliato). A maggio dello scorso anno, infatti, la Difesa aveva trovato il budget (circa 500 milioni) e, dopo anni di attesa, era pronta a far costruire i quattro elicotteri destinati alle forze speciali italiane. Si trattava dei Chinook 47 Er, sigla che sta per «extended range». I velivoli – prodotti da Boeing – sarebbero dovuti uscire dagli stabilimenti di Filadelfia, mentre Leonardo essere coinvolta nel dopo vendita con contratti di logistica e di manutenzione. Il verbo è volutamente al passato perché nel Dpp (documento programmatico) del 2019 l’assegnazione è sparita. Quei 500 milioni sono stati in parte tagliati e in parte dirottati dal capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli ad altri programmi, come il carro Ariete. In vista del 2020 non ci sono novità sostanziali. Discorso simile si può fare per le batterie di missili Aspide. Sono sistemi terra-aria vecchi di 40 anni e devono essere sostituiti con i Camm-er prodotti da Mbda, consorzio paneuropeo. I nuovi missili sono necessari per rimanere nella compagine del G7. Anche in questo caso si tratta di 500 milioni. Prima tagliati e, per fortuna, in parte reinseriti con il rischio di allungare i tempi. Anche se la toppa è stata messa e la situazione risolta, il tema però è politico. Queste scelte spettano ai governi non ai delegati. Perché si tratta di scelte geopolitiche. E la Trenta su ciò è stata così latitante da aver lasciato al suo successore, Lorenzo Guerini, una serie di grane da risolvere.
Da tempo il bilancio della Difesa risente di pesanti tagli, tanto da rappresentare secondo gli addetti ai lavori il bancomat della spending review statale. Il rinnovamento va a rilento, tanto che il bilancio del comparto risulta al di sotto della media dei Paesi dell’Unione europea come quelli del perimetro della Nato. Di risultati, nell’anno e mezzo sotto il ministro Trenta, non ne sono arrivati. Anzi. Si è perso tempo. Dal momento che la pentastellata non ha fatto che temporeggiare da un progetto all’altro senza prendere alcuna decisione incisiva. I provvedimenti per il riordino delle carriere militari continuano a creare forte malumore, nel silenzio dello stesso Guerini. Del resto il campanello d’allarme sulle carenze nel budget della Difesa lo aveva comunque lanciato Vecciarelli a luglio, di fronte alle commissioni parlamentari, commentando il documento programmatico pluriennale (Dpp) 2019-2021. Il problema resta sempre lo sbilanciamento delle risorse distribuite, tra Esercito, Marina Militare e Aeronautica. Poi c’è il problema del personale, che drena la maggior parte dei fondi a budget, circa il 74% (10,4 miliardi di euro su un totale di 21,4). Il problema è che servono interventi immediati come si attendono risposte dal ministero dello Sviluppo economico su strategie interne di sviluppo. Proprio oggi ci sarà un nuovo incontro con i sindacati di Piaggio Aerospace, l’azienda produttrice di droni in amministrazione straordinaria da un anno, con un carico di debiti pari a circa 600 milioni di euro. La gestione dell’azienda è stata fallimentare, sia ai tempi di Roberta Pinotti, sia durante il peirodo della Trenta. Lo stesso Vecciarelli, che ha seguito il dossier sin dall’inizio, nel 2014, dovrà trovare qualche soluzione. Il drone P1hh è già stato scartato dalla nostra Aeronautica, mentre l’azienda di Villanova d’Albenga attende sempre le commesse commesse «istituzionali» (manutenzione p180) pari a 150 milioni di euro. Arriveranno mai?
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