Federica Anghinolfi (Ansa)
Il sostituto procuratore fa appello dopo il giudizio in primo grado: «Dal Tribunale una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà». Altro che «montatura della destra».
Lo abbiamo scritto più volte e ne siamo ancora particolarmente convinti. Il sistema Bibbiano esisteva eccome, a prescindere dalle sentenze e dalle condanne in tribunale. Esisteva un sistema culturalmente sbagliato, fondato su presupposti ideologici che hanno generato allontanamenti ingiusti di minori dalle loro famiglie. E infatti, guarda un po’, tutti quei minorenni sono in effetti stati restituiti ai loro genitori. Poi certo, lo sappiamo bene: la sentenza di primo grado del processo Angeli e demoni formulata mesi fa dal tribunale di Reggio Emilia non è stata delle più severe, tutt’altro.
La Corte d’Assise presieduta da Sara Iusto era chiamata a decidere la sorte di 14 imputati per cui erano state chieste condanne per complessivi 73 anni di carcere. I reati in ballo erano pesantissimi: frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso. Ma la montagna ha partorito un topolino: solo due le condanne notevoli: Federica Anghinolfi, figura centrale dell’inchiesta che un tempo era al vertice dei servizi sociali della Val d’Enza ha preso due anni, anche se la pm ne aveva chiesti complessivamente quindici. Per il suo braccio destro Francesco Monopoli è arrivata una condanna a un anno e otto mesi di reclusione (anche se ne erano stati richiesti 12): pena sospesa per entrambi. Flaviana Murru, assistente sociale, è stata invece condannata a 8 mesi. Un esito che ha galvanizzato tutti coloro che dall’inizio hanno cercato di smontare l’inchiesta in nome del garantismo. Peccato che quel garantismo lo applicassero soltanto agli imputati e non alle famiglie smembrate dal tribunale dei minori.
Ora a quanti hanno urlato che il caso Bibbiano è stato soltanto una montatura della destra risponde Valentina Salvi, sostituto procuratore di Reggio Emilia che ha presentato appello contro la sentenza di primo grado. Il suo ricorso è un cumulo di oltre 2.400 pagine e di altre 5.000 e passa di allegati, per impugnare 39 capi di imputazione che riguardano le posizioni di dieci imputati. Oltre ai tre già citati professionisti condannati (Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli e Flaviana Murru), le Procura ha ripreso in mano le storie delle madri affidatarie Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, delle assistenti sociali Annalisa Scalabrini e Sara Gibertini, della psicoterapeuta Nadia Bolognini e delle psicologhe Imelda Bonaretti e Federica Alfieri. Come riporta l’agenzia Dire, poi, «la Procura di Reggio chiede tra l’altro che venga riconosciuta l’aggravante della valenza pubblica degli atti nel reato di falso (cosa che non è avvenuta nel primo processo)». Non solo. Il sostituto procuratore contesta una «visione atomistica» delle singole condotte delittuose, cioè sembra sostenere che non sia stato compreso fino in fondo il meccanismo che operava a Bibbiano e dintorni. Secondo Salvi, i giudici di primo grado hanno commesso errori «sconcertanti». Il tribunale, a suo dire, è stato guidato «da una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti». Il sostituto procuratore afferma che «in numerosi passaggi il tribunale, a fronte di un quadro probatorio chiarissimo in termini di responsabilità penale degli imputati, pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni, si avventura in terreni scivolosi e in ricostruzioni del tutto fantasiose dei fatti, tanto da risultare addirittura sorprendenti poiché finisce per rendere conclusioni del tutto soggettive e completamente disancorate rispetto ai dati emersi durante l’istruttoria dibattimentale». Le parole di Salvi sono durissime. Dice di avere provato sconforto di fronte alla sentenza di primo grado, e sostiene che le assoluzioni si siano basate su «circostanze mai avvenute». Poi la procuratrice continua a picchiare duro, commentando allibita i passaggi della sentenza in cui il tribunale «quasi in termini di veggenza, sembra addirittura addentrarsi nell’analisi degli stati d’animo degli imputati, arrivando in alcuni casi addirittura ad immaginare cosa questi ultimi stessero pensando al momento della commissione dei fatti (superando anche le pretese difensive in quanto si tratta di circostanze mai menzionate dagli imputati), fornendo interpretazioni del tutto irrealistiche delle loro volontà, in realtà interamente immaginate, con la finalità di escludere l’elemento soggettivo del reato».
Chiaro: per quanto ruvide, queste frasi provengono dalla penna di un sostituto procuratore, cioè dell’accusa che ha deciso di appellare una sentenza chiaramente non gradita. Resta però un punto fermo: su Bibbiano c’è ancora molto da dire, e da elaborare. Ci sono fatti allucinanti che hanno condotto a condanne lievi, ma che non possono lasciare indifferenti, che non si possono liquidare in fretta. Sostenere che a Bibbiano non sia mai successo nulla di grave è profondamente sbagliato. Primo perché i fatti dimostrano il contrario. E secondo perché quella vicenda è purtroppo emblematica delle storture della giustizia minorile, le stesse che emergono nel caso della famiglia nel bosco. Continuare a fingere che non esistano è ipocrita, ed è una ulteriore violenza nei riguardi delle prime vittime di tutto ciò: bambini e bambine
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Imagoeconomica
Il pm non deve più prendere notizia dei reati di propria iniziativa e serve un freno alle misure di custodia cautelare: soltanto così si può mitigare la delusione degli elettori dopo il No al referendum.
Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Ha perfettamente ragione l’ottima Silvana De Mari nell’affermare, come ha fatto su La Verità del 30 marzo scorso, che ora più mai, proprio a seguito della vittoria del No nel referendum, occorre mettere in primo piano l’esigenza di una vera riforma del «sistema giustizia», finalizzata soprattutto a impedire o, quanto meno, a rendere più difficile, l’attualmente troppo frequente verificarsi di casi di «mala giustizia» quali, in particolare, la privazione, anche per lunghi periodi, della libertà personale a carico di soggetti che, all’esito del giudizio, risultano poi non colpevoli.
Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna.
A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale.
La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.
E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza.
A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo.
Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione.
È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.
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Dopo la delusione di Euro 2000, la Federcalcio tedesca ha lanciato il «Programma talenti» finanziando centri d’eccellenza diffusi dove monitorare i vivai. Lo scouting è centrale. Il mantra del modello scandinavo (in ascesa): fino a 13 anni niente tattica.
Quando Henry Ford invitò per la prima volta i dirigenti della Fiat a visitare la fabbrica di Detroit, Giovanni Agnelli disse ai suoi ingegneri in partenza: «Per favore nessun colpo di genio, copiate e basta».
Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Vincenzo De Luca (Ansa)
L’ex governatore campano schiuma rabbia contro la famiglia del bosco. Anche il duo comico Luca e Paolo da Giovanni Floris dileggia i rurali: «Hanno rotto il ca...». Stop al trasferimento dei tre minori, la madre potrà vederli.
Conforme al suo stile dispotico nei riguardi di chi non si allinea al suo pensiero, anche Vincenzo De Luca, ex governatore della Regione Campania per conto di un partito che si vorrebbe «democratico», ha detto la sua sulla vicenda dei tre bambini della casa nel bosco, figli di Nathan e Catherine Trevallion, allontanati dai genitori per una serie di criticità rilevate dalle autorità nel loro stile di vita.
«Darei tre anni di carcere al padre e alla madre», ha attaccato De Luca, puntando il dito contro le condizioni di vita in cui crescevano i minori. «Qualcuno si ricorda che quei due sciagurati (i genitori, ndr) non avevano vaccinato i tre bambini?», ha tuonato lo sceriffo campano. «Qualcun altro ha detto “ma non è che sono moralmente migliori quei genitori che abbandonano i figli davanti al televisore…”. Sì», ha continuato De Luca, «non saranno moralmente migliori o responsabili ma è un problema di gradazione. Qua stiamo parlando di mancate vaccinazioni, di igiene».
Un’ossessione, quella di De Luca per i vaccini, che in pandemia si è fatto riconoscere per aver adottato un linguaggio di fuoco contro chi non si vaccinava contro il Covid («Contro i No vax, mi rimane il lanciafiamme, il napalm lo abbiamo già in essere») e messo in campo misure amministrative addirittura più rigide di quelle nazionali, le smart-card vaccinali, che gli sono valse una condanna in primo grado della Corte dei Conti. Un’ossessione basata peraltro su un falso: la figlia maggiore dei Trevallion, 8 anni, tra il 2017 e il 2018 ha ricevuto le prime tre dosi del vaccino esavalente (polio, difterite, tetano, epatite B, pertosse, emofilo) e le immunizzazioni contro morbillo, parotite, rosolia e varicella e anche i gemellini di 6 anni hanno ricevuto regolarmente le prime due dosi del vaccino esavalente.
L’ex governatore ha puntato il dito contro i due genitori Trevallion anche perché «non mandavano a scuola i bambini». Falso: la primogenita ha ricevuto istruzione parentale e superato un esame, risultando idonea al passaggio alla terza elementare, mentre i due gemelli al momento del prelevamento a novembre 2025 avevano appena compiuto 6 anni, l’età in cui in Italia scatta l’obbligo della scuola primaria. «Non gli hanno fatto fare la visita pediatrica, venivano lavati una volta alla settimana, vivevano come animali in un tugurio», ha aggiunto con toni durissimi l’ex governatore campano, «senza acqua né corrente elettrica, in una semi-capanna che non aveva l’agibilità e non era stata collaudata, quindi in condizioni di pericolo per i bambini». Esattamente quelle in cui, secondo le analisi di Istat e Save the children effettuate nel corso di un monitoraggio nel 2024, vivevano i bambini campani proprio quando a capo della regione c’era ancora Vincenzo De Luca.
Secondo lo studio, il 40,9% dei minori viveva in case sovraffollate o in condizioni abitative precarie (mancanza di luce, riscaldamento o spazi minimi per lo studio), il dato più alto d’Italia dopo la Sicilia. «È chiaro che la separazione dalla famiglia è un trauma per tre bambini, ma i responsabili sono quei due ( sempre i genitori, ndr)», colpevoli secondo l’ex governatore, candidato a fare per l’ennesima volta il sindaco di Salerno, di far vivere i figli «in una catapecchia». Le recenti analisi hanno, però, delineato un quadro critico per la Campania proprio sotto la gestione De Luca: il degrado ambientale e quello familiare si sono intrecciati con la povertà economica e, nella Campania dello sceriffo, circa 438.000 minori hanno vissuto in condizioni di povertà o vulnerabilità sociale, quasi il 20 per cento dell’intero fenomeno nazionale. I due genitori sono stati derisi anche dai comici Luca e Paolo durante l’ultima puntata di DiMartedì, condotto da Giovanni Floris, proprio a proposito di questo colloquio. «Cosa ha fatto il presidente del Senato? Ha incontrato la famiglia della casa nel bosco che, possiamo dirlo sommessamente, ha rotto il ca…!», hanno ironizzato i due comici, tra le risate di Massimo Giannini e di Floris.
Alla madre dei tre piccoli, nel frattempo, è stato consentito di riabbracciare i figli «in forma protetta». La visita sarà monitorata dagli operatori della casa famiglia di Vasto, in provincia di Chieti, dove alloggiano i bambini che, è notizia di ieri, ha confermato di poter proseguire l’ospitalità. Secondo gli amministratori della struttura, i minori «ora sono sereni», nonostante l’allontanamento della madre eseguito il 6 marzo scorso tra i singhiozzi dei figli.
In seguito a questo primo contatto, verrà probabilmente stilato un calendario regolare degli incontri, simile a quello previsto per Nathan Trevallion, il padre dei piccoli. I due genitori si sarebbero dovuti trasferire ieri in una nuova abitazione, assegnata dal Comune, per la scadenza del contratto di comodato d’uso gratuito del casolare offerto alla famiglia da Armando Carusi, imprenditore di Ortona (Chieti), dopo che il giudice del Tribunale per i minori dell’Aquila aveva allontanato i figli. La nuova residenza («È pronta ma la famiglia non si trasferisce», spiega il sindaco), immersa nella natura, è a poca distanza da una scuola che i bambini, se verranno riaffidati ad uno dei genitori - probabilmente il padre - potrebbero frequentare, sempre se non si opterà per l’istruzione parentale, consentita per legge.
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