In quel capolavoro di Avati la scelta di far interpretare a Carlo Delle Piane, fino ad allora relegato a parti macchiettistiche, il prof. Carlo Balla, innamorato cotto della Stanzani, fu azzeccatissima. Lui Nastro d’argento come miglior attore protagonista e lei candidata a miglior attrice non protagonista.
Nata a Sanremo…
«Sì, ma ho vissuto a Ventimiglia. Ho avuto un’infanzia serena e felice. Ero un terremoto. Nei primi 4 anni della mia vita non ho dormito la notte. Avevo il jet-lag, notte e giorno invertiti. Mia madre era disperata (sorride, ndr.)».
Di dov’erano i suoi genitori?
«Mio padre romagnolo, di Castel Bolognese, mia mamma di Acqui Terme, in Piemonte. Nel periodo della guerra era stato trasferito proprio ad Acqui Terme, faceva lì il militare, era un bellissimo ufficiale. E così si sono conosciuti. Volevo un fratello, non una sorella, ma niente, mia madre disse “se mi capita un altro figlio così vivace finisco di vivere”… Poi papà lavorò come funzionario nelle Fs».
Da ragazzina voleva fare l’attrice?
«No, assolutamente, non lo pensavo. Scimmiottavo solo le Kessler in tv come fanno i bambini. Pensavo di occuparmi di architettura, design, feci il liceo artistico. Mi sarebbe anche piaciuto fare restauro…».
È alta 1.80. Sbaglio?
«No, è esatto. Mio padre era 1.94, mia mamma 1.75. Era inevitabile…».
Quando si rese conto di avere una bellezza così evidente?
«Guardandomi allo specchio mi rendevo conto di essere una bella ragazza ma pensavo di essere nella norma perché ci troviamo sempre dei difetti. Poi me ne sono resa conto attraverso gli altri».
Decisivo fu il suo incontro con Macario. Come lo conobbe? Lavorò con lui prima a teatro nel 1976 nella commedia Medico, si fa per dire e poi, nel 1978, nella trasmissione Rai del sabato sera Macario più.
«Lo conobbi tramite un amico comune, è stato proprio un caso. Era venuto a Sanremo con una sua commedia. Andammo tutti a vederlo e me lo presentarono. Lui era molto spiritoso. Rispecchiavo, fisicamente, le sue donnine. Appena mi vide mi disse “ti piacerebbe fare l’attrice?”. “Magari”. Mia madre mi fulminò con gli occhi, poi ci rivedemmo il giorno dopo e mi mise in mano un copione da leggere. “Sei matta” disse mia madre in dialetto piemontese. Un dramma. Ma alla fine, nell’arco di 15 giorni, ho firmato un contratto».
Come lo ricorda?
«Mi accolse come una nipotina, mi proteggeva, aveva un senso di responsabilità, venivo dalla provincia, mi trovai a Torino, città che non conoscevo. Per me era una persona di famiglia. Ma professionalmente era molto rigido. Esigeva molto. Le mie prove erano molto più dure di quelle degli altri, tutti attori professionisti».
Nel 1976 primadonna nella terza serata di Sanremo. Conduttore il d.j. Giancarlo Guardabassi…
«Lessi un invito di Mike Bongiorno sulla Domenica del Corriere. Aveva indetto un concorso perché cercava una valletta. Mandai una foto, pensando “figurati se mi chiamano…”. Mi chiamarono, ci fu una selezione, finita a Montecarlo. Ero tra le ultime. Al festival, Guardabassi era seduto a una scrivania con me e un’altra ragazza. Mike fu il consulente musicale».
Secondo Sanremo, edizione 1984, quello in cui vinse la coppia Al Bano-Romina con Ci sarà, a fianco di Baudo alla conduzione.
«Mi hanno cercato. Poco prima era uscita Gita scolastica, avevo già cominciato a fare dei film. Tremavo come una foglia. Nascere a Sanremo e affiancare Pippo Baudo… Lui? Una macchina da lavoro. Cercò di mettermi a mio agio ma era talmente preso… Dava quasi per scontato che fossimo all’altezza, dandoci una traccia. E c’erano sempre imprevisti. Delegava poco. Non so come facesse…».
Che abito indossava nella serata finale di quel festival?
«Verde, mi arrivava poco sopra alla caviglia e avevo un fiocchettone sulla spalla».
Nel 1982 Sordi la volle per il suo film con Verdone In viaggio con papà. La corteggiò?
«Fu un periodo strepitoso, mi capitava un lavoro dietro l’altro. Quasi non me ne rendevo conto. Non pensavo al successo ma a godermi il momento. Sordi, di una simpatia… Beh, era un uomo, un po’ di corte me l’ha fatta. Fui lusingata ma, carinamente, ho messo dei paletti. Capì di che pasta ero fatta e poi mi presentò la crema del cinema italiano, Scola, Monicelli, Costa-Gavras… Mi invitò ovunque».
È vero che Tinto Brass l’avrebbe voluta per un suo film?
«È vero, feci anche un colloquio con lui. Non ricordo se avesse un titolo, era ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Francia… Avrei dovuto fare un lavoro su di me abbastanza intenso per fare certe scene… Quel film non si fece e non si parlò di compensi».
Co-protagonista in Una gita scolastica di Pupi Avati, del 1983. Nel 1914, una classe di terza liceo, la 3ªG, va in gita scolastica...
«Da Bologna a Firenze passando per l’Appennino tosco-emiliano. A Porretta Terme avevamo la base».
Il prof. Balla s’innamora di lei, la attende con un gelato. Il gelato si scioglie perché lei va ad amoreggiare con un alunno, Giuseppe.
«Giovanni Veronesi, poi diventato un regista bravissimo. Nel film ero sposata».
Le è capitato, nella vita, di aver a che fare con un ragazzo o un uomo innamorato di lei ma non corrisposto?
«Sì, capita. Sono i casi della vita. Non sempre ci s’incontra. Cercavo di essere delicata, di non offendere la persona, dicendo che non era il momento, evitando di dire che non mi piaceva, anch’io ho i miei gusti, non è carino dare il due di picche…».
Nel film, tuttavia, che occhieggia all’amore eterno, accade l’incredibile. Balla e la Stanzani alla fine se ne vanno insieme, con applauso della scolaresca dalla finestra.
«Sì, io e lui andiamo via insieme e lascio il marito che però mi aveva tradito con mia cugina. Mi sento accolta, lui rinuncia alla scuola, a tutto, per dedicare la vita a me e lo seguo in questa avventura, uno scandalo pazzesco».
Oggi, al di là dei film, una storia così potrebbe accadere?
«Accade tutti i giorni. È pieno di uomini non belli ma con donne bellissime vicino. Ci sono dei perché. Nella donna la bellezza è molto richiesta ma se un uomo non rispecchia questi canoni ma ha una bella testa, una cultura, e se è anche benestante… Non è il caso del film perché lui era un semplice professore…».
Ha pensato, talvolta, di convolare al matrimonio?
«Non mi sono mai sposata, ma mi è stato chiesto. Ho avuto convivenze anche lunghe, importanti, mai dire mai, ma pensavo che se due persone stanno insieme non hanno bisogno di una convalida, è una libera scelta di tutti i giorni. Forse l’avrei fatto se fossero arrivati dei figli per dare loro delle garanzie…».
Avrebbe desiderato un figlio?
«Questo sì. Non è arrivato, forse non l’ho cercato, forse non avevo trovato la persona giusta perché un figlio ti cambia la vita, volevo dargli un padre ma per tutta la vita. Molti adesso si separano. I miei genitori sono stati insieme per tutta la vita. Oggi sono felicemente single, ma non ho chiuso la porta…».
L’ultimo film cui ha partecipato, Boom, del 1999. Poi ha lasciato il mondo del cinema e dello spettacolo. Per dare cura ai suoi genitori, essendo figlia unica?
«Sì, ma non sentendolo come un obbligo. Nella vita ci sono delle priorità. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che si sono dedicati a me in toto. Prima di tutto mi hanno messo al mondo. Inizialmente mi sono fatta aiutare da delle persone ma quando le loro condizioni sono peggiorate quello che potevo fare io non lo poteva fare nessun altro. Prima si ammalò più gravemente il papà, Enrico, lo portammo anche a operarsi all’estero, lo seguivo con la mamma, Lucia, la voleva sempre vicina. Entra e esci, per mio papà sono stati quasi 30 anni di ospedale. Il papà è mancato a 88 anni, a Ventimiglia, nel 2009, e la mamma a 92, nel 2019. Quando anche mia madre si è ammalata l’ho portata con me a Milano e me la sono goduta fino all’ultimo».
Che rapporto ha con la spiritualità?
«Sono credente, mia madre e mio padre lo erano tantissimo. Fin che c’era mia madre frequentavo molto di più la chiesa. Mi piace tantissimo entrare nelle chiese, ma vuote. Ho un ottimo rapporto con il mio parroco a Milano, ma nella messa non riesco a raccogliermi…».
Oggi lavora nel settore immobiliare.
«Dovevo uscire dal mondo dello spettacolo ma anche costruire un’alternativa. Già quando facevo l’attrice iniziai a collaborare, nel 1987, con Francesco Conti, nel settore del fitness e del benessere di alto livello. Poi sono passata all’immobiliare, oggi sono una libera professionista in questo settore. Con delle amiche abbiamo uno studio di consulenza a Milano 3».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Ho incontrato anche persone che mi hanno soffrire, ma rifarei tutto perché, se sono arrivata a piacermi, è forse anche grazie alle esperienze negative».