- Due associazioni affiggono davanti alla Mangiagalli di Milano un cartello che suggerisce di non abortire. Un gruppo di attivisti dem, supportato dal primario della clinica, oscura il manifesto in nome della «libertà». Difendere la vita ormai è diventato proibito.
- I Giuristi per la vita sosterranno la battaglia di Ora et labora che ha subito un’aggressione ideologica degna di un regime.
Lo speciale contiene due articoli.
Siamo fisicamente nel territorio del Grande Fratello orwelliano, nel luogo in cui le parole indicano il loro esatto contrario. Ricordate gli slogan di 1984? «La guerra è pace»; «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza». Ecco, a Milano accade la stessa con concetti diversi. Un cartellone che mostra una madre amorevole assieme al suo bimbo viene definito «crudele e insultante». Lo stesso cartellone è stato oscurato da militanti che si definiscono «donne democratiche». Sul brutto drappo utilizzato per cancellare il cartellone c’è scritto: «Viva la libertà». È la sovversione totale della realtà: far nascere un bimbo è crudele; la democrazia è censura; la libertà è silenzio.
È accaduto domenica, di fronte alla Mangiagalli, cioè la clinica ginecologica del Policlinico milanese, una delle più famose d’Italia. Su un lampione vicino all’ingresso è apparso un gonfalone realizzato dalle associazioni Pro vita e Ora et labora. Un cartellone a favore della vita, dunque, con un paio di immagini dolci: una mamma che stringe il bimbo neonato; una donna che appoggia le mani leggere sulla pancia tonda, come ad accarezzare il piccolo che arriverà presto. Poi, un paio di scritte: «Non fermare il suo cuore» e «Avrà il tuo sguardo, il tuo sorriso e sarà coraggioso perché tu lo sei». Dite, dove sta l’offesa?
Per le Donne democratiche issare quel gonfalone è stata «un’azione crudele verso le donne che devono compiere una scelta già dolorosa di per sé». Per Emanuele Fiano del Pd «siamo di fronte a un fatto terribile, a una provocazione che viene fatta alle donne proprio nel momento in cui compiono una scelta difficile». Secondo Alessandra Kustermann, primario della Mangiagalli, «si tratta di un insulto a tutte le donne e alla loro libertà di scelta. È un’iniziativa inaccettabile e stigmatizzante: come donne non possiamo rimanere in silenzio».
Già, loro non possono rimanere in silenzio, e allora fanno in modo di far tacere le associazioni pro vita. Un bel gruppo di militanti progressisti, evidentemente ispirato dalle parole della Kustermann, ha deciso di coprire il gonfalone dei pro vita con un lenzuolo bianco, in modo che fosse completamente nascosto. Hanno messo in pratica la censura in nome della «libertà di scelta». Hanno invocato il rispetto della legge 194, dimenticandosi che proprio quella norma «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».
La nascondono sempre, questa parte. Gli attivisti «democratici» sono costantemente impegnati a ricordare che la 194 permette l’aborto, ma trascurano le parti in cui parla – con estrema serietà – della tutela della vita e dell’importanza della maternità.
Del resto, dimenticano anche che la «libertà» non è soltanto quella di uccidere un feto, ma pure quella di mettere al mondo un figlio. Se non si desidera crescere un bambino non è necessario eliminarlo prima che esca dal ventre materno. Esistono altre strade, altre possibilità. Eppure, ogni volta che si affronta pubblicamente la questione, queste possibilità non vengono mai elencate. Piuttosto, si presenta l’aborto come una strada verso l’emancipazione. Interrompere la gravidanza sarà pure un diritto riconosciuto dalla legge; ma anche far nascere un figlio lo è. E fino all’ultimo secondo si può cambiare, si può decidere di mutare prospettiva, si può riflettere e fare un passo indietro. Anche perché l’interruzione di gravidanza è irreparabile, il resto molto meno.
Invitare una donna a ripensarci, suggerirle di tenere il piccolo (o la piccola) che ha in grembo non è crudeltà. Non è un insulto, e non è nemmeno un tentativo di imprigionarla, di farla essere meno libera. Semmai, è il tentativo di farle esercitare la sua libertà fino in fondo, di ricordarle che non è tutto già scritto.
Dagli Stati Uniti, talvolta, giungono immagini crude. Alcuni manifestanti anti aborto arrivano a usare toni durissimi, accusano le donne fuori dalle cliniche, le insultano persino. A Milano, però, non è accaduto niente di tutto questo. Nessun attacco, nessun urlo, nessun odio. Piuttosto, un invito all’amore. Sul cartellone censurato c’era pure un numero di telefono: quello dell’associazione Ora et labora, che sul sito Internet si offre di aiutare le donne che stanno affrontando gravidanze difficili. E questa sarebbe crudeltà?
La sensazione è che qualcuno – dentro la clinica e nei vari movimenti politici – abbia paura. Paura che una donna possa decidere consapevolmente di non interrompere la gravidanza. Paura che la retorica sull’aborto come «diritto fondamentale» venga scalfita. Paura che i bambini vengano alla luce. Se così non fosse, i sinceri democratici non correrebbero terrorizzati a coprire un cartello che parla di amore materno.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >