- La maternità surrogata è una pratica proibita dallo Stato italiano, ma Strasburgo ha stabilito che i bimbi nati all’estero con quella tecnica, anche da coppie omosessuali, dovranno essere registrati in anagrafe.
- Fdi porta la questione in commissione Sanità: previste 14 audizioni. L’Aifa minimizza e promette «criteri stringenti», oggi tocca a pediatri ed endocrinologi. Finora diagnosticati 251 casi nel Paese.
Lo speciale contiene due articoli.
Come l’Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell’uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.
Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l’adozione. Su questo riconoscono libertà.
Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all’estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all’anagrafe oppure con un’adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.
Quindi il bambino nato all’estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata.
Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d’Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.
E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo».
Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all’anagrafe oppure l’adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L’adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».
La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un’entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell’adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d’ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all’estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l’Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C’è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.
I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l’ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna.
I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all’inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. Quindi di fronte alla richiesta di riconoscere anche Sylvie la Cassazione francese nell’ottobre 2018 ha chiesto lumi alla Corte di Strasburgo.
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