- In questi giorni si parla di Elvira Banotti per i suoi rimproveri a Indro Montanelli nel 1969. Ma le attiviste che si ispirano a lei dimenticano la parte più scorretta del suo pensiero.
- Secondo Maurizio Mori, del Comitato nazionale di bioetica, le obiezioni alla terapia blocca pubertà sono il frutto del fanatismo. Il Senato però annuncia: al via un’indagine sui rischi del medicinale.
Lo speciale contiene due articoli
Durante il carnevalesco sciopero dell’8 marzo, le militanti della congrega femminista Non una di meno hanno imbrattato con vernice rosa (fortunatamente lavabile) la statua di Indro Montanelli posizionata nei giardini di Porta Venezia a Milano. Secondo le attiviste si trattava di una «doverosa azione di riscatto», una punizione postuma inflitta al giornalista per aver acquistato una sposa eritrea di 12 anni nel 1935 o 1936. L’episodio è piuttosto noto, e fece molto discutere nel 1982, quando Montanelli rilasciò un’intervista a Enzo Biagi in cui spiegava che la giovinetta «era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari».
A dirla tutta, non si sa se la ragazza avesse 12 o 14 anni. In proposito, la Fondazione Montanelli Bassi, nel 2015, pubblicò una nota in cui spiegava che «Montanelli sposò sì la giovane Destà com’era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro. Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose». Diciamo che l’attacco postumo di Non una di meno era fuori tempo massimo, ma lasciamo correre. Qui ci interessa concentrarci su una vicenda collaterale ma rilevante. Come ha notato la rivista Wired, l’imbrattamento della statua ha prodotto un curioso effetto: è tornato a circolare sulla Rete «un breve video Rai risalente al 1969, in cui la giornalista e scrittrice Elvira Banotti incalza Montanelli» sulla sua relazione con la minorenne. Il filmato, in effetti, è impietoso. La Banotti colpisce e affonda Indro senza pietà.
E qui sta il punto. Sarebbe molto interessante se le femministe italiane riprendessero anche altre battaglie della signora Banotti, senza limitarsi a quella (per altro un po’ datata) contro Montanelli. Come nota sempre Wired, infatti, il profilo della combattiva Elvira è decisamente più sfaccettato di quanto pensino alcune odierne vestali. La Banotti, infatti, si fece notare per alcuni articoli scoppiettanti pubblicati dal Foglio in cui, tra le altre cose: prendeva le difese di Silvio Berlusconi nel caso Ruby; sbertucciava i sostenitori dello ius soli; se la prendeva con l’ideologia Lgbt e il «totalitarismo gay».
Elvira Banotti (nata ad Asmara nel 1933 e mancata a Roma nel 2014) divenne figura di spicco del femminismo italiano in quanto autrice del Manifesto di Rivolta femminile del 1970. Collaborò con attiviste di primo piano come Carla Lonzi e Carla Accardi, pubblicò saggi molto discussi e molto influenti. Rimase femminista sempre, non rinnegò mai le proprie idee. Fu sempre coerente, insomma, e anche per questo non ebbe paura di esprimere posizioni parecchio scorrette.
Non risparmiava bordate alla Chiesa, combatteva la pornografia e non era affatto a favore della riapertura delle case chiuse. Ma, proprio per difendere le donne, prendeva a schiaffi i fanatici arcobaleno. Nel 2013 definì Nichi Vendola «un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione” per la donna».
Nello stesso articolo demoliva «il clima sbrindellato delle ideologie che consente a gay e lesbiche di investirci tutti con l’accusa di “omofobia” mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l’erotismo e la preziosità dell’accoppiamento». Ne aveva anche per i trans: «Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio” – quel “diritto” punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate – se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai trans che scempiano l’identità di tutte le donne?», scriveva. Anche queste, ovviamente, sono affermazioni che si possono discutere o non condividere. Ma la Banotti, da femminista, aveva capito che molte battaglie Lgbt mirano alla cancellazione della donna, al suo svilimento. Le attiviste di Non una di meno, oggi, la pensano molto diversamente. E infatti non rendono un gran servizio all’universo femminile. Di più. La Banotti comprese perfettamente tutti i problemi causati dall’immigrazione di massa. Fece a fette, sul Foglio, il ministro Cécile Kyenge. Non ebbe paura di attaccare frontalmente i difensori dell’islam sul suolo italiano. Spiegò che «una clandestinità diffusa è il detonatore dell’insicurezza, crea sfilacciature che logorano le civiltà».
Tutte queste idee, per le femministe dei nostri giorni, sono semplicemente irricevibili. Le attiviste che hanno scioperato l’8 marzo si battono per i diritti Lgbt, per la tutela delle minoranze (in primis i migranti presentati sempre come vittime). Nei fatti, hanno trasformato le donne in una minoranza qualunque. Ma sono convinte di difenderle imbrattando le statue.
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