Mentre Macron chiamava il Colle, i caccia francesi attaccavano la Libia
  • La telefonata distensiva con Sergio Mattarella bypassa il governo. L’Eliseo cerca nuove sponde istituzionali e di limitare la nostra presenza in Africa. La missione militare a sostegno di Haftar è durata dieci giorni.
  • Chiesta l’estradizione per 2 latitanti. Rappresentanti del nostro esecutivo a Parigi per aprire le trattative sul rimpatrio degli ex terroristi scappati Oltralpe. Fra i 14 della lista al primo posto Pietrostefani.

Lo speciale contiene due articoli.

La Francia è un partner europeo al quale è bene non dare mai le spalle. Mentre Emmanuel Macron chiamava il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con l’obiettivo di lanciare un messaggio distensivo (dopo il ritiro dell’ambasciatore da Roma), i caccia francesi Mirage atterravano nella base di N’jamena dopo una decina di giorni di continui bombardamenti nel Sud della Libia. Una campagna militare tenuta sotto silenzio e non concordata con l’Italia.

Nonostante la nostra presenza nell’ex Paese di Mohammar Gheddafi sia data per certa anche dal consesso internazionale. L’attività militare è, purtroppo per noi, coordinata direttamente con le milizie del generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Non a caso il bombardamento francese è stato interrotto solo quando i militari di Bengasi hanno preso possesso del campo petrolifero di Sharara nell’area del Fezzan.

«Pacificamente e senza incontrare resistenza, l’Lna ha il pieno controllo del campo petrolifero e di tutti i suoi impianti e ora sta mettendo in sicurezza il posto in pieno coordinamento con l’amministrazione del giacimento», ha scritto in un tweet il portavoce dell’esercito di Haftar, Ahmed Al Mismari. Un analogo annuncio era già stato fatto mercoledì scorso, a fare la differenza stavolta sono i report della presenza fisica in loco delle giubbe della Cirenaica. La presa del giacimento avviene nell’ambito di una campagna per la conquista del Sud della Libia che Haftar ha lanciato alla metà del mese scorso. L’ironia del tweet sta nel fatto che nessuno abbia opposto resistenza probabilmente perché piegato dai dieci gironi di bombardamenti mirati sulle colonne di combattenti guidati da Ali Kanna e sostenuti dagli jihadisti del Ciad. Non si può immaginare che una tale intervento militare a favore di Haftar non sbilanci verso Parigi l’equilibrio già difficile tra i due governi in carica.

Tanto più che come riportato dal sito Libya security studies, il consigliere libico di Emmanuel Macron e alcuni importanti funzionari dei servizi segreti della Dgse dovrebbero effettuare nelle prossime ore una «missione segreta» a Tripoli per discutere su come sostenere Fayez Al Sarraj «per ridurre il potere delle milizie locali e costruire una capacità militare per bilanciare la campagna di Haftar nel Sud». La Francia, riporta il sito Startmag, «sta lavorando duramente per promuovere un ruolo più incisivo per il governo di Al Sarraj sostenuto dalle Nazioni Unite» e «per bilanciare l’avanzata dell’esercito nazionale libico di Haftar nella regione del Fezzan». Il classico doppio gioco che in ogni caso mira a penalizzare l’Italia (Eni compresa) e la nostra intelligence. Proprio martedì si è verificato un fatto molto grave. Media vicini al generale della Cirenaica hanno diffuso la notizia della visita lampo del numero due dell’Aise, Giovanni Caravelli, a Tripoli. La missione sarebbe dovuto rimanere segreta proprio per evitare che le tensioni tra Francia e Italia diventassero tema di dibattito. Caravelli avrebbe incontrato infatti esponenti del governo di Al Sarraj per discutere dell’attivismo di Parigi. Chiunque abbia girato la soffiata al sito Ewan Lybia voleva fare un favore all’intelligence d’Oltralpe impegnata a bruciarci fonti e collegamenti in terra libica.

Se questo è il concetto di collaborazione e di amicizia reciproca che ha in mente Macron allora bisogna riflette sul perché abbia telefonato direttamente a Mattarella. Al di là dello sgarbo istituzionale nei confronti di Giuseppe Conte, l’Eliseo ha capito che i vecchi canali preferenziali vanno rinnovati e in parte motivati. In pratica, compreso che con i gialloblù qualunque relazione non porta a vantaggi per i francesi, la scelta è ricaduta sul Colle. Macron ricorda perfettamente che il cosiddetto «Trattato del Quirinale» era stato solo formalmente spinto dall’ex premier Paolo Gentiloni, ma attivamente benedetto dallo stesso Mattarella. Lo scorso gennaio era stata annunciata l’intenzione di stringere un accordo bilaterale su temi politici ed economici. A lavorare al documento sul lato italiano della frontiera erano stati chiamati a lavorare tre «saggi». L’ex ministro Franco Bassanini, il consigliere di palazzo Chigi per gli affari Ue Marco Piantini e il rettore dell’Università Luiss ed ex ministro Paola Severino.

«In linea con gli orientamenti concordati in occasione del vertice di Lione, il Trattato del Quirinale dovrà dare un forte impulso alle relazioni tra i nostri Paesi strutturandole», recitava il comunicato diffuso dall’allora governo, «e dando loro dei nuovi obiettivi, arricchiti di una duplice dimensione bilaterale ed europea. L’obiettivo è quello di concludere questo Trattato in occasione del prossimo vertice bilaterale, che si terrà in Italia nel secondo semestre del 2018». Per fortuna l’accordo non si è concluso. Perché viste le premesse sarebbe stato estremamente penalizzante per l’Italia. Fa riflettere però che per Macron l’interlocutore resti quella lobby ormai non più al governo. Nulla di nuovo. D’altronde quando l’estate scorsa venne a Roma non incontrò nessuno del governo gialloblù, ma andò direttamente in Vaticano per incontrare il Papa e i rappresentanti della Comunità di Sant’Egidio che – guarda caso -in Algeria e in altri Paesi africani è molto più attenta agli interessi francesi.


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