• Il nuovo corso di Roma spacca i tedeschi: Csu pronta a lasciare se la cancelliera non approverà il respingimento dei migranti.
  • Grana estiva per il ministro Danilo Toninelli: l’Austria sbarra la strada ai mezzi pesanti in Tirolo.

Lo speciale contiene due articoli

Angela Merkel è alle corde. La spaccatura tra la sua Cdu e i cristiano-democratici bavaresi si è aggravata, ora che il ministro degli Interni, Horst Seehofer, ha lanciato un vero ultimatum alla cancelliera: o il governo approva entro lunedì il piano di respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi dell’Ue, o la Csu abbandonerà il gruppo parlamentare unitario del blocco conservatore, mettendo così a repentaglio la tenuta del governo.

La Merkel ha fin qui rifiutato la soluzione unilaterale caldeggiata da Seehofer perché, come ha sottolineato nel suo videomessaggio settimanale di ieri, quella dell’immigrazione è «una sfida europea, che ha bisogno di una risposta europea». Prese di posizione da parte di singoli Paesi, sostiene la cancelliera, finirebbero con il minacciare la coesione dell’Europa. La Germania, però, è stata incalzata dalla piccola rivoluzione innescata dall’Italia con la chiusura dei porti alle Ong, disposta dal ministro degli Interni Matteo Salvini, oltre che con la proposta di hotspot in territorio africano, ufficializzata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il vertice a Parigi con Emmanuel Macron. Berlino si è trovata costretta ad ammettere che il nostro Paese è stato lasciato solo a gestire salvataggi e accoglienza. In generale, è stato sufficiente l’episodio della nave Aquarius per smuovere il pantano in cui sguazzavano gli altri partner europei e per favorire la costituzione di un «fronte dei volenterosi», come lo ha ribattezzato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, tra Italia, Austria, gruppo di Visegrad e, potenzialmente, la Germania, in vista di una seria politica di contenimento delle partenze.

Sullo sfondo dei dissapori tra Cdu e Csu si staglia l’incontro tra Conte e la Merkel in programma per domani, che per stessa ammissione del portavoce della cancelliera, Steffen Seibert, verterà principalmente proprio sulla questione migratoria. Ai tedeschi, dunque, non resta che scegliere una delle due opzioni: perseverare nell’ostilità mostrata nei confronti delle nazioni meno disposte a spalancare le frontiere, come l’Ungheria, seguendo l’esempio della Francia, la quale, pur mostrandosi disponibile ai presidi in Africa e a una revisione dei trattati di Dublino, ha ribadito che l’onere dei salvataggi deve spettare ai Paesi affacciati sul Mediterraneo; oppure sforzarsi di stemperare le polemiche interne, mettendo però fine alla politica delle porte aperte, che ha portato in Germania oltre due milioni di immigrati.

Secondo Bloomberg, in realtà, le turbolenze provocate dai cristiano-democratici bavaresi non determineranno la caduta della Merkel, cui si frappongono vari ostacoli. Anzitutto, la sostanziale compattezza della Cdu, con l’eccezione del «disobbediente» Jens Spahn, ministro della Salute, l’unico a votare contro la bozza di compromesso offerta dalla cancelliera a Seehofer, che dal canto suo invoca i propri poteri di ministro per attuare il giro di vite sui migranti. È la stessa Csu che potrebbe convincersi ad abbassare i toni: in ottobre, il partito affronterà le elezioni in Baviera, dove il suo primato è insidiato dalla crescita dell’estrema destra di Alternative für Deutschland. Non sarebbe la prima volta che gli uomini di Seehofer agitano lo spauracchio del divorzio dalla Cdu, per poi accontentarsi di un accordo al ribasso. Se il polverone sollevato dal ministro tedesco risponde a una strategia elettorale, è plausibile che egli non abbia intenzione di tirare la corda fino a spezzarla. Essere identificata come responsabile della fine della Merkel, in fondo, anziché giovare alla Csu, avvantaggerebbe proprio Afd.

Alla fine, il bandolo della matassa potrebbe venire da Roma. Se l’Italia propiziasse un accordo europeo, che a questo punto gravita attorno al proposito di coinvolgere la Nato nella protezione della frontiera esterna e alla prospettiva di attuare blocchi navali, evocata in maniera sempre più esplicita da Salvini (il Mediterraneo va difeso «con uomini e soldi», ha detto venerdì il leader leghista), il pensiero stesso di prendere provvedimenti a livello esclusivamente nazionale perderebbe di senso. Si arriverebbe infatti all’auspicata collaborazione su scala europea, con una condivisione delle responsabilità orientata non al fallimentare progetto di redistribuzione dei migranti, bensì alla limitazione delle partenze e alla velocizzazione delle procedure per l’asilo.

Come andrà a finire, allora, la crisi politica in Germania? Per Deutsche Welle, l’emittente pubblica tedesca, qualora Seehofer non rientrasse nei ranghi, le vie d’uscita sarebbero le sue dimissioni (o il suo siluramento), oppure un voto di fiducia al Bundestag. Ipotesi, quest’ultima, non priva di pericoli, visto che la cancelliera sconta il pressing di un’opinione pubblica sempre meno favorevole all’immigrazione. Ha dell’incredibile che a portare a un passo dal tracollo la Merkel, per 13 anni dominatrice indiscussa della politica tedesca, potrebbe essere il vituperato governo populista italiano.

Alessandro Rico



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