Discriminati anche col green pass
Com’era facile immaginare, invece di agevolare la vita degli italiani, il green pass la sta complicando. Secondo le disposizioni del ministero dell’Interno, doveva essere tutto facile. Ai clienti di bar e ristoranti già vaccinati, sarebbe bastato mostrare il certificato vaccinale per poter accedere ai locali interni.

Fin dal principio, conoscendo i nostri polli che sono sempre pronti a sottovalutare il problema, avevamo segnalato che i controlli non sarebbero stati così semplici com’erano descritti, perché i camerieri non fanno di mestiere i carabinieri e sono abituati a servire caffè e piatti gourmet, non a chiedere la patente. Ma i soliti «facilitatori» ci avevano replicato che sarebbe bastato scaricare l’applicazione predisposta dal governo per accertare la validità del Qr code rilasciato alle persone immunizzate. L’app, spiegavano, funziona anche offline, cioè senza essere collegata alla Rete, e non tiene in memoria i dati rilevati, così neppure il Garante della privacy può alzare il sopracciglio. Insomma, sembrava un gioco da ragazzi: una verifica comoda, che anche un bambino poco esperto di questioni digitali avrebbe potuto fare. Ma alla prova dei fatti si è capito che le cose stavano diversamente. Intanto, servire in tavola e fare il vigilantes sono due cose diverse e richiedono che il tempo impiegato per le verifiche sia sottratto a quello per ricevere gli ordini e portare i piatti. Ma questo, diciamo, è niente: qualsiasi ristoratore può passarci sopra pur di poter lavorare e non essere costretto alla chiusura. Il problema principale si è posto quando baristi e titolari di pizzerie si sono chiesti quale titolo avessero per pretendere l’esibizione di patente e libretto vaccinale. E qui è entrato in campo il ministro in persona, riuscendo a fare testacoda, perché prima ha chiarito che solo le forze dell’ordine possono chiedere i documenti e poi, a seguito di una nota del Garante della privacy che autorizzava i camerieri a pretendere la carta d’identità, si è mezzo rimangiata la dichiarazione precedente, dicendo che se vogliono possono. Risultato, si è capito che neppure al Viminale avevano le idee chiare: come volevasi dimostrare. Ma non è finita. Ieri l’associazione dei servizi di ristoro ha segnalato che l’applicazione del governo non funziona se il green pass è su carta invece che sul telefono. VerificaC19, questo il nome dell’app, spesso non riuscirebbe a leggere il Qr code stampato. E problemi si sono verificati anche con i telefoni più vecchi, forse per la cattiva qualità dell’immagine del green pass. Risultato: Il Messaggero assicura che in certi casi i ristoratori hanno dovuto allontanare i clienti perché l’applicazione non era in grado di confermare l’avvenuta vaccinazione.

Se a ciò si aggiunge che sono già in circolazione green pass contraffatti, è facile giudicare l’utilità della misura. Del resto, c’era da immaginarlo. Se c’è chi è specializzato nel clonare le carte di credito e violare siti delle Regioni, figuratevi quanto tempo impiegherà a produrre in serie falsi certificati vaccinali. Con le conseguenze che chiunque può pensare: il documento che dovrebbe garantire un pranzo o una cena in sicurezza rischia di produrre l’esatto contrario. Come diciamo fin dall’inizio, invece di tutelare la salute ed evitare i contagi, si rischia di diffonderli, dando la sensazione di un «liberi tutti».

Sarà per questo che ora dal Cts spingono per vaccinare i bambini? Fino a poco tempo fa i minori non dovevano ricevere alcuna dose, ora all’improvviso le dosi sono indispensabili. Mah!

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