- Luciana Lamorgese fa parallelismi tra diritto di cittadinanza e medaglie olimpiche. Matteo Salvini: «Invece di vaneggiare dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia». Il ministro ammette di non riuscire a frenare gli sbarchi. «I positivi? Li distribuiamo sul territorio».
- Sicilia presa d’assalto. Il governatore Nello Musumeci: «È un’accoglienza finta che non rispetta la dignità umana».
Lo speciale contiene due articoli.
Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, particolarmente in vena di propaganda politica, ieri è riuscita a spaccare il governo. Intervistata da Massimo Giannini sul sito web del quotidiano La Stampa, a una domanda sullo ius soli sportivo, introdotto ieri mattina dal presidente del Coni Giovanni Malagò (che rivendicando le vittorie azzurre ha chiesto di snellire l’iter burocratico), ha risposto strizzando l’occhio al segretario del Partito democratico Enrico Letta: «È un tema che si pone e di cui dobbiamo ricordarci non solo quando i nostri atleti vincono delle medaglie». E ha anche aggiunto che «si dovranno fare i riscontri e spero si arrivi a una sintesi politica», perché bisogna aiutare «le seconde generazioni a farle sentire parte integrante della società».
La risposta del leader della Lega Matteo Salvini non si è fatta attendere: «Invece di vaneggiare di ius soli, visto che con la legge vigente siamo il Paese europeo che negli ultimi anni ha concesso più cittadinanze in assoluto, il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia. Ci sono decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti, senza che il Viminale muova un dito».
Ma lo stesso sottosegretario all’Interno, il leghista Nicola Molteni, ha alzato gli scudi: «Malagò è stato maldestro, ha parlato di ius soli dopo la vittoria di Marcell Jacobs, che è invece la negazione vivente dello Ius soli: il tema è altra cosa dai trionfi sportivi. Jacobs, nato in Texas, avrebbe avuto diritto a essere cittadino statunitense ma avendo madre italiana, in virtù dello ius sanguinis è italiano. Quindi legare i due temi è improprio», ha sottolineato Molteni. Che ha anche aggiunto: «La cittadinanza è l’approdo di un percorso integrativo, uno status, non un diritto. Una legge che disciplina la cittadinanza c’è e funziona bene». Molteni ha precisato pure che «si può invece discutere sui tempi per avere la cittadinanza dopo il compimento dei 18 anni. Tre o quattro anni sono troppi».
Laura Boldrini, che da tempo usa la leva della ius soli per ricordare a tutti che è di sinistra, si è inserita subito nel dibattito: «La cittadinanza non deve essere un premio ma un diritto, con dei tempi certi. Due anni per i documenti, più altri due per il vaglio della pratica è un tempo che congela il percorso di vita. È un modo borbonico di considerare la cittadinanza. Le parole di Molteni? Peccato, bisognerebbe evitare di strumentalizzare il tema».
Ma le parole di Lamorgese a commento di Malagò hanno fatto storcere il naso pure al sottosegretario ai rapporti con il Parlamento Deborah Bergamini: «L’attuale modello di integrazione ha dato grandi frutti, anche alle Olimpiadi. Ricondurre però le vittorie dell’Italia a un tema di origini o di colore della pelle non mi sembra rispettoso dei grandissimi successi ottenuti. Mi concentrerei nel far funzionare al meglio il sistema attualmente in vigore». Lamorgese non deve aver preso bene la mira sulla «sintesi politica». E dopo aver quasi scatenato una crisi, il ministro dell’Interno si è calato le braghe sull’invasione e ha ammesso: «Molti degli sbarchi sono autonomi e non possiamo fermarli». Subito dopo si è soffermata sui numeri: «Sono aumentati, certamente, ma non parlerei di invasione». E ha anche affermato di aver risolto la questione sanitaria legata all’accoglienza regalando migranti al resto del Paese. Le sue parole, riportate dalle agenzie di stampa, sono queste: «L’emergenza ci sarebbe se restassero tutti in Sicilia. Cosa che non avviene perché dopo la quarantena vengono distribuiti sul territorio». In Friuli Venezia Giulia, però, da oltre un mese la Regione combatte con focolai nei centri d’accoglienza di Trieste e Pordenone. E anche in Calabria si contano positivi tra gli sbarcati. In molti sono fuggiti dall’hub regionale di Crotone, struttura predisposta per la quarantena. Sono soprattutto tunisini e algerini, che sanno di non poter richiedere asilo. Da un centro d’accoglienza di Campolieto, in provincia di Campobasso, dove c’era un positivo, invece, dalla quarantena sono fuggiti in nove. Nel frattempo il governo dà la caccia, per dirla come La Repubblica, ai non vaccinati, tra i quali si contano circa 200.000 insegnanti. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie stima che circa 600.000 immigrati irregolari e circa 200.000 richiedenti asilo si aggirano indisturbati in Italia, sfuggendo dai radar del generale Francesco Figliuolo. A loro, però, nessuno dà la caccia.
Nonostante a luglio l’Istituto superiore di sanità sia intervenuto sulle vaccinazioni nelle strutture di accoglienza. «Ma non ci sono state indicazioni precise su come vaccinarli e quale vaccino usare», denuncia Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas Roma e membro della Società italiana di medicina delle migrazioni, su Redattore sociale. Stando a un’indagine realizzata dal Tavolo immigrazione e salute e dal Tavolo asilo e immigrazione di maggio per intercettare eventuali sacche di resistenza o perplessità tra gli ospiti delle strutture di accoglienza è emerso che gli ospiti delle strutture d’accoglienza dichiarano in netta maggioranza di essere a conoscenza della disponibilità di un vaccino anti Covid, quasi il 60 per cento di loro, però, non è incline alla vaccinazione, il 37 per cento non lo vuole fare e il 20 per cento non ha un’opinione al riguardo. Nonostante il dossier sia stato inviato al ministro della Salute Roberto Speranza e al commissario straordinario Figliuolo, però, nel mirino dei vaccinatori ossessivi compulsivi ci restano solo gli insegnanti.
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