- Il ministro ripesca l’idea (fallimentare) di Luciana Lamorgese. Eugenio Giani, Michele Emiliano e Stefano Bonaccini: «Ora più soldi alle associazioni». Intanto l’Ue frena la strategia di aiuti alla Tunisia.
- La Francia non è in grado di costringere le Comore a riprendersi i propri cittadini espulsi dal Dipartimento d’oltremare. Dove le bande di clandestini scatenano il terrore.
Lo speciale contiene due articoli.
Con i francesi che a Nord piazzeranno un tappo la prossima settimana, dispiegando forze di polizia e gendarmi al confine con l’Italia per evitare gli ingressi illegali, e con il «niet» europeo agli aiuti per la Tunisia, Paese che da qualche tempo sta pompando migliaia di migranti verso la Sicilia, il Viminale, per correre ai ripari, sceglie la strategia dell’«accoglienza diffusa». I punti fermi, illustrati ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al termine della riunione straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle province autonome con i ministri dell’Interno e della Protezione civile, sono questi: prediligere il modello dell’accoglienza diffusa rispetto a quello dei grandi centri e, contemporaneamente, ingrandire e rafforzare i quattro hotspot di primo approdo presenti in Sicilia e in Calabria.
Inoltre, Piantedosi ha proposto l’istituzione di un tavolo tecnico sui flussi migratori per il coordinamento permanente tra il Commissario per l’emergenza immigrazione e le Regioni. All’incontro hanno partecipato in video collegamento anche il ministro della Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, e il commissario per l’emergenza immigrazione Valerio Valenti. Le proposte devono aver spiazzato i governatori rossi. Come Eugenio Giani che, parlando anche a nome del collega pugliese Michele Emiliano e di quello emiliano Stefano Bonaccini, ha già immaginato un picco di fondi per la filiera dell’accoglienza: «Bene ha fatto il ministro Piantedosi a sottolineare che il governo vuole rafforzare l’accoglienza diffusa. Questo significa innanzitutto maggiori risorse per i Cas e per le forme di accoglienza perché è evidente che riesci a creare accoglienza diffusa se offri opportunità da un punto di vista economico per quelle associazioni e per quegli organismi di volontariato che poi questa accoglienza la materializzano nella gestione delle strutture». Ma Piantedosi deve avere in mente qualcosa di diverso rispetto alla semplice implementazione del fallimentare sistema ereditato da Luciana Lamorgese e tutto concentrato su Cas e rete Sai (Sistema per l’accoglienza e l’integrazione). Anche perché il governo è consapevole della portata dei flussi annunciata per i prossimi mesi: «Abbiamo buoni motivi per ritenere che le 40.000 persone sbarcate in appena quattro mesi siano solo un antipasto rispetto ai flussi che potremmo registrare fra qualche mese», ha spiegato Musumeci, aggiungendo che «lo stato di emergenza è la naturale e inevitabile conseguenza di un flusso migratorio mai registrato nel passato. Facilitare gli interventi sul territorio per consentire un’accoglienza diffusa in un contesto normativo semplificato è una priorità per ridurre disagi e promiscuità ai migranti affluiti sulle nostre coste».
Il governo probabilmente ritiene, proprio grazie all’attività di dialogo avviata, anche di poter far rientrare nel pacchetto dell’emergenza le cinque Regioni amministrate dal centrosinistra che si erano chiamate fuori.
Ma è il fronte internazionale a preoccupare maggiormente. Mentre il commissario Ue agli Affari interni, Ylva Johansson, è in Tunisia per una visita volta a rafforzare il partenariato strategico con il Paese nordafricano, con la finalità di prevenire l’immigrazione irregolare (ma all’ordine del giorno ci sono anche i rimpatri e il reinserimento, soprattutto dei migranti più vulnerabili), la Commissione europea prende tempo, attendendo che terminino le trattative tra la Tunisia e il Fondo monetario internazionale per esprimersi sul prestito da 1,9 miliardi di dollari. Solo dopo la firma di un’intesa si potrà procedere con un pacchetto di assistenza macrofinanziaria. I tempi però sembrano dilatarsi e la situazione di instabilità tunisina non accenna a rientrare. Ma «l’accordo è una precondizione», fanno sapere dall’Ue, propagandando ciò che è già stato messo in campo con altri meccanismi d’aiuto. «L’assistenza bilaterale Ue prevista per la Tunisia nel periodo 2021-2024», ha spiegato la portavoce della Commissione Ue per il Vicinato, l’allargamento e i partenariati internazionali, Ana Pisonero, «ammonta a circa 600 milioni di euro e si concentra su tre priorità: promuovere una buona governance e lo Stato di diritto, stimolare una crescita economica sostenibile e rinforzare la coesione sociale nel Paese». Il tavolo con il Fondo monetario internazionale viaggia parallelamente. Ma la condizione messa sul piatto dall’Ue è un programma di riforme che Tunisi in questo momento sembra non avere nella sua road map. E questo nonostante negli ultimi mesi il governo italiano abbia tentato di mediare tra Ue, Fmi e Tunisia, con l’obiettivo di stabilizzare il Paese nordafricano e disinnescare il rischio di una bomba migratoria che potrebbe abbattersi sulle nostre coste da un momento all’altro.
«L’impegno italiano», ha detto ieri il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, «resta quello di scongiurare il peggioramento di una crisi economica che produrrebbe un aumento dei flussi irregolari e una Tunisia più lontana dall’Ue e più vicina a Cina e Russia». Ed è ripartito con il pressing: «Auspico che il Fondo monetario internazionale possa tenere conto delle legittime preoccupazioni tunisine a fronte delle riforme richieste». L’Italia, intanto, ritiene di aver trovato una strada per salvare capra e cavoli: cominciare a erogare i fondi, legando le successive tranche all’implementazione delle riforme tunisine. Non resta che aspettare una risposta da Bruxelles, con i tempi della burocrazia Ue.
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