Salvini e Conte 
rifilano alla Merkel altri migranti. A Macron resta solo il pallone
Ansa
  • La Francia multietnica di Paul Pogba e Kylian Mbappé supera la Croazia e vince il Mondiale sotto gli occhi di Vladimir Putin. Il presidente transalpino gongola, però quello da calcio è l’unico campo nel quale non sia stato stracciato.
  • Dopo Malta e Parigi, pure la cancelliera tedesca darà accoglienza a 50 dei clandestini sbarcati a Pozzallo. Idem per Portogallo e Spagna. Matteo Salvini ora rilancia sulla Libia: un piano di aiuti per limitare le partenze da lì.

Lo speciale contiene due articoli

Hanno vinto i peggiori. Timidi, opportunisti, in qualche fase quasi «vomitevoli» come piace argomentare al loro presidente Emmanuel Macron. Ma hanno vinto 4-2 e la Coppa del Mondo è per la seconda volta nelle loro forti manone francesi. Questo conta nel mondo del pallone, come predica spesso invano Massimiliano Allegri. Il resto è rispetto e rimpianto per la Croazia che ha giocato meglio, a tratti ha dominato. Ma il coraggio non sempre fa statistica. Un autogol da fallo inesistente, un rimpallo e un rigore da Var, regalato da un regolamento che non tiene più conto dell’involontarietà di nulla. Troppo, per chiunque non sia un algoritmo.

Il mondiale multicult doveva avere il suo finale politicamente corretto e l’ha avuto, con il re plastificato del mondialismo senza patria Macron descamisado in tribuna a danzare l’hip hop. Sconfitto sull’immigrazione, costretto ad aprire i porti blindati dall’ipocrisia, abbandonato anche da Angela Merkel nelle sue corrucciate reprimende da primo della classe, le petit roi alza almeno la coppa. Una fortuna pazzesca, le viene restituito tutto insieme ciò che le fu tolto (in termini di meriti oggettivi) nella finale del 2006 a Berlino contro l’Italia.

La Croazia ha una partenza da gran premio. Il pressing di Luka Modric e Ivan Rakitic è asfissiante, per i bleus è praticamente impossibile cominciare l’azione e il segnale è immediato: qui non si molla un centimetro, questo prato moscovita è dietro Plitvice, dove si vince o si muore. La Francia non si preoccupa ma si prepara a fare la murena nel buco: fin qui ha sempre giocato e vinto con un contropiede speculativo mascherato dalle giocate dei suoi campioni Kylian Mbappé e Antoine Griezmann.

Ivan Perisic è scatenato, fermarlo è difficile e Lucas Hernandez ci prova tirandogli una manata in faccia: niente per l’arbitro argentino Nestor Pitana, più considerato in patria come attore generico che come direttore di gara. Secondo i tifosi di River Plate e Boca Juniors con la finale ha vinto un terno al lotto. La Croazia domina, ma al 18° il destino decide in altro modo: la Francia pesca il numero secco al casinó di Montecarlo e su una punizione di Griezmann, Marione Mandzukic devia di zucca all’incrocio dei pali. Però è quello della sua porta. E Danjel Subasic dalle grandi mani (oggi colpevolmente inutili) lo guarda con la disperazione negli occhi (1-0).

Adesso potrebbe essere un’altra partita, ma la Francia è tatticamente limitata; del resto se avesse voluto spumeggiare avrebbe scelto un altro allenatore e non il contabile Didier Deschamps. I croati schiumano rabbia, i transalpini continuano a stare arroccati secondo il codice Rocco (Nereo). E dieci minuti dopo è Perisic – protagonista tragico della finale – a raccogliere un pallone al limite dell’area e a pareggiare con un gran diagonale (1-1). Quesito da cortile italiano: ciò che lo juventino distrugge, l’interista ricostruisce? Calma, perché al 38° lo stesso Perisic non fa in tempo a tagliarsi una mano, la palla ci finisce sopra in mischia e l’arbitro comparsa concede il rigore. È la morte ufficiale dell’intervento involontario; ciò che accade in area è sempre e comunque doloso. A questo punto il regolamento è utile solo per far le barchette nelle pozze dopo un temporale. Griezmann mette la palla sul dischetto e fa centro (2-1).

Alla fine del primo tempo c’è la conta degli assenti, vale a dire degli spettatori non paganti: Marcelo Brozovic, Mario Mandzukic e il super pasticcione Ivan Strinic per i croati; Blaise Matuidi, Benjamin Pavard e il pennellone Olivier Giroud per i bleus. Quando si ricomincia è ancora la Croazia ad attaccare con generosità; doveva essere più stanca per aver giocato una partita in più (tre supplementari consecutivi) e invece dà lezioni di grinta, di tonicità atletica, di carattere. Ma su questo non c’era dubbio. Sugli altipiani dietro Zara finché c’è benzina si corre.

Dopo 51 minuti si presenta Mbappé, al quale qualcuno ha tolto gli auricolari e ha detto: stiamo giocando. Al 58° la Croazia attacca, ma è ancora la speculativa Francia a segnare con Pogba, favorito da un rimpallo (3-1). Adesso è facile: tutti in area e rinvii su Mbappé. È ciò che puntualmente accade al 64° quando il bimbo d’oro segna il quarto gol in contropiede (4-1). Poi entriamo in una fase da pochade teatrale con il portiere Lloris che si crede Loris Karius, tenta di dribblare Mandzukic in area e gli regala un gol (4-2). Succede ai francesi, quando si sentono fenomeni, di mostrare lampi di ridicolo.

Giovanna d’Arco torna in trincea. Un diagonale di Rakitic fa tremare la Tour Eiffel, ma adesso i guerrieri di Zlatko Dalic sono stanchi per davvero. Il telecronista Sandro Piccinini (perfetto il mondiale di Mediaset) commenta: «Ora la Francia non riesce a costruire più nulla». Per la verità non c’è mai riuscita, tenuta in piedi da Griezmann, da Pogba e da un’enorme statua della Marianna con un cornetto rosso al posto della bandiera.

Così finisce un mondiale da luna park, disteso e divertente per chi l’aveva perso a novembre. Si conclude con il trionfo d’una piccola squadra sopravvalutata dalla cortigianeria mediatica, pur se composta da quattro grandi giocatori (Griezmann, Mbappé, N’Zonzi, Pogba). La Francia è campione del mondo per la seconda volta, simbolo del potere pervasivo, esteriore e molto fashion del multiculturalismo da iPhone. Ma il calcio è un’altra cosa. È un impasto di sofferenza e passione, è tattica e lacrime, è qualcosa che somiglia alla scalata della Croazia verso la luce. La luce degli sconfitti che hanno diritto di uscire a testa alta più dei vincitori non per sensazioni astratte, ma perché hanno giocato meglio, provando a vincere sempre. La somma dei loro voti è nettamente superiore a quella dei vincitori. Questo ribadiamo, mentre la grandeur deflagra, nel giorno in cui il pallone non mostra la sua sferica onestà.

Giorgio Gandola


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