«L’Ue ci taglia i fondi ma non ci metterà contro il Sud Europa»
ANSA
Szabolcs Takács, segretario di Stato ungherese agli Affari esteri: «Non si usano i budget per punire i Paesi. Siamo pronti a lavorare con l’Italia».

L’Ungheria alza la voce contro il taglio dei fondi annunciato dalla Commissione europea. Una sforbiciata che si abbatterà con particolare violenza su tutti i membri del gruppo Visegrad, vale a dire Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e, appunto, Ungheria. Nel corso della conferenza stampa svoltasi giovedì a Budapest, il governo ungherese ha infatti definito «inaccettabile» la bozza del prossimo budget presentata lo scorso mese. Szabolcs Takács, segretario di Stato agli Affari Ue per il governo ungherese, ha spiegato alla Verità i motivi del dissenso.

Segretario, le proposte della Commissione sul budget 2021-2027 minacciano di colpire duramente i Paesi dell’Est.

«La proposta di budget elaborata dalla Commissione ci lascia profondamente delusi. Nella sostanza Bruxelles prevede un taglio dei fondi per la coesione in una misura che giudichiamo irrealistica e ingiustificabile. Le politiche di coesione sono state introdotte per risolvere il problema della disparità economica tra le varie regioni dell’Ue. Non avremmo voluto assistere a un taglio così drastico dei fondi, così come siamo contrari a variare i principi che ne regolano l’assegnazione. Risulta molto arduo per noi accettare delle proposte che tolgono fondi alle regioni più povere per darli a quelle più ricche».

Alcuni Paesi mediterranei, come l’Italia, la Grecia e la Spagna hanno visto incrementare i propri fondi per la coesione. È possibile che la Commissione stia tentando di dare un contentino a quei Paesi che rappresentano una minaccia per la stabilità dell’eurozona e dell’Unione europea?

«Le proposte sul budget, specie quelle relative alla distribuzione dei fondi per la coesione, non dovrebbero mai essere utilizzate come strumento politico per premiare o punire un determinato Paese membro. Si tratta di un approccio totalmente fuori luogo. Se qualche membro della Commissione pensa di poter andare avanti su questa strada si sbaglia di grosso. Ci possono essere stati del Sud che hanno necessità di maggiori fondi per la coesione, ma la maggioranza dei Paesi più bisognosi si trova nell’Europa centrale e orientale. Per questo motivo riteniamo che le proposte formulate dalla Commissione non siano bilanciate né eque. Ad ogni modo, il governo ungherese rigetta con forza la narrazione, alimentata dalla stessa Commissione, che vuole gli Stati meridionali contrapposti a quelli orientali. Non abbiamo alcun problema con gli Stati del Sud Europa in quanto crediamo fermamente nel valore della cooperazione. Le politiche di coesione non devono essere considerate come una sorta di elemosina per la nostra regione. Una cosa è certa: il budget non può essere utilizzato come arma politica per condizionare la politica interna, l’esito delle elezioni né tanto meno premiare o punire selettivamente questo o quel Paese».

Il prossimo Consiglio europeo, in programma a Bruxelles per il 28 e 29 giugno, sarà cruciale.

«Ci riserviamo di analizzare proposte della Commissione con cura prima di prendere posizione. È un processo lungo e i negoziati sono appena partiti. Non va dimenticato che per approvare il budget occorre l’unanimità. È prematuro dunque trarre conclusioni sulle proposte, che noi comunque valutiamo totalmente sbilanciate e lontane dalle nostre aspettative. Con questi presupposti, è difficile essere ottimisti sull’esito del negoziato. La Commissione avrebbe dovuto proporre un budget in grado di realizzare le priorità comuni e non risparmiare nei settori indispensabili per il rafforzamento dell’Europa».

La Commissione sembra avere molta fretta. Nelle intenzioni, l’iter di approvazione del budget dovrebbe concludersi entro le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che si terranno la prossima primavera.

«L’Ungheria non è focalizzata sui tempi, quanto sulla qualità. Se le proposte saranno buone, se ne potrà parlare. Partiamo dal presupposto che l’entità dei tagli ai Paesi dell’Est è ingiustificabile. Vogliamo che l’Ungheria diventi un contributore netto (cioè un Paese che versa più di quanto riceve, ndr), ma perché ciò si realizzi abbiamo bisogno di un budget che sostenga questo obiettivo».

Un altro problema è rappresentato dal rafforzamento del principio dello «stato di diritto», che attribuisce alla Commissione il potere di ridurre, sospendere o addirittura revocare i fondi in caso di violazioni in questo senso.

«L’Ungheria non ha nulla da nascondere. In realtà esiste già un meccanismo relativo allo stato di diritto approvato nel 2014. Ogni discussione futura dovrebbe muovere da questa direttrice. Nessun problema sulla proposta di collegare lo stato di diritto al budget, l’importante è che si applichi a tutti e non in maniera mirata. La proposta attuale invece si basa su criteri soggettivi, lasciando così spazio per un abuso politico di questo strumento».

Ritiene che l’Ungheria possa trovare un alleato nel nuovo governo italiano?

«Il nostro Paese rispetta sempre l’esito delle elezioni, qualunque esso sia. Siamo aperti sin da subito a collaborare con il nuovo governo italiano, che a nostro avviso ha dalla sua una forte legittimazione popolare. Questo è ciò in cui crediamo: per noi il futuro dell’Unione europea dipende dalla cooperazione tra gli Stati membri».

Il ministro Salvini ha avuto un colloquio telefonico qualche giorno fa con il presidente Viktor Orbán. Che problemi condividono i nostri due Paesi?

«Per quanto riguarda il tema dell’immigrazione, le posizioni italiane e ungheresi mostrano forti somiglianze. Una priorità comune è rappresentata dalla necessità di incrementare i rientri. È importante poi costruire una forte cooperazione con i Paesi di origine e di transito, oltre che affrontare le cause più profonde che causano le migrazioni. I nostri Paesi hanno un interesse comune a generare e non solo a ridurre i flussi migratori al di fuori dell’Europa. Garantire il pieno controllo delle frontiere esterne e istituire punti di riferimento esterni nei Paesi terzi, infine, risulta indispensabile per entrambi i Paesi. Ciò fa capire come gli Stati centrali e quelli meridionali, e ovviamente ciò vale per l’Ungheria e l’Italia, non sono nemici, anzi sono sulla stessa barca».

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