- Il pranzo solidale della sinistra milanese è una passerella delle coop. Molti immigrati ignorano persino perché siano lì. E se glielo chiedi dicono: «Non paghiamo il cibo».
- Per digerire il picnic c’è la solita ricetta dello scrittore Roberto Saviano, attaccare la Lega e il suo segretario: «Avete rubato 50 milioni allo Stato». Pure Giuseppe Sala sale in cattedra: «Sono l’anti Salvini del Nord». E apre la città ai rifugiati.
Lo speciale contiene due articoli.
Parco Sempione, centro di Milano. Ore 12.30. Egiziani, cinesi, bangladesi, giapponesi, tailandesi, etiopi. L’effetto è quello delle auto in coda al casello di un’autostrada. Tutti in fila sotto il sole per accedere a «Ricetta Milano», la manifestazione organizzata ieri dal Comune e da Kamba, un’associazione che promuove iniziative per richiedenti asilo. L’evento è recintato con il tipico nastro bianco e rosso a delimitare lo spazio dove è stata allestita la tavolata di circa 2,6 chilometri che si sviluppa da piazza del Cannone lungo alcuni viali del parco. Tra i controlli di zaini e borse da parte delle forze dell’ordine e tutte le carte da compilare per accedere, già alle 13 (dopo poco dall’inizio della manifestazione) c’è gente che – senza fare troppa fatica – alza il nastro e entra bypassando la sicurezza.
Ogni associazione presente ha un posto preassegnato. Secondo la cartella stampa diffusa da Palazzo Marino, alla manifestazione avrebbero dovuto prendere parte 150 associazioni oltre a tutte le persone presenti che si sono aggiunte.
Superato l’ingresso che da Piazza Castello porta al parco, c’è una lunga tavolata di cinesi, la comunità di certo più numerosa a Milano e tra le meglio integrate nel tessuto sociale cittadino. Poco a che vedere con i richiedenti asilo, è senza dubbio la più presente a «Ricetta Milano».
Alle 13 circa arriva il sindaco Beppe Sala, speranzoso di trovare nuova linfa elettorale. Una calca costituita perlopiù da giornalisti e curiosi gli si mette intorno. I cinesi nemmeno si girano e continuano a distribuire il cibo che avevano portato da casa. Zuppe, involtini, succhi, salsa di soia e non solo. Gli chiediamo perché non stiano mangiando il cibo offerto dagli sponsor dell’evento (Eataly, Spontini, Ferrarelle e Alce Nero quelli che avrebbero fornito il cibo). Silenzio. Nessuno risponde. Nessuno parla italiano. Poi uno seduto un po’ più lontano, con un italiano decisamente stentato, dice «cibo buono, cibo buono», indicando delle polpette portate da casa.
Al che, con l’intenzione di capire quanto sappiano della manifestazione, domandiamo perché siano venuti. Due signore si girano, si guardano e ridono. Nessuno risponde.
Oltrepassata la parte più affollata, quella vicino all’ingresso di Piazza Castello, ci incamminiamo sulla sinistra, dove la tavolata continuava. Tra cibo gratis (portato perlopiù dalla associazioni) e una bella giornata estiva ci aspettiamo che gli 8.000 posti a tavola previsti siano strapieni di gente. Invece no.
La «Ricetta Milano» proposta da Sala sembra invece non aver incontrato i gusti di molte associazioni (di migranti, ma non solo) che hanno preferito non esserci. Così all’occhio saltano le tavolate di legno con le gambe di ferro pieghevoli debitamente allestite con tovagliette, bicchieri, piatti di carta e forchette marchiate da Palazzo Marino, ma intonse. Alle 13.30, in piena ora di pranzo, sono vuote.
Continuiamo il nostro cammino e incontriamo un gruppo di donne di lingua araba. Ci avviciniamo. Proviamo a capire perché siano qui. Mi rispondono, «capo, capo», indicando due signore italiane, membri della associazione con cui sono venute al parco Sempione.
Le due italiane ci spiegano che sono venute con l’idea di condividere i cibi delle diverse culture presenti, ma che l’organizzazione glielo ha vietato per questioni igieniche. «Solo il cibo degli sponsor può essere condiviso», ci spiegano.
Ma come? Quasi 3 chilometri di tavola per condividere «sapori, colori e profumi dei cibi della città aperta», come recita il comunicato stampa, e poi non è possibile condividere le pietanze? «Non lo dica a nessuno, ma noi lo facciamo lo stesso», dicono ieri all’ombra di un albero del parco.
È chiaro che il veto del Comune serve a evitare eventuali vertenze legali in caso di intossicazione alimentare. «Peccato», continuano le signore, «forse per il troppo sole o per i controlli eccessivi molte persone non sono venute».
A questo punto si fanno le 14 circa. Ai tavoli che nessuno ha utilizzato si uniscono quelli lasciati dai commensali che hanno pranzato e poi si sono alzati. Il disordine e lo sporco non mancano, ma qualcuno tra i 500 volontari è già all’opera per rimettere in ordine.
Poco più in là scorgiamo un gruppi di ragazzi di colore che indossano una maglietta arancione. Si capisce che qualcuno gliel’ha data per l’evento e che loro non sanno molto della manifestazione cui stanno partecipando. Dal colletto della maglietta di uno di loro, si nota chiaramente che sotto quella arancione ne hanno un’altra. C’è persino uno che se l’è tolta per il troppo caldo e la usa per asciugarsi il sudore.
Gli chiediamo perché hanno partecipato. Uno dei ragazzi risponde a fatica in italiano, «perché il mangiare è gratuito». A questo punto chiediamo se sono qui con una associazione. Un altro risponde, «bene», lasciando intuire che l’italiano va affinato ancora un po’. Alla fine uno dei quattro ragazzi risponde «Acuarinto», riferendosi a un’associazione no profit fondata ad Agrigento ma operante in tutta Italia. Poi aggiunge, «da tre giorni», facendo intendere di non avere proprio ben chiaro il motivo per cui sono al Sempione. Per inciso, nel tardo pomeriggio di ieri sono uscite delle foto che ritraevano Sala insieme a un gruppo di ragazzi con indosso le magliette della medesima associazione, come simbolo di integrazione.
Alla fine, dunque, i primi a dire no alla ricetta milanese del sindaco Sala sono stati proprio i migranti con le loro associazioni. E anche quelli presenti non parevano mossi da un grande spirito di condivisione, quanto più dalla prospettiva di un pasto gratuito. Sia chiaro, però, portato da casa.
Gianluca Baldini
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