- Benedetto XVI rompe il riserbo con un saggio imponente che illumina 50 anni di storia. E indica l’origine reale dei mali: l’abbandono della certezza in Gesù.
- Raymond Burke, uno dei 4 cardinali dei dubia: «Va corretta la tolleranza per la cultura gay nel clero».
Lo speciale contiene due articoli.
Più Papa che emerito, è tornato Ratzinger. Ieri mattina un sacco di gente ha iniziato a chiedersi cosa fosse Klerusblatt, scoprendo che si tratta del foglio della diocesi bavarese. È diventata di colpo una rivista di notorietà globale, perché Benedetto XVI l’ha scelta come sorprendente sede di un suo scritto poderoso, destinato a passare dalla cronaca alla storia. È il testo più significativo e corposo dalla rinuncia al pontificato del 2013. Un intervento che dà imprevista originalità al suo impegno a restare «nel servizio della preghiera, per così dire, nel recinto di san Pietro». Suona grottesca la semplificazione della «pedofilia creata dal ’68» di gran parte degli organi d’informazione ieri. Benedetto XVI a 91 anni illumina mezzo secolo di storia del mondo e della Chiesa. Non è un ricettario contro la pedofilia ma un saggio sulla fede. Ratzinger «pur non avendo più da emerito alcuna diretta responsabilità», dice, desidera «contribuire alla ripresa» della Chiesa ferita. Il testo completo, anticipato ieri da Massimo Franco sul Corriere , è disponibile al sito bit.ly/2uXbFFT ed è diviso in tre parti.
Nella prima, Benedetto tratteggia il fenomeno sorto negli anni Sessanta che investe in pieno il post Concilio (vero bersaglio, più del ’68). Il «collasso della teologia morale cattolica» rende la Chiesa «inerme di fronte ai processi nella società». Sul piano culturale, questo si traduce in un abbandono dell’«opzione giusnaturalistica». Si cerca cioè di fondare la morale solo sulla Scrittura, e non sul fatto cristiano come corrispondente all’uomo. Anche nella Chiesa si insinua il fattore della crisi del liberalismo, cioè l’insostenibilità di un sistema fondato sull’utilitarismo: una morale «definita solo in base agli scopi dell’agire umano». «Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio». Benedetto XVI si leva macigni dai calzari. Spiega come la battaglia per sostenere il dato morale assoluto (nell’espressione «beni indisponibili» riecheggiano i «principi non negoziabili») lo veda contrapposto a molti nella Chiesa. Sublime e sornione, liquida il teologo Franz Böckle che aveva minacciato sfracelli contro la Veritatis splendor: «Dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991». Ratzinger spiega che questa debolezza di fede mina la possibilità di dire qualcosa sul mondo: chi confina l’infallibilità alla dottrina finisce per ridurre al silenzio la Chiesa su ciò che interessa la vita dell’uomo. Mentre «la fede è un cammino, un modo di vivere», se necessario in opposizione «al modo di vivere comune».
Nella seconda parte il Papa emerito indaga le conseguenze di questa deriva postconciliare che ha radicalizzato la «dissoluzione della concezione cristiana della morale», soprattutto nella preparazione dei sacerdoti e negli «spazi di vita della Chiesa». L’accusa è durissima: «In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima». La parte più occultata del celebre «memoriale Viganò» viene qui illuminata da una personalità che diventa complicato associare a complotti conservatori.
Sottile, ma micidiale, è la nota sulla «conciliarità», spesso intesa come «atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo». Un altro pietrone rotola dalle scarpe di Ratzinger: «In non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco». Su questo terreno arriva il disastro della pedofilia. Il Papa emerito racconta della lotta combattuta assieme a Karol Wojtyla per cambiare il diritto canonico, rendendo possibili condanne effettive, prima «impossibili» per un malinteso «garantismo».
Il terzo passaggio, che è il più corposo, ha un retrogusto leninista nel suo incipit: «Cosa dobbiamo fare?». Seguono righe altissime per contenuto teologico, per felicità espressiva, per potenza intellettuale. Benedetto XVI non propone ricette, strategie, raduni (pur necessari, come mostra il suo pontificato e il suo «grazie» a Francesco). Riannoda i fili di una storia d’amore tra Dio e l’uomo, strappa alla compagnia che va sotto il nome di Chiesa la tentazione di ogni riduzione politica: «L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore». Impressiona la facilità con cui Ratzinger passa da un atto di fede alle basi filosofiche della contemporaneità: «Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso […] Non vi sarebbero più i criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste».
Benedetto indica il punto che non tiene della nostra mentalità: «Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In realtà […] muore il senso che le offre orientamento […] La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volta diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare».
Questo è il fulcro di un intervento storico. Il problema della pedofilia è per Ratzinger una delle possibili conseguenze di un problema di fede. Di dimenticanza della convenienza umana della vita cristiana. Lo sguardo sulla Chiesa è lo stesso di colui che parlò della «sporcizia» sulla barca di Pietro. Ma occorre resistere alla tentazione di fare «un’altra Chiesa inventata da noi», considerando questa «qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi». È il diavolo a indurre tale tentazione palingenetica su base umana. L’unica «strategia» che offre Benedetto è l’arma della testimonianza: uomini felici perché amano Gesù. «Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro sofferenza si impegnano per Dio. […] Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprattutto il trovarli e il riconoscerli».
Ratzinger chiude con un toccante esempio personale: «Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli anche a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede».
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