A 91 anni Benedetto scuote la Chiesa. In Vaticano tutti devono farci i conti
  • Spaccatura tra chi considera il documento di Joseph Ratzinger sugli abusi un attacco alla «conversione pastorale» di Jorge Bergoglio e i tanti che invece ne appoggiano le tesi e ritengono finalmente squarciato il muro del silenzio.
  • Sia nell’allocuzione del 2005 sul Concilio, sia a Ratisbona, sia nello scritto più recente il Papa tedesco ha sempre biasimato chi fonda una morale unicamente sulla Scrittura.
  • Non potendo attaccare direttamente quello che fino a poco tempo fa era l’angelo custode del pontificato di Francesco, i pretoriani del Pontefice argentino accusano Georg Gaenswein, l’assistente di Benedetto.

Lo speciale contiene tre articoli.

Apocrifo. Inopportuno. Ideologico. I detrattori dello scritto di Benedetto XVI sul fenomeno degli abusi, e più in generale sulla crisi della Chiesa, non nascondono il loro disappunto. Quel testo non si doveva scrivere, né divulgare, perché rinfocola una parte di Chiesa che si vorrebbe defunta, incapace di comprendere la «conversione pastorale» di Francesco. Ma tutti sanno che quella parte di Chiesa, che per brevità potremmo dire ratzingeriana, sebbene sia un termine riduttivo, è tutt’altro che minoritaria.

Lo scritto di Benedetto XVI rimette sul tavolo alcuni temi che sono come il fumo negli occhi per molti (dalla morale alla liturgia, tanto per citarne due), ma sono questioni non nuove. Joseph Ratzinger queste cose le dice e le scrive dagli anni Settanta in un crescendo e in una continuità senza ombre. Potremmo citare anche il suo approccio al dialogo interreligioso, ricordando, tra l’altro, la dichiarazione Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, pubblicata sotto una selva di polemiche nel 2000. Oppure la sua insistita predicazione sull’interpretazione del Vaticano II, un Concilio, ha detto più volte Ratzinger, da leggersi come rinnovamento nella continuità e non come un evento con cui fare una «nuova» Chiesa.

Benedetto XVI ha ricordato nel suo memoriale divulgato giovedì la Dichiarazione di Colonia del 1989, in quanto espressione di quel dissenso contro il magistero che, scrive, «assunse forme drammatiche» in quegli anni. In Italia a quella Dichiarazione ne seguì una, la Lettera dei 63 teologi del maggio 1989, in cui si diceva, tra l’altro, che era «certamente necessario approfondire il delicato problema della estensione del magistero nel campo etico». Firmavano anche Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, alfieri della cosiddetta scuola di Bologna, Enzo Bianchi, già priore della Comunità di Bose, Severino Dianich, Giovanni Cereti, Franco Giulio Brambilla, oggi vescovo di Novara. Una dissonanza che oggi potrebbe considerarsi parresia, anche se la stessa pare non essere concessa proprio a Benedetto XVI.

Massimo Faggioli, professore di storia del cristianesimo cresciuto nell’officina bolognese sotto l’ala di Melloni, mostra chiaramente la spaccatura all’interno della chiesa che lo scritto di Benedetto XVI rileva. «La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa», scrive sull’Huffington Post, «costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l’opposizione a papa Francesco». Per questo, continua, andrebbe regolamentato l’ufficio di papa emerito e «al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata» (ogni riferimento a monsignor Georg Ganswein non è puramente casuale). In altri termini, sarebbe meglio che si togliessero dai piedi.

Ma Faggioli sa molto bene, e con lui tutti coloro che in queste ore si stracciano le vesti per lo scritto di Benedetto XVI, che in accordo con le tesi riportate da Benedetto XVI nel suo scritto (comprese altre non citate, ma che fanno parte del suo magistero) ci sono cardinali, vescovi, teologi e studiosi cattolici in giro per tutto il mondo. Ed è troppo facile considerarla semplicemente una opposizione di stampo politico, anzi è proprio quello che lo stesso Ratzinger stigmatizza.

I più in vista, si sa, sono alcuni porporati come l’ex prefetto della Dottrina della fede Gerhard Müller, l’attuale prefetto al Culto divino, il cardinale africano Robert Sarah, i cardinali Raymond Burke e Walter Brandmüller, diversi vescovi statunitensi, tra cui si potrebbe ricordare quello di Philadelpia, Charles Chaput. In merito alla questione della dottrina morale qualcuno ricorderà la famosa lettera che 13 cardinali scrissero a Francesco durante il secondo sinodo sulla famiglia, quello del 2015, preoccupati delle procedure con cui si conduceva lo stesso sinodo per arrivare, a loro giudizio, a una soluzione predeterminata. Firmavano quella lettera anche il cardinale di Utrecht, Willem Eijk, quello di New York, Timothy Dolan, l’arcivescovo di Durban, Wilfrid Fox Napier.

«Dobbiamo ringraziare il Papa emerito Benedetto XVI per aver avuto il coraggio di parlare», ha twittato ieri il cardinale Robert Sarah. «La sua ultima analisi della crisi della Chiesa mi sembra di fondamentale importanza. La cancellazione di Dio in Occidente è terribile. La forza del male deriva dal rifiuto dell’amore di Dio». Peraltro, in questi giorni, il porporato africano sta presentando il suo ultimo libro in Francia, e le interviste che ha concesso mostrano che il pensiero di Benedetto XVI è il suo. «La crisi della Chiesa è soprattutto una crisi di fede», ha dichiarato al mensile francese La Nef. «Si vuol fare della Chiesa una società umana e orizzontale. Si vuol farle parlare un linguaggio mediatico. Si vuole renderla popolare. Una Chiesa del genere non interessa a nessuno. La Chiesa ha interesse solo perché ci permette di incontrare Gesù».


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