stellantis
(Getty Images)

Il sogno elettrico: una favola sussurrata con accento francese all’orecchio dei governi per chiedere generosi assegni. Carlos Tavares l’aveva elevato a dogma aziendale. Il piano era semplice: convertire Stellantis alla fede delle batterie e far pagare il conto ai contribuenti.

Contemporaneamente aveva alzato i listini per trasformare le utilitarie in beni di lusso. Peccato che mentre Stellantis ritoccava i prezzi all’insù per blindare i margini, i cinesi sbarcavano in Europa. I loro modelli a prezzi da saldo hanno lasciato i piazzali del gruppo pieni di vetture invendute e gli operai italiani a casa.

Il sogno ad altissimo voltaggio è evaporato al sole della realtà. È costato a Stellantis 25 miliardi di svalutazioni e oneri straordinari. Una cifra mostruosa che ha certificato il fallimento dell’illusione elettrica e ha costretto il gruppo a rimettere i piedi per terra.

Stellantis, la cura Filosa fa ripartire la produzione italiana

Oggi, a scorrere l’ultimo report della Fim Cisl, si scopre che la «cura ricostituente» firmata dal nuovo timoniere, Antonio Filosa, comincia a dare frutti insperati. Stellantis in Italia ha riscoperto l’odore pungente della benzina e il valore dell’ibrido.

I volumi sono tornati a respirare. Nei primi nove mesi, la produzione negli stabilimenti tricolore ha messo a segno una sorprendente ripresa del +28,3%, toccando le 340.745 unità rispetto alle asfittiche 265.490 dello stesso periodo dell’anno scorso.

A spingere la rimonta sono le autovetture, che volano a +36,7% (206.945 pezzi), affiancate dal recupero dei veicoli commerciali (+17,3%). Certo siamo lontanissimi dal 1989 quando la sola Fiat produsse 2 milioni di auto.

Melfi e Mirafiori trainano la rimonta: su la Jeep e la 500

Ma nemmeno ai livelli del 2024, con il record di 25 milioni di ore di cassa integrazione nell’automotive. Ora c’è stato un crollo del 30% con le sospensioni concentrate a Cassino. I miracoli portano i nomi della nuova Jeep Compass a Melfi (+77,2%) e, soprattutto, della Fiat 500 ibrida a Mirafioricon un roboante +151,1%. Ad Atessa, la roccaforte dei furgoni che da sola sforna quasi il 40% dei volumi italiani (133.800 unità), gli ammortizzatori sociali sono un ricordo.

Nonostante questi successi la mappa di Stellantis somiglia ancora a un bollettino di guerra. Ci sono macerie che la nuova gestione deve spalare in fretta. Eredità pesanti lasciate da chi pensava che il blasone bastasse a vendere auto senza fare investimenti.

Maserati e Alfa Romeo, l’eredità pesante di Tavares

Prendete i marchi premium, sacrificati sull’altare del feticismo elettrico di Tavares. Maserati è stata ibernata: gli investimenti sui motori tradizionali sono stati bloccati perché il Tridente doveva diventare full electric.

Risultato? A Modena la crescita c’è, ma solo perché vi hanno trasferito a fine 2025 le briciole della produzione della GranTurismo e della GranCabrio da Torino. Per salvare il marchio di lusso dalla paralisi si deve ricorrere alla tecnologia cinese di Huawei.

Quella connettività intelligente che i laboratori interni non hanno sviluppato per mancanza di fondi. I sindacati sperano che l’asse Jac-Stellantis porti un po’ di tecnologia asiatica sotto i cofani delle vetture italiane.

Cassino in crisi: Giulia e Stelvio non bastano a salvare l’impianto

Ancora più drammatico è il destino dell’Alfa Romeo. È stata lasciata a corto di modelli, di idee e di quattrini. Nel Lazio, l’orgoglio del Biscione si è ridotto a un accanimento terapeutico: a Cassino si producono ancora la Giulia e la Stelvio.

Nate sotto la gestione Marchionne sono ormai reperti archeologici di un mercato che viaggia a un’altra velocità. La crisi dell’Alfa fa crollare l’intero stabilimento di Cassino, unico polo a chiudere i primi nove mesi in profondo rosso con un terrificante -37,1%. Qui le vetture sfornate sono state appena 8.897 (5.227 tra Giulia e Stelvio e 3.670 Maserati Grecale).

Numeri da officina artigianale non da grande fabbrica. Con lo stabilimento ridotto a soli 5 o 6 giorni di lavoro al mese (appena 56 giornate lavorative da inizio anno su ben 118 di fermo totale coperto da solidarietà), 2.120 operai e tutto l’indotto ballano sul ciglio del burrone.

Il 2025 si era chiuso sotto i 20.000 pezzi. Il 2026 rischia di sprofondare a 12.000. Filosa ha promesso serie speciali per allungare la vita a Giulia e Stelvio fino al 2027 e l’arrivo della nuova Grecale l’anno prossimo. Ma la fiche definitiva sul futuro di Cassino verrà giocata con la nuova generazione Alfa (se ci sarà).

La cura Filosa funziona ma per ora assomiglia a un laccio emostatico applicato su un paziente che ha rischiato il dissanguamento. La danza macabra delle penali sui motori termici e i sussidi statali è finita.

Ora si torna a fare le auto che la gente compra, e non quelle che i burocrati di Bruxelles sognavano di imporre. Resta da capire se il tempo perso a inseguire le nuvole lascerà abbastanza ossigeno per salvare Cassino e i gioielli di famiglia.

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