Il futuro dell’ex Ilva è ormai segnato e non si torna indietro. È l’addio alla produzione di acciaio primario a ciclo integrale, dai minerali alla colata, cioè quello di maggior qualità in Italia, destinato all’industria meccanica, dell’automotive e delle infrastrutture, solo per citare alcuni settori che da esso dipendono.
Il nostro Paese dovrà rifornirsi all’estero della materia prima a costi elevati e, non potendo contare sulla produzione energetica interna allo stabilimento, dovrà anche acquistare il gas e l’elettricità sul mercato. Ai prezzi di mercato.
La Corte d’Appello conferma lo stop dell’area a caldo
La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, ribadendo, per la seconda volta, il provvedimento con cui a luglio è stato disposto lo spegnimento degli altoforni da mettere in atto entro fine ottobre.
O meglio, per essere precisi, «dell’altoforno» al singolare (a Taranto è acceso soltanto l’Afo2, in una condizione di standby). I giudici hanno così respinto la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia (Adi) e Ilva in amministrazione straordinaria, in vista dell’udienza della Cassazione, a cui hanno fatto ricorso, già fissata per il 20 ottobre.
Quest’ultimo passaggio giuridico, diventa quasi un atto formale, poiché difficilmente andrà a ribaltare la linea finora seguita, cioè la prevalenza del diritto alla salute. Anche in questo pronunciamento i giudici hanno ribadito che il «pericolo» che consegue «all’eventuale spegnimento degli altiforni» deve cedere «rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi».
Il diritto alla salute resta prevalente
La tutela «del diritto alla salute», infatti, è «comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali». Sulla vicenda, nel 2024, era intervenuta anche la Corte di Giustizia europea sostenendo che non possono essere continuamente rimandati gli interventi di ambientalizzazione e quindi l’Ilva, se inquina, deve chiudere.
Quanto all’udienza della Cassazione, secondo la Corte, «non cambia nulla, rispetto ai precedenti provvedimenti che hanno indicato la prevalenza del diritto alla salute», date le emissioni nocive degli impianti. Come si legge ancora, non cambia nulla «rispetto al passato in ordine alla tutela sostanziale degli interessi coinvolti» e la fissazione di quell’udienza è solo «meramente consequenziale alla presentazione dei ricorsi straordinari avanti alla Suprema Corte di Cassazione».
Lo spegnimento dell’Afo2 entro il 25 ottobre
Cosa accade ora? In fabbrica da tempo circolano le voci, mai smentite dall’azienda, sui passaggi dello spegnimento. Il prossimo 8 ottobre dovrebbe iniziare l’abbassamento della carica dell’altoforno 2, l’unico in funzionamento, così da ottemperare al decreto che impone lo spegnimento totale entro il 25 ottobre. Lo scorso 30 settembre, davanti ai giudici, si era tenuta la discussione delle parti.
Anche il sostituto pg Angelo Renna aveva chiesto di respingere la nuova istanza di sospensiva, dopo quella rigettata già l’11 settembre. I legali della ex Ilva e di Adi, invece, avevano ribadito le loro ragioni, ossia «il danno irreparabile» dovuto allo spegnimento, chiedendo tempo fino a dopo il giudizio della Cassazione. Ascanio Amenduni, l’avvocato dei cittadini tarantini, invece, aveva spiegato che, essendo ora «l’impianto al minimo», non c’era nemmeno alcun «pregiudizio irreparabile».
Senza altiforni niente acciaio da laminare
Con lo spegnimento Taranto non avrà più l’acciaio da laminare e trasformare in coils, cioè grandi rotoli di acciaio da rivendere sul mercato o da destinare per ulteriori lavorazioni agli stabilimenti del Nord dello stesso gruppo, come Cornigliano e Novi ligure.
Al momento una cordata italiana coordinata da Federacciai si è detta disponibile a fare un’offerta per rilevare Acciaierie d’Italia, ma senza gli altoforni.
I forni elettrici e i tempi per la riconversione
Per produrre coils senza altiforni servono però i forni elettrici. La cordata di Federacciai parla di un forno al massimo, mentre per arrivare a 6 milioni di tonnellate di acciaio come dai vecchi piani del ministero delle Imprese ne servirebbero tre. Inoltre, per costruire un forno elettrico servono dai quattro ai cinque anni almeno.
Nell’attesa bisognerebbe alimentare i laminatoi con bramme (grandi parallelepipedi di acciaio grezzo) comprate all’estero. Con costi enormi. C’è anche un altro fattore che pesa in tutta questa vicenda. Lo spegnimento dell’area a caldo fa venire meno anche l’energia che questi generano e che così andrebbe comprata sul mercato a costi più alti.
Le offerte per rilevare Acciaierie d’Italia
Sul tavolo ci sono sempre le offerte degli indiani di Jindal (disponibili a rilevare tutto, anche la parte a caldo) e degli americani di Flacks, anche se diversi osservatori hanno sollevato dubbi sui progetti.
Da più parti erano emerse sollecitazioni a un intervento dello Stato come paracadute ma difficile da attuare dopo i due pronunciamenti dei giudici. Di qui a breve arriverà un decreto per accompagnare la situazione. L’area a caldo rappresenta l’80% della forza lavoro di Taranto, 8.500 persone, poi c’è tutto l’indotto, quindi parliamo di oltre 12-15.000 posti di lavoro.
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