Ex Ilva, scatta lo sciopero nazionale: «Senza un piano non c’è futuro»
(Ansa)

Dalle strade bloccate di Taranto al presidio davanti alla prefettura di Genova, l’ex Ilva torna a fermarsi. E i lavoratori alzano la voce contro un futuro che, denunciano, continua a essere senza certezze. Dalle 7 di questa mattina è scattato lo sciopero di 24 ore dei dipendenti di Acciaierie d’Italia e dell’indotto-appalto, proclamato da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, con l’adesione dell’Usb a Taranto.

Una mobilitazione nazionale, dopo quella del 14 settembre che aveva coinvolto soltanto gli addetti dell’appalto tarantino, quando si temevano 2.500 licenziamenti poi non concretizzati dalle aziende esterne. Ma la protesta potrebbe non fermarsi qui.

Ex Ilva, le strade bloccate a Taranto

A Taranto la giornata comincia prima dell’alba, con i lavoratori radunati davanti alle portinerie dello stabilimento. In mattinata le strade bloccate diventano tre: la statale 106 Ionica, la statale 7 Massafra-Bari e la statale 7 Brindisi-Taranto in direzione Bari. Il traffico resta congestionato nei pressi del siderurgico, mentre nel piazzale accanto alla direzione si riuniscono i delegati per decidere come proseguire la mobilitazione.

La risposta del governo e gli ammortizzatori sociali

Al centro della protesta c’è la risposta del governo al tavolo di Palazzo Chigi. L’esecutivo conferma la linea degli ammortizzatori sociali: cassa integrazione per tutti fino a giugno, 80 milioni di euro per la cassa in deroga destinata all’indotto-appalto, finora senza tutele, e altri 45 milioni per integrare fino al 70% della retribuzione la cassa straordinaria dei dipendenti diretti. Il Consiglio dei ministri dovrebbe varare domani un decreto legge con le misure.

Per i sindacati, però, non basta. Il problema, denunciano, è l’assenza di un piano industriale: il futuro viene rinviato all’individuazione di un nuovo gestore attraverso la gara, mentre mancano impegni concreti sulla decarbonizzazione e sulla sostituzione degli altiforni con forni elettrici. Restano senza risposta anche le richieste di misure straordinarie per i lavoratori, dal riconoscimento del lavoro usurante all’esposizione all’amianto, fino ai pensionamenti anticipati e agli incentivi per l’esodo volontario.

«La fermata totale dello stabilimento produce incertezza, ma la cosa più grave è che manca ancora un piano», avverte Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim Cisl. Per Francesco Brigati, della Fiom, serve invece «un intervento pubblico» che avvii la transizione e la decarbonizzazione. «Non vogliamo ammortizzatori sociali lunghi», ribadisce D’Alò. «Vogliamo tornare a lavorare in un ambiente che diventi salubre».

Impianti fermi e nuova cassa integrazione

Il quadro industriale, intanto, resta critico. A Taranto sono fermi l’agglomerato, l’altoforno 2 e l’acciaieria 2. Da metà novembre dovrebbero fermarsi anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. L’azienda ha predisposto, ma non ancora trasmesso ai sindacati, una nuova richiesta di cassa integrazione straordinaria che coinvolgerebbe 4.500 dipendenti del gruppo, di cui 3.800 a Taranto. Le imprese dell’indotto hanno inoltre chiesto altra cassa ordinaria per circa 350 lavoratori.

Sabato Acciaierie d’Italia ha spiegato che lo stop deriva dall’ordine di fermata dell’area a caldo disposto dalla Corte d’Appello di Milano, esecutivo e in scadenza il 25 ottobre, e dalla mancanza di materie prime a Taranto, non più acquistate in vista dell’arresto degli impianti. A questo punto, una possibile svolta dipende anche dalla Cassazione: l’udienza è fissata per il 20 ottobre e i giudici potrebbero annullare, anche con rinvio, il provvedimento milanese.

Genova, i lavoratori contro la chiusura di Cornigliano

A Genova la protesta assume toni ancora più duri. A Cornigliano l’assemblea comincia alle 7 davanti alla portineria. Le Rsu di Adi e Ilva lanciano un messaggio: «Non faremo chiudere il sito di Cornigliano stando fermi». Al presidio partecipano la sindaca Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci.

Salis, che alla vigilia ha scritto al ministro Adolfo Urso e ai commissari chiedendo un incontro urgente e un tavolo permanente, definisce il fermo «una decisione inaccettabile e insostenibile per la comunità locale». Una contraddizione, sostiene, in presenza di una domanda di mercato solida. La richiesta è di acquistare sui mercati internazionali coils e bramme da lavorare a Genova, evitando così il ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. «Basterebbe un accordo internazionale per l’approvvigionamento e questo tema non esisterebbe», afferma.

Bucci condivide la posizione: «È irrazionale prevedere la chiusura di una fabbrica che fa un prodotto che serve». Il governatore spiega di aver chiesto al sottosegretario Alfredo Mantovano e al ministro di valutare l’acquisto di coils dall’estero o tramite fornitori italiani, anche per uno, due o tre mesi. Per Taranto, precisa, la situazione è diversa perché coinvolge anche la magistratura.

Il presidio davanti alla prefettura e la tensione con le forze dell’ordine

Il corteo arriva in via Roma, dove le forze dell’ordine blindano la prefettura e sbarrano gli accessi con i mezzi. I lavoratori montano tende, tavoli e sedie. La tensione cresce quando la delegazione sindacale rifiuta di partecipare all’incontro con il prefetto. «Siamo offesi perché siamo trattati da criminali», denuncia Armando Palombo, coordinatore della Rsu Fiom di Cornigliano. «Io non salgo come un delinquente». Il presidio, assicura, andrà avanti a oltranza, finché non arriveranno notizie sul ritiro della dichiarazione di chiusura degli impianti del Nord Italia.

Decarbonizzazione e garanzie per il futuro dell’ex Ilva

Anche dalla Puglia arriva la richiesta di garanzie. Il presidente della Regione, Antonio Decaro, chiede tempi e risorse per una fabbrica decarbonizzata e gli incentivi per attrarre gli investimenti annunciati ad agosto. Nel frattempo, sostiene, il ciclo a freddo «può e deve continuare a lavorare». Dal decreto atteso dal governo si aspettano risposte concrete: «Con la sola cassa integrazione, crolla il sistema economico e sociale della città».

I sindacati, infine, non escludono di estendere la mobilitazione nei prossimi giorni con nuove iniziative sui territori. La richiesta riguarda l’intero sistema industriale, da Taranto a Genova, Novi Ligure, Racconigi, Salerno e Marghera, fino alla sede di Milano. E guarda anche alla legge di Bilancio 2027, nella quale i lavoratori chiedono che vengano previste risorse pubbliche per garantire un futuro al gruppo.

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