Il governo italiano, dopo un negoziato iniziato a febbraio con la Commissione europea, è riuscito a limitare il costo degli Ets – compensazione finanziaria delle emissioni carboniche via acquisto (forzato) di diritti da parte delle imprese – per la produzione di energia elettrica (Ets 1). In particolare ha tolto dal perimetro di tassazione europea le fonti di energia non carbonizzante (solare, ecc.) e ciò permetterà la riduzione delle bollette.
Bene, ma il sistema Ets resta in vigore e, considerando la quantità di energia prodotta da centrali termiche alimentate da combustibili fossili, il costo per le imprese – in particolare italiane – resterà elevato e de-competitivo.
Pur le norme europee permettendo deroghe per evitare la de-localizzazione di aziende energivore, lo scenario fa vedere una tendenza deindustrializzante, particolarmente in Italia, motivo dei continui appelli di Confindustria e altre associazioni produttive per eliminare del tutto il sistema di tassazione de-carbonizzante.
Appelli che non tengono conto della priorità de-carbonizzante per rallentare l’aumento delle temperature? Da tempo il mio gruppo di ricerca (Stratematica) sta raffinando uno scenario energetico che riporti a convergenza la politica industriale (livello norme europee) ed il requisito di sopravvivenza/competitività delle industrie in relazione al costo dell’energia.
Ed ho dato il seguente requisito di missione ai ricercatori: valutate uno scenario strategico de-ideologizzato che possa minimizzare i dissensi e quindi rendere meno difficile per i governi far approvare scelte razionali.
Nucleare, solare e idroelettrico: così l’Europa può ridurre la dipendenza energetica
Nello scenario in quasi bozza finale, tale requisito è stato rispettato definendo i modi per raggiungere l’obiettivo de-carbonizzante fissato dall’Ue attorno al 2050 pur abolendo il prima possibile la tassazione sulle emissioni carbonizzanti. Come?
Prima va citato il nuovo perché. La dipendenza dell’Europa – e dell’Italia – dai combustibili fossili importati è diventata una fonte di massimo pericolo economico per le turbolenze geopolitiche che impattano sui costi e quindi il produrre energia autonomamente non è più un requisito ambientalista, ma una priorità di sopravvivenza industriale.
E la produzione autonoma di energia implica, sul piano delle fonti stabili, l’accelerazione del nucleare di nuova generazione (minicentrali) e la manutenzione ed estensione dell’idroelettrico. Anche impone l’accelerazione delle fonti intermittenti, in primis (per la buona relazione costo/efficacia) del solare accompagnato da accumulatori (megabatterie) che evitino buchi di fornitura nonché il massimo sfruttamento di fonti localizzate che permettono l’eolico, il geotermico, il movimento delle maree, ecc.
Clima, più energia per adattarsi al riscaldamento globale: la sfida verso il 2050
Lo scenario 2050 a partire dal presente si basa su una formula mobile dove l’energia prodotta da gas e petrolio tende a scendere man mano che quella alternativa non carbonizzante sale. Qui un primo punto da valutare: se togliamo alle imprese il costo obbligatorio degli Ets queste potranno usare i soldi risparmiati per investire in nuove fonti energetiche de-carbonizzanti, accelerandone la diffusione.
Quindi sarebbe sciocco mantenere gli Ets per ottenere un obiettivo decarbonizzante via tassazione repressiva mentre sarebbe più rapido ed economicamente salutare perseguirlo via incentivi. In tal senso serve una de-ideologizzazione: il verdismo lirico è un ostacolo per l’armonizzazione tra requisiti produttivi e ambientali.
È roba del passato perché nel presente e nel futuro dobbiamo ridurre la dipendenza dai combustibili fossili di cui non possiamo controllare il costo economico e geopolitico.
Ma c’è di più. I calcoli dello scenario valutano una domanda futura di energia più elevata di quella per lo più ora stimata: centri dati, sistemi di aria condizionata più estesi contro picchi di calore, centrali di dissalazione, lavori di terra-formazione contro l’aumento dei livelli del mare, messa in sicurezza di aree esposte al rischio alluvionale-franoso (il 95% del territorio italiano secondo un’analisi dell’Ispra), nonché serre di nuova generazione per alcune produzioni agricole, ecc.
Stiamo calcolando il quantum di più energia servirà nei prossimi decenni e tale computo è rilevante per definire il giusto numero di piccole centrali nucleari di nuova generazione nonché – quando saranno prevedibili i tempi di realizzazione – di grandi centrali a fusione nucleare.
Tale analisi combina cambiamento climatico ed energia per gestirne gli impatti, per il seguente criterio analitico: non sarà possibile fermare il cambiamento climatico e quindi sarà necessario un eco-adattamento alle nuove condizioni del pianeta che certamente richiederà più energia di quanto ora si pensi.
Ma immagino la domanda di parecchi lettori perché fattami in alcune conferenze: quando potremo liberarci di petrolio e gas? Per tanti decenni non potremo liberarci perché la sostituzione di un’economia basata sugli idrocarburi richiede tempi lunghi.
Gas e petrolio, l’Italia punta sulle risorse nazionali per l’indipendenza energetica
Potremo liberarci da un eccesso di dipendenza dalle importazioni, appunto, attorno al 2050. Potremo mantenere i motori a scoppio con combustibili di nuova generazione, per esempio bio-carburanti ed e-fuel. E per il gas?
L’Italia ne ha molto entro la sua giurisdizione e quindi è conveniente aumentarne l’estrazione come da poco ha deciso il governo italiano. Appunto, dobbiamo affrontare un piano di indipendenza energetica europea con formule nazionali variabili, ma tutte armonizzate entro una nuova strategia dove la logica degli Ets scompaia e venga sostituita da facilitazioni per gli investimenti.
Se qualcuno studia i numeri come stanno facendo i miei ricercatori troverà i motivi per dare massima probabilità alla convergenza tra autonomia energetica europea ed obiettivo de-carbonizzante nonché eco-adattivo.
www.carlopelanda.com
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