2020-02-25
Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
Dopo aver predicato accoglienza, le due penne benpensanti si accorgono che gli stranieri vengono sfruttati da altri stranieri.
Toh, guarda: ci sono i lavoratori sfruttati. E sono stranieri. E poi ci sono i caporali. Pure loro stranieri. E poi ci sono i caporali stranieri che schiavizzano i lavoratori stranieri. Che li massacrano. E perfino li bruciano, quando osano ribellarsi alla schiavitù. Signora mia, chi l’avrebbe detto mai?
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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Il giornalista di Ansa sul luogo dove e' avvenuta la strage di Amendolara. Quattro migranti sono morti bruciati vivi all'interno di un'auto. Nelle immagini ancora le tracce della strage e la telecamera che l'ha ripresa.
Getty Images
Nel mondo dell’inclusività imposta, la scorciatoia mentale è scontata: uomo bianco colpevole quasi perfetto. E quando la realtà restituisce «mostri» con la pelle scura, i media cavalcano l’attenuante del disagio psichico.
La polizia inglese è recidiva. Per un inconscio senso di colpa che discende forse dall’essere stata, la perfida Albione, un’imperiale potenza coloniale. Per una fuorviante applicazione dei principi del wokismo, vai a sapere. La regola non scritta pare essere questa: meglio sbagliare bersaglio, applicando male la legge, che essere sospettati di discriminazione razziale davanti al tribunale dell’opinione pubblica e dei social.
Essì, perché l’omicidio di Henry Nowak - lo studente universitario diciottenne accoltellato a morte ma ammanettato a terra mentre era agonizzante e ripeteva «non riesco a respirare» perché il killer, un giovane sikh di 21 anni, aveva spiegato di essere lui la vittima di un’aggressione razzista - non è purtroppo un inedito.
Riavvolgiamo il nastro.
Tra il 1997 e il 2013, oltre un migliaio di bambini è molestato, abusato, stuprato.
La maggior parte delle vittime sono ragazzine bianche, ma vi sono anche adolescenti della comunità asiatica. Nulla succede, a livello di indagini, fino a quando due bambini e la loro madre vengono assassinati. A quel punto, e finalmente, parte la prima inchiesta. Che appurerà che a commettere quelle nefandezze è stata una rete di pedofili di origine pakistana.
Il bello è che a questa conclusione si poteva arrivare molto prima, e quindi con un numero di innocenti violati inferiore, se avessero dato retta a un’ispettrice che indagava sugli stupri e che era arrivata a concludere che le violenze avevano una connotazione «etnica».
Non l’avesse mai detto.
L’hanno sospesa e sanzionata, obbligandola a seguire un corso di «sensibilizzazione alla diversità», che rievoca la «rieducazione» praticata in Cina ai tempi della «rivoluzione culturale» e in Cambogia sotto Pol Pot.
Il ministro dell’Interno dell’epoca (poi premier), Theresa May, deplorerà che «l’istituzionalizzazione del politicamente corretto e la paura di essere tacciati di razzismo abbiano contribuito all’omertà su questi crimini per così tanti anni».
Purtroppo i bias cognitivi, ovvero le convinzioni errate basate su pregiudizi e «verità» infondate, sono più pervasivi di quanto si creda.
E la scorciatoia mentale che stabilisce che i bianchi sono sempre, per principio e «a prescindere», dalla parte del torto, è la più coriacea di tutti.
Tanto che Pascal Bruckner sull’argomento ha scritto un libro «quasi perfetto»: Un colpevole quasi perfetto - La costruzione del capro espiatorio bianco (Guanda, 2021).
La riprova l’abbiamo avuta nell’agosto scorso.
Una ragazza sale su un treno metropolitano a Charlotte, in North Carolina.
Si siede, tira fuori il suo smartphone e comincia a «scrollare» con il dito sul display. Alle sue spalle, seduto con la testa appoggiata al vetro, c’è un uomo con una felpa rossa.
Sembra sonnecchiare.
Sembra.
Perché all’improvviso si alza, sfodera un coltello e lo affonda per tre volte nel collo della giovane.
Poi si allontana, per venire bloccato non molto tempo dopo, anche perché lascia una scia di sangue dietro di sé.
Fine della storia.
Ebbene?, vi starete chiedendo. Un omicidio insensato, gratuito, immotivato, di certo non il primo di questo tipo.
Vero.
Il fatto è che quel fatto di sangue è stato come oscurato, perfino quando sono state diffuse le immagini delle videocamere di sorveglianza, che ne hanno certificato l’efferatezza.
Niente articoli di giornale, niente riproposizione ossessiva nei principali notiziari e talk show.
Curioso, in un’epoca in cui si dice che siano proprio le immagini a prevalere su ogni altra forma espressiva, anche perché la gente crede a quello che vede, tanto da non saper riconoscere quali sequenze siano vere e quali un prodotto dell’Intelligenza artificiale.
Eppure, i protagonisti di quel crimine, vittima e assassino, avevano la pelle diversa, un dettaglio tutt’altro che irrilevante se riferito a una realtà come quella americana segnata dai tanti omicidi di neri, fenomeno per nulla sporadico che è all’origine del movimento Black lives matter.
Solo che in questo caso eravamo in presenza di un’inversione dei ruoli.
A essere bianca, infatti, era la vittima (una ragazza ucraina di 23 anni, in fuga negli Usa dopo l’invasione russa del suo Paese), non la mano assassina. Nero era l’omicida, pluripregiudicato e «mentalmente instabile», come ci si è precipitati subito a precisare, perché non sia mai che si possa arrivare a sostenere l’esistenza di neri che, semplicemente, odiano i bianchi (il contrario sì: siamo tutti figli o nipoti di militanti del Ku Klux Klan).
Fateci caso: l’attenuante del «disagio psichico», del «disturbo mentale» entra spesso in gioco quando si tratta di valutare i crimini commessi da neri o stranieri o fedeli di religioni quali l’islam (essendo il razzismo, la xenofobia, l’islamofobia l’accusa che ti viene rivolta ogni qualvolta osservi la realtà per quella che è).
Così è stato anche per Salim El Koudri, trentunenne che voleva compiere una strage, abbattendo pedoni come birilli nel centro di Modena alla guida di un’auto.
«Un giovane uomo profondamente disturbato», ovvero affetto da «disturbo schizoide della personalità», si sono affrettati a dipingerlo molti giornali, quasi obbedendo a un riflesso pavloviano.
Salvo poi dover prendere atto di quanto affermato dal gip di Modena Donatella Pianezzi nell’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere: «Nessun elemento» è stato riscontrato per collegare l’abominevole gesto al suo stato di salute psichico, precedentemente diagnosticato.
Con un ulteriore paradosso: siccome a bloccarlo sono stati sei uomini (due italiani, due egiziani, due pakistani) ecco che si è corsi a sottolineare questa seconda notizia, quasi a voler «sterilizzare» la prima.
Come a dire: lo vedete? L’attentatore, che ha compiuto un gesto senza dubbio sconsiderato, sarà un immigrato di seconda generazione, ma sono immigrati pure quelli che l’hanno placcato a rischio della vita.
E pensate: «Non hanno nemmeno la cittadinanza, eppure sono buoni lo stesso».
Che altro non è che il rovescio della medaglia del giustificazionismo più subdolo.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Dall’ordinanza sull’omicidio del milanese «Pedro» emergono dettagli raccapriccianti: si sospetta un rito di sopraffazione sul corpo. La reazione davanti ai militari di Cissé, alterato e seminudo? Sputi e calci.
Nella sua ordinanza di quattro pagine con la quale ha convalidato l’arresto in flagranza di Cissé Camara, quarantaduenne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor a Genova, il gip Carla Pastorini descrive una scena quasi ferina, convulsa, da bassifondi in cui il degrado urbano il 30 maggio scorso deve essersi trasformato all’improvviso in un teatro di brutalità primordiale.
Quando i carabinieri sono arrivati nei giardini di Villetta di Negro, il parco che domina il centro di Genova, Signor, detto «Pedro», quarantottenne milanese senza fissa dimora e in attesa di un trapianto di cuore, era già morto.
Accanto a lui, intento a «trascinare il cadavere della vittima appena deceduta», scrive il gip, c’è ancora Camara. Irregolare dal 2022 dopo la scadenza del permesso temporaneo ottenuto durante un contenzioso sulla richiesta di asilo. Nonostante vari controlli di polizia e numerose denunce per reati contro il patrimonio e legati agli stupefacenti, non era mai stato trattenuto in un Cpr, né espulso. E, per questo, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha già disposto verifiche per capire perché quell’uomo fosse ancora libero di aggirarsi nel nostro Paese, ma soprattutto di uccidere. Nel parco, a leggere la ricostruzione del giudice, l’uomo sarebbe esploso in una violenza brutale e disordinata. Le lesioni descritte nell’ordinanza evocano infatti un’aggressione ripetuta, forsennata.
Signor è stato ferito al fianco destro, nella zona paravertebrale e allo zigomo, colpi inferti probabilmente con un coccio di bottiglia. Ma se questi tagli non hanno interessato zone vitali, la ferita «tra giugulo e sterno», secondo la prima ispezione medico-legale, avrebbe invece provocato la morte del clochard, dopo un abbondante sanguinamento. Un taglio alla gola. Sgozzato. Questa «lesione» sarebbe, secondo il gip, «attribuibile a uno strumento da punta e da taglio». Forse i già citati vetri, o un coltello. Del quale non c’è alcun riferimento preciso nell’ordinanza. Ma è quest’ultima ferita ad aver portato gli inquirenti verso la contestazione dell’omicidio volontario. Il colpo alla carotide, organo vitale, viene infatti indicato tra gli elementi alla base dell’impostazione accusatoria.
L’autopsia ha anche evidenziato che la vittima era cardiopatica, circostanza che non esclude l’ipotesi di un malore durante la colluttazione, ma che non incide sull’ipotesi di reato contestata.
È soprattutto ciò che circonda il corpo a conferire alla vicenda una tonalità parecchio cupa. Attorno ci sono «cocci di bottiglia», indumenti sparsi e un dettaglio che inquieta almeno quanto le coltellate: il cadavere di Signor si presentava con «braccia e piedi legati con indumenti». Abiti trasformati in lacci di fortuna, come se dentro gli anfratti del parco pubblico, probabilmente trasformati in tane o giacigli improvvisati dai senzatetto, si fosse consumato un rito di sopraffazione. Il gip non chiarisce se i legacci siano stati stretti prima o dopo la morte, ma il particolare basta da solo a spostare la vicenda oltre la dimensione della semplice lite finita male. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza del museo Chiossone, che hanno ripreso la zuffa che ha preceduto il delitto, sollevano ulteriori interrogativi. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, i due uomini risultano insieme già intorno alle 6 del mattino. Entrano nella villetta verso le 6.25. Poi c’è un lungo cono d’ombra di quasi quattro ore. Soltanto verso le 10 le immagini documenterebbero quella che il gip definisce «una colluttazione». Innescata da un litigio improvviso, forse legato a questioni di droga o da qualcosa che al momento appare indecifrabile. Quando i due sono stati ripresi davanti ai cancelli dalle telecamere sembravano tranquilli. Ma, poi, sulla scena è stata rinvenuta una «confezione di crack». Era accanto agli effetti personali di entrambi.
Il gip, pur usando formule prudenti, lega quel ritrovamento allo stato psicofisico dell’indagato. Nelle carte si parla infatti di «totale assenza di controllo», di «elevatissimo grado di aggressività» e di un uomo «assolutamente non in grado di porre freni ai propri istinti violenti». Parole giustificate da quanto sarebbe accaduto al momento dell’intervento dei carabinieri. Camara, infatti, avrebbe opposto resistenza, «sputando, minacciando, lanciando sassi e pugni per diverso tempo», tanto da rendere necessario il suo trasferimento all’ospedale San Martino, dove gli sarebbe stata somministrata una terapia «idonea al suo contenimento». E dove è rimasto ricoverato (e piantonato) in gravi condizioni per una forma di polmonite causata, stando alla diagnosi, dall’abuso di sostanze stupefacenti. Accanto alla gravità del delitto, che gli inquirenti ritengono di avere ormai delineato nei suoi tratti essenziali, però, rimangono diversi interrogativi investigativi ancora sospesi. Oltre all’arma utilizzata, ancora non indicata con precisione, non si comprendono le ragioni del trascinamento del corpo. E soprattutto resta da chiarire cosa sia realmente accaduto in quelle quattro ore trascorse dentro la villetta prima che l’indagato, stando alle accuse, si trasformasse in una belva, nuda dalla cintola in giù e con solo «alcune magliette» che gli coprivano il busto. Lo stato precario di salute (con Camara sedato e non in condizioni di parlare), per ora, ha impedito l’interrogatorio. Dall’indagato, però, gli investigatori cercheranno di sapere se conoscesse già la vittima, ma anche da quanto tempo frequentassero Villetta Di Negro. Un luogo che potrebbe essere già stato utilizzato in precedenza come rifugio di fortuna da vittima e carnefice. Nonostante la brutalità dell’omicidio e le ricadute politiche del caso sull’annoso dibattito sull’immigrazione incontrollata, però, attorno all’assassinio di Signor è calato da subito un silenzio sorprendente. A parte il viceministro Edoardo Rixi, intervenuto sulle pagine di questo giornale, non si sono registrati interventi su una vicenda che intreccia sicurezza urbana, immigrazione irregolare, degrado e tossicodipendenza. La storia è rimasta sostanzialmente confinata dentro le quattro pagine dell’ordinanza di custodia cautelare e in qualche svogliato articolo sulle cronache locali.
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