Radiografie false con l’intelligenza artificiale: l’allarme su truffe e risarcimenti
- Uno studio dimostra che le radiografie generate dall’intelligenza artificiale possono ingannare anche gli specialisti. E mentre assicurazioni e imprese iniziano a dotarsi di strumenti di verifica, il cyber risk cambia natura: non colpisce solo i sistemi, ma la fiducia nelle prove.
- In Hackerare la mente Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco raccontano come algoritmi, linguaggio e intelligenza artificiale possano orientare scelte e percezioni. Una riflessione che aiuta a capire anche il boom di frodi digitali e contenuti manipolati.
Lo speciale contiene due articoli
A guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.
Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.
È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.
Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.
Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.
«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».
La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.
Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.
La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.
È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.
Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili
C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.
Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.
Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.
Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.
Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.
Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.
Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.
Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
Un contratto, che La Verità mostra in queste pagine, potrebbe avvalorare la scottante ricostruzione di due imprenditori sulle presunte proposte indecenti che avrebbero ricevuto da un team di legali in stretti rapporti con l’ex premier Giuseppe Conte.
I denunciati, nella Commissione parlamentare per la gestione del Covid, hanno raccontato che gli avvocati Luca Di Donna (che collaborava con Conte nello studio del professor Guido Alpa) e Gianluca Maria Esposito, in piena pandemia, si offrivano come risolutori di problemi in cambio di sostanziose percentuali sul fatturato ottenuto grazie alla loro (millantata?) capacità di intercedere presso Palazzo Chigi, ai tempi in cui l’inquilino era Giuseppi.
Un’ipotetica attività di lobbying che li ha fatti finire sul registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite.
Dario Bianchi, titolare della romana Jc Electronics Italia, ha spiegato che Di Donna gli avrebbe chiesto il 10% per sbloccare la fornitura di milioni di mascherine alla struttura commissariale all’epoca guidata da Domenico Arcuri.
Un altro imprenditore, l’umbro Giovanni Buini, della Ares safety, con i magistrati di Roma e con gli onorevoli commissari, ha rivelato che, ai tempi del Covid, non riuscendo a mettersi in contatto con Arcuri per parlare direttamente con lui di dispositivi di protezione, era stato dirottato da un amico su Di Donna ed Esposito.
«Di Donna mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale», ha spiegato Buini a Palazzo San Macuto. I due legali avrebbero fatto firmare all’imprenditore un accordo per il riconoscimento di una commissione per la mediazione del 5% e poi lo avrebbero convocato nello studio di Alpa (il maestro di Conte).
Buini in commissione ha confessato l’imbarazzo: «Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo rifarei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da un amico, per non fargli fare una figuraccia, ho siglato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. In ogni caso, dopo pochi giorni, Buini avrebbe spedito, via pec, la disdetta del contratto.
Risultato? L’11 maggio 2020, l’imprenditore ha ricevuto una mail dal braccio destro di Arcuri, Antonio Fabbrocini, che gli annunciava il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Ma veniamo all’accordo che confermerebbe i racconti di Bianchi e Buini. Il contratto (su carta intestata al «Prof. Luca Di Donna, ordinario di diritto Privato Sapienza» e al «Prof. Gianluca Maria Esposito, ordinario di diritto Amministrativo Sapienza») è stato trasmesso il 30 marzo 2020 alla società Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, allora trentaquattrenne, il quale era alla ricerca di finanziamenti da parte di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del ministero dell’Economia, all’epoca guidata proprio da Arcuri.
Il testo, allegato all’informativa inviata alla Procura dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri, rivela come i due professionisti si offrissero di gestire i rapporti con il ministero dello Sviluppo economico (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e con Invitalia.
Alla Verità Alcaro aveva spiegato di non aver cercato lui la coppia di professionisti, ma che erano stati loro a proporsi, anche se non è chiaro come fossero venuti a conoscenza del suo nominativo e dei rapporti che questi aveva con Invitalia. Nelle sette pagine del contratto è indicata la specialità della casa: «Un supporto qualificato» nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di lnvitalia Spa-ministero Sviluppo economico».
Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso lnvitalia». In cambio i due chiedevano questo corrispettivo: «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Un cinque per cento da pagare, però, soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». In pratica i clienti pagavano a risultato raggiunto. Una condizione che lascia intendere come i nostri fossero sicuri di chiudere l’affare.
Il racconto di Alcaro davanti all’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e al pm Fabrizio Tucci è molto interessante.
A verbale, il 29 dicembre 2020, l’imprenditore spiega come fosse iniziato il rapporto con i consulenti: «Sono stato contattato da Di Donna per telefono, credo anche con una comunicazione mail, insieme a un altro avvocato, che a questo punto potrebbe essere l’avvocato Esposito. I due mi dissero che conoscevano la mia azienda e che avrebbero potuto aiutarmi per ottenere un finanziamento da Invitalia. Essi, nella sostanza, conoscevano l’esistenza di due brevetti industriali in seno alla mia azienda e l’esistenza di un progetto industriale, relativo all’intelligenza artificiale e alla salute».
Alcaro firmò il contratto di consulenza e ai magistrati riferì alcuni interessanti dettagli della trattativa: «Ricordo che i due mi dissero che il progetto andava presentato entro 4/5 giorni dalla data del contatto, cosa assai complicata per la complessità dell’opera, e che comunque a loro andava bene qualsiasi tipo di progetto».
Il verbale prosegue svelando lo strano comportamento dei consulenti: «Poi i due sparirono e io mi feci seguire da altri professionisti ai quali comunicai l’esistenza di questo contratto e i medesimi mi suggerirono, per la sua particolare onerosità e per il fatto che sarei stato legato a loro per tutti i rapporti futuri che avrei avuto con Invitalia, di recedere dal contratto, cosa che feci immediatamente con pec».
I nuovi consulenti avrebbero definito l’accordo persino «vessatorio» e «lesivo per l’azienda stessa».
Successivamente Alcaro invia in Procura una memoria che non convince gli investigatori, i quali nella loro informativa annotano: «Nella relazione, Alcaro, evidentemente temendo di venire coinvolto in un procedimento penale, ha fortemente mitigato il tenore delle proprie affermazioni (davanti ai magistrati, ndr), evitando qualunque riferimento alle frasi proferite dalla coppia Esposito/Di Donna […] in ordine al fatto che la domanda per il finanziamento e la complessa documentazione necessaria avrebbe dovuto essere presentata entro 4 o 5 giorni e che sarebbe andato bene qualsiasi tipo di progetto».
In effetti Alcaro, riferendosi alla trattativa con i due legali, scrive: «Ci hanno fatto perdere tempo nelle registrazioni su Invitalia, telefonate, valutazioni e fatto firmare un contratto infruttuoso. Il rapporto si è dissolto nel nulla, non ci sono stati più contatti con il Prof. Di Donna passati quei “fatidici 4/5 giorni” che avevamo a disposizione per concludere l’iter». Quindi puntualizza, probabilmente per il timore evidenziato dai carabinieri: «Non ho mai ricevuto promesse per l’ottenimento del finanziamento Invitalia attraverso canali preferenziali».
La Commissione Covid non lo ha ancora convocato e sarà interessante capire quale versione sceglierà di offrire dalla cattedra di Palazzo San Macuto. Nel frattempo, Di Donna e Esposito sono stati archiviati dall’accusa di traffico di influenze, mentre per lo stesso reato e in una vicenda analoga, quella per la compravendita di 800 milioni di mascherine da parte della Struttura commissariale, la Procura di Roma ha chiesto il conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Il motivo? Verificare la legittimità costituzionale della riforma del reato di traffico di influenze voluta dal ministro Carlo Nordio.
Da una parte il pm Fabrizio Tucci e l’aggiunto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione di Di Donna, Esposito e di altri indagati in due procedimenti, dall’altra lo stesso Tucci e Ielo, in apparente violazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, hanno sollevato la questione di costituzionalità nel procedimento gemello 37684/2020 a carico di Andrea Tommasi ed altri presunti trafficanti di influenze illecite. Nella memoria del 2 dicembre 2024 Ielo e Tucci scrivono che la modifica dell’articolo 346 bis della legge Nordio non rispetterebbe l’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo perché escluderebbe «quel nucleo minimo di condotte» che, secondo gli inquirenti capitolini, andrebbero perseguite. In questo modo la Procura si sarebbe opposta a una sorta di cancellazione mascherata della fattispecie. Ma lo avrebbe fatto solo in questo caso e non in quello di Di Donna ed Esposito.
Noi, nelle scorse settimane, abbiamo provato a chiedere conto a Tucci di una tale differenza di interpretazione per una materia praticamente identica e il pm ci ha rimandato all’aggiunto. Pesci ci ha risposto: «Nulla so di questioni di costituzionalità in altri procedimenti». E poi ci ha domandato, spiazzandoci: «Ma è stata da noi sollecitata?». In pratica sembra che alla Procura di Roma la mano destra non sappia quello che fa la sinistra e che le decisioni vengano prese a compartimenti stagni.
Quando abbiamo fatto presente che il doppio registro era stato adottato da uno stesso pm e abbiamo inviato l’istanza che questi aveva firmato con Ielo, Pesci ha replicato: «L’articolo 53 del codice di procedura penale dà piena autonomia di scelta al pm di udienza». Cioè a Tucci. Che, però, come detto non ci ha voluto parlare.
Auspichiamo che la Commissione parlamentare presieduta dal senatore Marco Lisei faccia piena luce su tale evidente disparità di trattamento convocando i pubblici ministeri interessati affinché chiariscano perché nel caso di Tommasi & C. abbiano sollevato la questione di costituzionalità, mentre in quello degli avvocati amici di Conte abbiano chiesto l’archiviazione.
Mentre nello Stato europeo dove «la democrazia è a rischio» si tengono le elezioni che portano chi è stato al governo per 15 anni (come il Pd, però Orbán le elezioni le aveva vinte) a cedere il governo allo sfidante, Ursula von der Leyen accorre a ribadire il menu della Ue con tanto di riferimento al «superamento dell’unanimità», quello sì un vero e proprio rischio sostanziale per la democrazia.
Fortunatamente, per ora, Peter Magyar sta confermando la linea di Orbán pressoché su tutto - anche perché dire che il gas e la benzina «non servono» è una roba per chi si era preso la «Tesla a rate» -, ed è proprio qui che si apre la riflessione sulla sinistra che esulta quando in Ungheria si è formato il Parlamento più a destra della sua storia. I conservatori si aggiudicano 138 seggi su 199, l’opposizione ai conservatori la fanno i sovranisti di Orbán con 55 seggi, l’estrema destra se ne aggiudica 7 e la sinistra ungherese evapora verso l’1% con zero seggi.
In questo contesto la sinistra italiana, ed europea in generale, si dichiara vincitrice perché il copione resistenziale sulla base del quale escono ancora libri sul fascismo che sembrano scritti nel 1944 impone le feste in piazza per non svelare che tutta la narrazione sul «rischio democratico» era una balla. Non si tratta, dunque, di miopia tattica, ma di ingenua rivelazione strutturale: la sinistra ha definitivamente smesso di essere laburista e si è ridotta al ruolo di preservazione del governo parallelo che in ogni nazione occidentale si occupa di sorvegliare l’agenda globalista. Si sta così assistendo al definitivo smascheramento della politica non più legata a qualsivoglia ruolo di intervento sulla reale composizione sociale di una nazione ma intesa come mera estensione degli apparati. Organizzazioni non governative, fondazioni, think tank, burocrazia Ue, burocrazia statale, apparato culturale, media, Terzo settore: sono questi i presidi gramsciani irrinunciabili, ed è qui che si combatte la vera battaglia politica per il controllo e il dominio della società. Ogni contenuto - «nuovi diritti», uguaglianza, antifascismo, immigrazionismo - è subordinato alla necessità di avere vertici politici che non ostacolino il flusso di risorse che dai fondi pubblici arrivano agli apparati.
Il caso ungherese è particolarmente interessante proprio perché non concede la benché minima possibilità di presentare il risultato come «una vittoria della sinistra», eppure c’è chi balla comunque in piazza. Lo stesso Magyar viene celebrato non perché «di sinistra» - qualcuno dice che «è più a sinistra di Orbán» ma in realtà su alcuni aspetti è più a destra - ma perché è europeista, più convintamente pro-Nato di Orbán e mercatista-liberale. Affermare che Magyar «soddisfa il bisogno di protezione economica e di sicurezza collettiva» significa svelare l’identificazione tra «bene» e Unione europea, tra sinistra e Unione europea e tra apparato tecnocratico e «libertà». In questa sorta di microfisica del potere i contenuti politici scompaiono e la politica non governa più ma si limita a gestire i flussi di sovvenzioni e legittimazione riducendo ogni conflitto politico alla garanzia di finanziamento per quel sistema parallelo che si identifica ormai a tutti gli effetti con la «tenuta democratica del Paese».
In questo modo, tuttavia, il concetto stesso di rappresentanza democratica entra in crisi: se le elezioni sono semplicemente il rito che legittima l’occupazione gramsciana delle istituzioni, allora non esiste più una reale possibilità di compiere scelte alternative. L’aver definito tutto ciò che fuoriesce dall’ambito della sinistra globalista come «fascista» ha portato con sé il frutto avvelenato della fine della democrazia e in questo senso la follia woke ha svolto il ruolo di salutare catalizzatore per coloro che avrebbero anche potuto credere che in fondo l’Emilia, la Toscana e San Francisco sono davvero «il migliore dei mondi possibili» al di fuori dei quali è inutile andare. Le strane esultanze di oggi stanno dunque dimostrando che Viktor Orbán era il «male assoluto» non per le politiche economiche o migratorie in sé, ma perché ha compiuto il peccato mortale di aver limitato l’ingerenza delle Ong e dei fondi Ue condizionali.
La politica si riduce così a fabbrica di «nuovi diritti» - economici, sessuoidentitari, ambientali - strutturati in modo da diventare oggetto di gestione amministrativa da parte di un enorme apparato controllato interamente dalla sinistra; chi consente questo meccanismo è «democratico» a prescindere dai contenuti politici che dichiara di perseguire, chi lo impedisce è «fascista». Ma giacché, come fatto notare tra gli altri da Giorgio Agamben, i «diritti» di per sé non emancipano, allora non possiamo non pensare che essi siano in realtà costruiti per moltiplicare le dipendenze dall’apparato e i «dispositivi di cattura» che lo Stato pone in azione nei confronti dei cittadini. Esultare perché i propri avversari hanno stravinto le elezioni sta mostrando proprio questo, che in realtà la posta in gioco era un’altra, non era la politica intesa in senso novecentesco ma era il semplice lasciapassare senza il quale le élite fanno più fatica ad agire.
L’accordo sul prestito da 90 miliardi di euro che serve all’Ucraina sembra più vicino e l’europeismo di Péter Magyar sarà soppesato in base al suo via libera. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, lo va ripetendo da mesi: «Onoreremo gli impegni, in un modo o nell’altro», presi con Kiev, e l’esito del voto in Ungheria fa bene sperare che il veto di Orbán si trasformi in un brutto ricordo per Bruxelles.
Al Semafor world economy summit a Washington, martedì Dombrovskis si è dichiarato molto fiducioso: «Ci sono alcune questioni rimaste in sospeso durante il precedente governo ungherese, quello del primo ministro Orbán. Speriamo di poter procedere rapidamente, ma in generale vediamo in Ungheria una svolta più filo europea».
Il neo eletto Magyar ha già detto che non bloccherà il prestito dell’Unione europea ma non parteciperà perché il suo Paese è in pessime condizioni economiche. Tanto basta a Ursula von der Leyen: ottenere la revoca del veto. Ieri, il presidente della Commissione europea ha detto di aver parlato con il vincitore delle elezioni. «Abbiamo discusso delle priorità immediate», annunciava in un post sulla piattaforma social X. «Bisogna agire rapidamente per ripristinare, riallineare e riformare. Ripristinare lo Stato di diritto. Riallinearsi ai nostri valori europei condivisi. E riformare, per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei», ha aggiunto Von der Leyen.
Al suo esecutivo interessa solo ottenere l’approvazione definitiva del sostanzioso pacchetto di aiuti promessi a Volodymyr Zelensky per il biennio 2026-2027, da fare arrivare a Kiev in due tranche da 45 miliardi di euro ciascuna. La posta in gioco è così alta per la Commissione che il suo presidente non ha esitato a blandire il neo eletto. «L’Ungheria è tornata nel cuore dell’Europa, dove ha sempre dovuto appartenere», ha scritto. «Questo è, soprattutto, un momento per il popolo ungherese. Per la sua voce, la sua dignità e il suo futuro in un’Ungheria sicura e prospera all’interno di un’Europa forte».
A Magyar «cedere» non costerà nulla (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno ottenuto l’opt-out dal prestito), anzi finalmente potrà ottenere i quasi 37 miliardi di euro congelati da Bruxelles. Come ha riassunto il Financial Times, oltre alla revoca del veto ungherese sul prestito all’Ucraina i passi fondamentali devono essere il via libera al prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza e il rimpasto ai vertici delle principali istituzioni pubbliche e imprese statali. Bruxelles, inoltre, chiede una risoluzione della controversia sulle irregolarità delle procedure di richiesta d’asilo per i migranti, che costa a Budapest una multa giornaliera di un milione di euro oggi arrivata a quasi 900 milioni.
Se è fondamentale lo sblocco dei fondi Ue per dare ossigeno all’economia ungherese e migliorarne le prospettive di crescita, importante sarà per Magyar mantenere le sue promesse elettorali, ovvero lavorare per ridurre l’imposta sul reddito personale per i redditi più bassi e aumentare le pensioni minime. Oggi alle 10, il futuro primo ministro avrà un incontro con Tamás Sulyokil, sollecitato dallo stesso presidente della Repubblica. «È nell’interesse dell’Ungheria che il passaggio di consegne e l’insediamento del nuovo governo avvengano il prima possibile», ha scritto Magyar sul suo profilo social.
Domenica sera, nel suo discorso di vittoria aveva chiesto le dimissioni di Sulyok. Ha ribadito l’argomento anche in conferenza stampa: si aspetta che il capo dello Stato convochi al più presto la sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale (ha tempo entro 30 giorni dalle elezioni, ovvero entro il 12 maggio) e che, dopo aver proposto il presidente di Tisza come primo ministro, si dimetta. Quasi il 73% degli attuali membri dell’Assemblea lascerà il proprio incarico a maggio
Prima dell’incontro di oggi, Magyar sarà a Radio Kossuth e sul canale tv M1. L’ultima apparizione del quarantacinquenne politico nella tv pubblica risaliva al 26 settembre 2024, quando accusò l’istituzione di propaganda goebbelsiana. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha detto che, una volta eletto, i media pubblici non sarebbero stati chiusi, ma i loro servizi di informazione sospesi fino a quando non fosse stata garantita una copertura giornalistica equilibrata.
Da Mosca, intanto, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha fatto sapere che c’è la volontà di proseguire un dialogo pragmatico «con il nuovo governo ungherese». Il Cremlino attende i primi passi concreti. Lunedì, Magyar aveva dichiarato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe e la volontà di fare tutto il possibile per diversificare gli acquisti di petrolio e gas «ma questo non significa che ci disinvestiremo», ha tenuto a precisare. Convenienza economica e la sicurezza dell’approvvigionamento continueranno a essere le considerazioni principali.









