«Osservate una partita di football. Essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica». Questo scriveva Antonio Gramsci in un celebre articolo su calcio e scopone scientifico, pubblicato dall’Avanti (26 agosto 1918).
Al filosofo sardo piaceva da matti il pallone. Regole e individualismo. Oggi c’è Gianni Infantino che lotta per la riconferma alla guida della Fifa con l’appoggio degli sceicchi per confermarsi un uomo solo al comando, dopo averne combinate di tutti i colori. Individualismo senza regole.
E in questi giorni fa scalpore, in Gran Bretagna, l’avvertimento di ritorsioni economiche che arriva dagli Emirati Arabi Uniti alla sola ipotesi che il Manchester City, giudicato colpevole di una serie di gravi irregolarità finanziarie, possa essere squalificato. Niente regole e anche le minacce.
Ma soprattutto, il fatto che dietro entrambe le partite in corso ci siano i rapporti con i capitali arabi sembra confermare che non esistono pasti gratis, neppure nel football.
Il sostegno degli arabi a Gianni Infantino
Il comunicato ufficiale dell’Unione delle federazioni arabe (Uafe), venerdì sera, è passato un po’ in sordina, ma rischia di essere decisivo. Il 18 marzo ci saranno le elezioni per il rinnovo delle cariche alla Fifa a Rabat, capitale del Marocco, e il manager svizzero corre per il terzo mandato da presidente.
L’Uefa annuncia «il proprio sostegno e apprezzamento, per il prossimo periodo, nei confronti del presidente della Fifa Infantino, che nel corso di oltre un decennio ha rafforzato l’unità della comunità calcistica mondiale, sviluppato e fatto crescere il gioco e ampliato la sua portata globale in un modo che serve gli interessi di tutte le parti coinvolte e risponde alle aspirazioni di giocatori e tifosi di tutto il mondo».
Questa investitura arriva da una federazione che rappresenta 22 stati tra Asia e Africa. Infantino sapeva già di poter contare sull’appoggio della federazione dell’Africa e con questa benedizione Uafa va a spaccare la confederazione dell’Asia (Afc), che invece ha preso le distanze da lui come l’Uefa.
La gratitudine araba è ben motivata. Infantino è salito al potere nel 2016 sulle ali dello scandalo Fifagate, che ha portato alla scoperta, da parte dell’Fbi, di un giro gigantesco di mazzette ultraventennale da 150 milioni di dollari.
Sotto la sua presidenza ci sono stati i Mondiali del 2022 in Qatar, dove il calcio ha raggiunto l’apice del baraccone con aria condizionata, e i Mondiali per club del 2025, che senza i soldi dell’Arabia Saudita sarebbero stati un fallimento economico epocale.
La situazione delicata di Psg e Man City
Dopo il tentativo fallito di privatizzare parte dei prossimi Mondiali, bloccato anche dalla indignata opposizione dell’Uefa, Infantino è apparso in difficoltà, ma ha ripreso a tessere la sua tela. Mercoledì scorso ha smentito la candidatura alla presidenza il qatariota Nasser Al Khelaifi, imprenditore, dirigente sportivo, politico ed ex tennista, ma soprattutto presidente del Paris Saint-Germain.
E così, al momento nessuno osa sfidare lo svizzero, talmente un visionario da essere riuscito a dare il premio Fifa per la pace a Donald Trump.
E nella settimana in cui festeggiava il ritiro del proprietario del Psg, Infantino ha visitato Lituania, Azerbaijan, Uzbekistan, Mongolia per poi fare tappa a Hong Kong. Intanto, a Manchester, nella federazione calcistica più importante d’Europa, è scoppiato uno scandalo che ricorda l’ultimo della Juventus, ma che ha suscitato reazioni ben più gravi che in Italia. Una commissione indipendente ha giudicato il Manchester City colpevole di 114 violazioni finanziarie nel periodo compreso tra il 2009 e 2018.
Le contestazioni comprendono 54 violazioni relative alla presunta mancata comunicazione di informazioni finanziarie accurate, 14 sui pagamenti a giocatori e allenatori, cinque sulle norme Uefa e sette sul Financial fairplay, sette sulle regole di sostenibilità finanziaria della Premier e 35 sulla mancata collaborazione con l’inchiesta della Lega tra il 2018 e il 2023.
Il calcio come veicolo di pubblicità e propaganda
Le sanzioni devono essere ancora definite e, come da noi, possono andare dalla semplice penalizzazione di punti in classifica, alla retrocessione, passando per la revoca dei titoli sportivi vinti con i bilanci drogati. Il City è di proprietà di una società emiratina e tra le operazioni contestate ci sono una serie di sponsorizzazioni che potrebbero essere state gonfiate, molte delle quali riconducibili a società che hanno sede negli Emirati Arabi Uniti o sono comunque collegate a essi.
E mentre nel Regno Unito infuria la polemica, con calciatori e allenatori delle altre squadre che hanno chiesto provvedimenti esemplari (tra i più scatenati l’ex calciatore Roy Keane), è arrivata una dura presa di posizione dagli Emirati. Il governo ha avvertito Londra che, in caso di condanna del City, verrebbero cancellati investimenti miliardari in Gran Bretagna e che un eventuale verdetto negativo della Premier League «avrà un’influenza negativa sulle relazioni bilaterali».
Una minaccia che mette in ulteriore imbarazzo il premier laburista Andy Burnahm, ex sindaco di Manchester, che quando è scoppiato lo scandalo ha provato a difendere la proprietà emiratina del club, salvo poi fare una precipitosa retromarcia.
Nel bene e nel male, il pallone è ancora un formidabile veicolo di pubblicità e propaganda. Sia la Fifa sia i grandi club, come Psg e City, stanno cominciando a capire che i petrodollari, prima o poi, vanno restituiti.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >