
Tutte le ricerche, anche le più recenti, sul consumo di cannabis mostrano quanto sia dannoso. Ma l'Italia sembra avere dismesso qualsiasi attività di prevenzione.Un Paese con la testa in fumo: è questa una delle emergenze che il nuovo governo si troverà a dover affrontare, senza perdere troppo tempo. Sul consumo di cannabis e suoi derivati, marijuana e hashish, l'Italia è in cima alle classifiche. I suoi giovani (dai 15 ai 34 anni) si spinellano il 6% in più della media europea; e ciò comporta anche picchi nel consumo di tabacco e di alcool. Compare una gioventù malata, debole, insicura, spaventata. Chi lavora con gli insegnanti lo sa bene: ormai l'accompagnamento degli alunni nelle gite scolastiche è a rischio plurimo: malori tra i ragazzi, denunce degli albergatori, incidenti e imprevisti di ogni genere, non sempre senza morti, poi raccontati dalle cronache. Ma neppure gli adulti scherzano: anche qui siamo al 32% contro il 26% di media Ue. Contrariamente allo slogan caro alle élite: «Lo spinello non fa niente» (e il pittore psichedelico Matteo Guarnaccia ci fece già negli anni Novanta una vignetta: «Chissà come si annoia»), tutto questo fumo lascia tracce innanzitutto negli ospedali: il 15% dei nuovi utenti finisce in trattamento per crisi di panico e stati fuori controllo. Anche perché le persone non sanno neppure cosa fumano: il livello di Thc è aumentato di oltre il 10% in dieci anni. Se c'è una situazione borderline, al limite tra psicosi e «normalità», con un paio di spinelli scivola di colpo dove non dovrebbe (si «slatentizza»).Quella della droga e della cannabis è un'emergenza particolarmente urgente in Italia: mentre la sua forza di vendita è enormemente cresciuta, anche per l'ingresso dei clandestini senza lavoro tra i venditori, i due ultimi governi non si sono più occupati della questione. Anzi, quattro anni fa, durante il governo Renzi, è stato licenziato il precedente direttore del dipartimento per le politiche antidroga, il professor Giovanni Serpelloni, medico e neuroscienziato, specialista internazionale del campo, sotto la cui guida e attività di prevenzione e informazione sugli effetti della sostanza il consumo era finalmente rallentato. Pochi giorni fa la Cassazione ha dichiarato illegittimo il suo licenziamento, e intanto gli Usa l'hanno premiato per «l'ottimo lavoro nel campo della prevenzione delle droghe leggere, soprattutto tra i giovani». Ma da allora per lui è stato un dentro-fuori dai tribunali, e l'Italia non si è più occupata di cannabis né di altre droghe. La gestione della delicata materia è passata alla sottosegretaria Maria Elena Boschi, che ha nominato al suo posto un alto burocrate, il consigliere Maria Contento: poi il silenzio. Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana comunità terapeutiche (le uniche a occuparsi dei tossici) un anno fa così denunciava: «È sotto gli occhi di tutti come di fronte a una “questione dipendenze" sempre più feroce, soprattutto tra i giovanissimi, continui ad esserci il silenzio più assoluto: l'Italia ha dismesso qualsiasi attività di prevenzione. Ha fermato ogni genere di attività, i servizi sono allo sbando, sul territorio si fatica enormemente. C'è l'impressione che l'Italia si sia arresa. Una cosa mai vissuta prima: un completo disinteresse». È improbabile che Squillaci e gli altri rimpiangano la severità di Serpelloni: le loro visioni sono diverse. Tuttavia un'agenzia favorevole alla liberalizzazione ammetteva: «Lo stallo dura, paradossalmente, dalla mancata riconferma di Giovanni Serpelloni a capo del dipartimento».Quando c'è disinteresse su questioni che riguardano la vita dei cittadini, è perché qualcun altro guadagna sul non far sapere le cose. E non da oggi. L'Italia è l'unica tra i grandi Paesi europei (e anche i piccoli, come la Svizzera) a non aver mai fatto grandi campagne nazionali sulle strade, i media, i mezzi di trasporto per mettere in guardia dai danni cerebrali e fisici della cannabis che (tra l'altro) procura centinaia di incidenti anche gravissimi ogni anno per via della riduzione delle capacità alla guida che produce.Si è perso un sacco di tempo in discussioni «di principio» tra proibizionisti e antiproibizionisti, senza mai preoccuparsi di almeno illustrare i danni di marijuana e hashish, noti e documentati internazionalmente fin dall'ultimo decennio del secolo scorso. Già allora erano state prodotte tutte le principali ricerche, poi monitorate e confermate anche coi dati dei decenni successivi su come la «droga da intrattenimento» più consumata nel mondo, se assunta prima dei sedici anni abbia seri rischi di indurre più tardi malattie mentali come psicosi, schizofrenia, e depressione. L'assunzione regolare di cannabis incide sulla memoria, la volontà, la concentrazione, facoltà fondamentali per il benessere e la funzionalità della personalità. Indebolirle vuol dire moltiplicare disabilità che pesano poi su tutta la vita. Eppure in Italia non si sono mai neppure pubblicati i dati delle statistiche internazionali, se non in circuiti scientifici specializzati. Tanto che per senso del dovere verso il mio figlio minore, che andava verso i 13 anni, li ho presentati undici anni fa, con il professor Antonello Vanni, nel libro Cannabis, (San Paolo) con 250 note a pié di pagina sui documenti e ricerche originali, da allora moltiplicatesi in tutto il mondo. Non mi aspettavo chissà quale dibattito: ma vedere il fenomeno cannabis divorare gradualmente il Paese e distruggerne la lucidità e l'umore (come sempre fa la cannabis), accompagnato da un dibattito finto tutto svolto sui mega principi (liberalizzazione vs punizione) senza citare mai i fatti, le giovinezze bruciate, i lavori perduti, i matrimoni falliti, la salute minata, è stata un'esperienza piuttosto surreale. Un giorno in televisione mi sono trovato Fabrizio Rondolino, ex assistente di Massimo D'Alema, che mi fa: «Ma come si può dire ancora queste cose? Si sa che di spinello non è mai morto nessuno!». Ora - a parte l'infarto cardiaco, 5 volte più alto nei consumatori di cannabis - anche i più ufficiali tra i rapporti internazionali sulle droghe riconoscono che la cannabis è (dal 15 al 20% dei casi) la droga di partenza per le sostanze pesanti, e quindi causa frequente di morte successiva precoce. E se assumerla è la seconda causa di ricovero in ospedale vuol dire che benissimo non fa.Negli ultimi mesi sono arrivati poi i diversi dati, più recenti, sul «caos cannabis» e i suoi effetti distruttivi sull'Occidente di oggi. Intanto quelli americani, con le conseguenze della graduale liberalizzazione della cannabis, lanciata negli Usa durante la seconda presidenza Obama, violando anche le vigenti convenzioni Onu sull'illegalità di questa droga. Liberalizzarla non sembra essere stato un buon affare neppure per gli Stati che ci avevano puntato, perché naturalmente le mafie hanno abbassato i prezzi, e i consumatori hanno quindi continuato a rivolgersi ai loro vecchi pusher illegali, più economici. In compenso, grazie alla legalizzazione e ai prezzi più bassi, il consumo è aumentato, e così tutto l'«indotto cannabis» di incidenti automobilistici, ricoveri psichiatrici, violenze di vario genere, suicidi. Ancora una volta, il paese di Bengodi raccontato dai sostenitori della «pianta meravigliosa», come viene descritta su Internet dai trafficanti travestiti da profeti, è naufragato nella «merda», come viene invece chiamata dai consumatori più scafati. Ed ora, come era prevedibile, cominciano a arrivare i dati sul dopo; su cosa succede quando gli amanti della cannabis cominciano a invecchiare. L'ampio studio Monitoring the future dell'Università del Michigan - condotto su studenti universitari che nel 1976 avevano 18 anni e sono stati controllati regolarmente fino a quando ne hanno compiuti 50 - racconta cosa succede ai fumatori di lungo corso, divisi in campioni a seconda della frequenza, della continuità e quantità consumata. Tutti i diversi campioni, a 50 anni, hanno controlli psicologici e problemi psichiatrici cronici. Nella maggior parte di essi questi problemi sono associati alle alte percentuali di problemi con la droga nel corso della vita. Le persone, poi, che a 50 anni persistono nell'uso di cannabis mostrano maggiori difficoltà cognitive, malattie fisiche e alcolismo. Sono malati, cronici. I ricercatori, seri, non stabiliscono rapporti di causa effetto, ma correlazioni statistiche, fin troppo chiare, a meno di non volerle vederle. Insieme a quelli del Michigan, gli studi del 2017 dell'Università di Tel Aviv, e quelli presentati al Congresso di psichiatria di Berlino nell'autunno scorso hanno fatto chiarezza sull'attuale impennata di schizofrenia e malattie psichiatriche in atto nel mondo e l'aumento nell'uso di cannabis tra i giovani. «Non c'è dubbio», ha concluso a Berlino Robin Murray, professore di psichiatria al King's College di Londra, «che la cannabis usata dai giovani aumenta il rischio di sviluppare schizofrenia da adulti». Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. E i costi, umani, finanziari, e politico sociali, sono altissimi. Non c'è azione più folle che alimentare la follia spacciandola per divertimento.
Ursula von der Leyen (Ansa)
La società belga che li detiene avvisa dei rischi sul debito. Mosca minaccia ritorsioni.
Ieri è suonato l’ennesimo campanello d’allarme per Ursula von der Leyen a proposito del suo piano per prestare 140 miliardi all’Ucraina, facendo leva sulle attività finanziarie russe tuttora sequestrate. Visto che finora Ursula è rimasta sorda agli inviti alla prudenza - anche a quello di Christine Lagarde - ieri il Financial Times ha reso noti i dettagli di una preoccupatissima lettera che Valérie Urbain - amministratore delegato di Euroclear, l’istituzione finanziaria belga che è depositaria di ben 185 miliardi tra riserve di banca centrale e asset di entità private riconducibili a Mosca - ha inviato alla Von der Leyen e ad António Costa, presidente del Consiglio europeo.
Vladimir Putin (Ansa)
Lo zar: «Ucraini via dal Donbass, ma niente accordo finché c’è Volodymyr Zelensky». Dagli Usa garanzie a Kiev solo a trattato siglato.
Non che ci sia molto da fidarsi. Fatto sta che ieri, mentre monta la psicosi bellica del Vecchio continente, Vladimir Putin ha lanciato un segnale agli europei: «Se hanno spaventato i loro cittadini», ha detto, «e vogliono sentire che non abbiamo alcuna intenzione e nessun piano aggressivo contro l’Europa, va bene, siamo pronti a stabilirlo in ogni modo». L’impegno firmato di Mosca a non attaccare l’Occidente, in effetti, era uno dei 28 punti del primo piano di Donald Trump, ricusato con sdegno sia dagli europei stessi, sia da Kiev. Ma è ancora la versione americana che lo zar confida di discutere, dal momento che i russi specificano di non vedere alcun ruolo dell’Ue nei negoziati.
(Esercito Italiano)
Oltre 1.800 uomini degli eserciti di 7 Paesi hanno partecipato, assieme ai paracadutisti italiani, ad una attività addestrativa di aviolancio e simulazione di combattimento a terra in ambiente ostile. Il video delle fasi dell'operazione.
Si è conclusa l’esercitazione «Mangusta 2025», che ha visto impiegati, tra le provincie di Pisa, Livorno, Siena, Pistoia e Grosseto, oltre 1800 militari provenienti da 7 diverse nazioni e condotta quest’anno contemporaneamente con le esercitazioni CAEX II (Complex Aviation Exercise), dell'Aviazione dell'Esercito, e la MUFLONE, del Comando Forze Speciali dell’Esercito.
L’esercitazione «Mangusta» è il principale evento addestrativo annuale della Brigata Paracadutisti «Folgore» e ha lo scopo di verificare la capacità delle unità paracadutiste di pianificare, preparare e condurre un’operazione avioportata in uno scenario di combattimento ad alta intensità, comprendente attività di interdizione e contro-interdizione d’area volte a negare all’avversario la libertà di movimento e ad assicurare la superiorità tattica sul terreno e la condotta di una operazione JFEO (Joint Forcible Entry Operation) che prevede l’aviolancio, la conquista e la tenuta di un obiettivo strategico.
La particolarità della «Mangusta» risiede nel fatto che gli eventi tattici si generano dinamicamente sul terreno attraverso il confronto diretto tra forze contrapposte, riproducendo un contesto estremamente realistico e imprevedibile, in grado di stimolare la prontezza decisionale dei Comandanti e mettere alla prova la resilienza delle unità. Le attività, svolte in modo continuativo sia di giorno che di notte, hanno compreso fasi di combattimento in ambiente boschivo e sotterraneo svolte con l’impiego di munizionamento a salve e sistemi di simulazione, al fine di garantire il massimo realismo addestrativo.
Di particolare rilievo le attività condotte con l’obiettivo di sviluppare e testare le nuove tecnologie, sempre più fondamentali nei moderni scenari operativi. Nel corso dell’esercitazione infatti, oltre ai nuovi sistemi di telecomunicazione satellitare, di cifratura, di alimentazione elettrica tattico modulare campale anche integrabile con pannelli solari sono stati impiegati il Sistema di Comando e Controllo «Imperio», ed il sistema «C2 DN EVO» che hanno consentito ai Posti Comando sul terreno di pianificare e coordinare le operazioni in tempo reale in ogni fase dell’esercitazione. Largo spazio è stato dedicato anche all’utilizzo di droni che hanno permesso di ampliare ulteriormente le capacità di osservazione, sorveglianza e acquisizione degli obiettivi.
La «Mangusta 2025» ha rappresentato un’importante occasione per rafforzare la cooperazione e l’amalgama all’interno della cosiddetta Airborne Community. A questa edizione hanno partecipato la Brigata Paracadutisti Folgore, la 1st Airborne Brigade giapponese, l’11th Parachute Brigade francese, il 16 Air Assault Brigade Combat Team britannica, il Paratrooper Regiment 31 e la Airborne Reconnaissance Company 260 tedesche, la Brigada «Almogávares» VI de Paracaidistas e la Brigada de la Legión «Rey Alfonso XIII» spagnole e la 6th Airborne Brigade polacca.
L’esercitazione ha visto il contributo congiunto di più Forze Armate e reparti specialistici. In particolare, l’Aviazione dell’Esercito ha impiegato vettori ad ala rotante CH-47F, UH-90A, AH-129D, UH-205A e UH-168B/D per attività di eliassalto ed elitrasporto. L’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto con velivoli da trasporto C-27J e C-130J della 46ª Brigata Aerea, impiegati per l’aviolancio di carichi e personale, oltre a partecipare con personale paracadutista «Fuciliere dell’Aria» del 16° Stormo «Protezione delle Forze» e fornendo il supporto logistico e di coordinamento dell’attività di volo da parte del 4° Stormo.
A completare il dispositivo interforze, la 2ª Brigata Mobile Carabinieri ha partecipato con unità del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti «Tuscania», del 7° Reggimento Carabinieri «Trentino Alto Adige» e del 13° Reggimento Carabinieri «Friuli Venezia Giulia». Il 1° Tuscania ha eseguito azioni tipiche delle Forze Speciali, mentre gli assetti del 7° e 13° alle attività di sicurezza e controllo nell’area d’esercitazione e alle attività tattiche di contro-interdizione.
Questa sinergia ha permesso di operare efficacemente in un ambiente operativo multi-dominio, favorendo l’interoperabilità tra unità, sistemi e procedure, contribuendo a consolidare la capacità di coordinamento e integrazione.
Oltre a tutti i Reparti della Brigata Paracadutisti «Folgore», l’esercitazione ha visto la partecipazione del: 1° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Antares», 4° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Altair», 5° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Rigel», 7° Reggimento Aviazione dell'Esercito «Vega», 66° Reggimento Fanteria Aeromobile «Trieste», 87° Reparto Comando e Supporti Tattici «Friuli», 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti «Col Moschin», 185° Reggimento Paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi «Folgore», 4° Reggimento Alpini Paracadutisti, 1° Reggimento «Granatieri di Sardegna», 33° Reggimento Supporto Tattico e Logistico «Ambrosiano», 33° Reggimento EW, 13° Reggimento HUMINT, 9° Reggimento Sicurezza Cibernetica «Rombo» e 4° Reparto di Sanità «Bolzano» e di assetti di specialità dotati di sistema d’arma «Stinger» del 121° Reggimento artiglieria contraerei «Ravenna».
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Soldati Francesi (Ansa)
Dopo la Germania, Emmanuel Macron lancia un piano per 50.000 arruolamenti l’anno. E Guido Crosetto prepara la norma. Vladimir Putin assicura: «Non ci sarà un attacco all’Europa. Pronto a firmare la pace se Kiev si ritira dal Donbass».
I tre grandi Paesi fondatori dell’Europa unita mettono l’elmetto. Dopo la Germania, che in agosto aveva iniziato l’iter per una legge sulla reintroduzione del servizio di leva, puntando a costituire un esercito da mezzo milione di persone, tra soldati e riservisti, ieri anche Francia e Italia hanno avviato o ipotizzato progetti analoghi.






