Bambino a lezione di Corano
Un bambino a cui viene insegnato il Corano (iStock)

Ieri, a distanza di un anno dalla presentazione al Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica (Pisai) di Roma, i vescovi italiani hanno riproposto le «Schede per conoscere l’islam» all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. L’iniziativa è tesa a «superare i pregiudizi e promuovere il dialogo tra culture e religioni». Progetti come questi non se ne vedono in ambito musulmano, attendiamo ansiosi eventuali smentite, quindi ancora una volta è la Chiesa cristiana a tendere la mano all’islam.

All’incontro, promosso in primis dalla Conferenza episcopale italiana (Cei), è stato mostrato il volume che raccoglie le schede ultimate nel 2025, ma ristampate e pronte per essere distribuite così da «assicurare alla scuola italiana testi per l’insegnamento della religione cattolica (Irc) di qualità», viene detto nella presentazione. Si tratta di «una scelta pedagogica, teologica e pastorale di grande lungimiranza», ha sottolineato don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei.

Un po’ come le lezioni organizzate dalla Diocesi di Milano dal 27 ottobre al 23 novembre, in quanto sarebbe importante «comprendere il buddhismo nelle sue origini, nei suoi sviluppi storici e nelle sue diverse tradizioni, per coglierne anche l’attualità nel mondo contemporaneo».

Don Alberto Gastaldi, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e del servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica, sostiene che «in un’aula scolastica conoscere l’islam, attraverso strumenti affidabili e rispettosi, non significa abdicare alla propria identità, bensì esercitare quell’umanesimo integrale che sa fare spazio all’altro». Bisogna «arrivare a crescere, e questo non avviene senza conoscenza e stima reciproca», è stato il pensiero di monsignor Gaetano Castello, vescovo ausiliare di Napoli e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei.

Il dialogo a senso unico

Una santa crociata per il dialogo, sembra proprio a senso unico tranne sporadiche eccezioni considerate le rigide chiusure del mondo islamico. Non ci risulta che in qualche moschea italiana circolino schede su meglio comprendere il cristianesimo. Eppure, il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ieri ha detto: «Manderei tutti a scuola di islam», e a proposito di chi fa «titoli di giornali pericolosi, come islamofobia, bocciamoli tutti».

«Ignoranza è radice del male», sostiene una delle curatrici, Nadjia Kebour, che afferma di «sentire ancora pregiudizi sull’islam». Il mondo musulmano «vive i valori della pace, della misericordia, dell’amore per il prossimo», dichiara Wasim Salman, preside del Pisai. Come superare lo scontro di civiltà? «Lo si fa con lo studio, l’approfondimento con il dialogo interreligioso».

Il contenuto delle schede

Già, ma ecco che cosa trovano gli studenti nelle schede che «sarà cura dell’azione pastorale interreligiosa e scolastica attivare sui territori una promozione insieme con le comunità islamiche». Si afferma che immigrati già alla terza generazione sono «veri e propri cittadini pienamente europei e pienamente musulmani», senza rilevare che a parte godere dei diritti civili e politici, nel comportamento di troppi islamici è sempre più evidente l’incompatibilità tra i principi religiosi musulmani e i valori fondamentali delle democrazie occidentali.

L’islam non sarebbe la religione della violenza contro l’infedele, il cristiano, ma si fa credere che «la guerra, in prospettiva coranica, è in linea di massima solo la guerra difensiva». I versetti del Corano «che vengono oggi spesso usati da fondamentalisti per giustificare le loro violenze contro gli infedeli e dagli occidentali per denigrare l’islam, vanno in realtà letti alla luce del contesto in cui furono rivelati: i momenti ben precisi di guerra già inoltrata», si spiega.

Don Valentino Cottini, già direttore di Islamochristiana, ha detto che quello presentato nelle schede «è un islam autentico», perché «lo dice il Pisai che l’ha redatto». Gli estensori sono musulmani e cristiani, «si sono confrontati nel dialogo», la lettura delle schede è «appassionata» e «se ne fa garante la Cei». Anche del fatto che si lamentano ritardi da parte dell’Italia a riconoscere le «singole organizzazioni islamiche in base al loro dettato statutario»?

La solita colpa dell’Italia: non accoglie abbastanza gli islamici

Nel capitolo che affronta la presenza dell’islam nel nostro Paese si dichiara: «La libertà religiosa, ufficialmente proclamata da uno Stato che si definisce laico, ha bisogno di essere garantita da strutture idonee perché possa essere davvero praticata!», con tanto di esclamativo. Le difficoltà maggiori riguarderebbero «il tema dei luoghi di raduno e di culto, che si tratti di centri culturali islamici, di moschee vere e proprie (finora pochissime, meno di dieci), o di sale di preghiera».

Questo, un docente come dovrebbe spiegarlo a uno studente italiano? Che il nostro Stato non accoglie abbastanza i musulmani? O sarà capace di dire che nei Paesi islamici i cristiani nemmeno possono avere una chiesa? Invece il problema sembra che sia nostro: «Il futuro dell’Italia è proprio il dialogo», è stato affermato mercoledì durante l’incontro.

«Leggendo le schede il messaggio è: «Si avanza a piccoli passi, verso il riconoscimento pubblico di una realtà, come quella islamica, ormai profondamente e stabilmente radicata sul territorio italiano», mentre dal punto di vista dei rapporti interreligiosi con la chiesa cattolica italiana, «il dialogo con le associazioni islamiche […] è molto più avanti», si sottolinea. Il volumetto, realizzate dalla Conferenza episcopale italiana, ne è una conferma.

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