La mia storia comincia dieci anni e nove mesi fa quando in un momento che potrei definire vulnerabile incontro la mia «anima gemella». Quello che diventerà mio marito – con rito islamico – si presenta come un uomo di grandi valori, profondamente religioso, musulmano, la cui cultura teologica e conoscenza del Corano erano indiscutibili.
Sono italiana e cristiana. All’inizio della nostra relazione la mia fede non solo non rappresentava un ostacolo, ma veniva accolta e quasi celebrata. Mi ripeteva spesso che l’appartenenza a una specifica confessione religiosa fosse secondaria. Ciò che conta davvero è l’essere una persona di fede, il condividere una stessa sensibilità spirituale e timore di Dio. Questa «tolleranza» svanisce presto.
L’inizio dei soprusi: dal bicchiere di vino al distacco dalla realtà
Lui infatti mi sopporta. Non sono timorata di Dio, e quindi rispettabile, ma un’anima confusa che va guidata e corretta. Per rispetto della sua religione, chiedevo permesso prima di bere un bicchiere di vino. Mi rassicurava che non era un problema ma il suo disappunto era tale che la volta successiva evitavo di bere – per gentilezza nei suoi confronti. Questa «gentilezza», però, diventa presto ipocrisia: «Non bevi in mia presenza, ma lo fai in mia assenza. Sei un’ipocrita e il Corano è chiaro su questo aspetto: “In verità gli ipocriti saranno nel Fuoco più profondo e non avranno nessuno che li soccorra” (Corano, 4:145)». Dunque, un gesto nato come premura e sensibilità viene distorto e trasformato in un’accusa morale insostenibile. Così, molto lentamente, da un bicchiere di vino, vengono gettate le basi di un indottrinamento feroce basato sul fatto che sono una donna e quindi peccatrice dall’inizio dei tempi. Mentre, in realtà, la colpa di Eva fu cancellata all’istante, eliminando in partenza qualsiasi concetto di peccato ereditario.
Famiglia e amici, la mia naturale rete di supporto, vengono lentamente allontanati, marginalizzati in quanto peccatori di varia natura, facendo posto a un concetto più islamico di marito e moglie come nucleo autosufficiente ed esclusivo, dove ogni legame esterno viene percepito come una minaccia o un’interferenza alla purezza del legame coniugale (Corano, 2:187). La mia rete sociale si indebolisce rapidamente. Sono costretta a lasciare il mio lavoro perché fonte inesauribile di peccati e tentazioni. Lui è il mio protettore e il suo compito è quello di salvaguardare la mia reputazione (Corano, 4:34).
La preghiera è uno dei cinque pilastri nell’islam. Già dai primi mesi della relazione, devo pregare. Non con lui, ma dietro di lui. «Il Messaggero di Allah disse: “Le migliori file per gli uomini sono le prime e le peggiori sono le ultime; le migliori file per le donne sono le ultime e le peggiori sono le prime”» (Sahih Muslim, 440). A questo punto chi legge penserà che chi scrive sia una persona debole, incapace di reagire, di imporsi o di vedere la realtà per quella che è. No. Questi cambiamenti avvengono molto lentamente.
Ogni giorno i naturali confini uomo/donna e marito/moglie vengono varcati, smantellati e ridefiniti secondo le regole del Corano, in un processo così impercettibile da confondere l’abuso con la devozione. La pressione religiosa, morale, etica supportata sempre da qualche versetto o hadith (racconti, detti, azioni e approvazioni silenziose del profeta Maometto) annienta la persona che le subisce.
Chi scrive non ha più alcun punto di riferimento se non quella stessa persona che la sta lentamente schiacciando. Ogni cambiamento, o meglio adattamento, avviene a seguito di estenuanti litigi, urla, violenze. Vengo regolarmente svegliata nel cuore della notte per ripetere con precisione e nel dettaglio cosa ho detto a un/una collega, come mi ha risposto, quali gesti ho fatto mentre parlavo: mi sono toccata i capelli? Ho sorriso? Dunque sono compiacente, sto flirtando. «E perché ti senti in dovere di chiacchierare con estranei? Che benefici può portare un estraneo alla tua vita e alla nostra relazione?», mi dice. Quindi anche la semplice pausa caffè diventa presto un incontro clandestino. Il Corano stabilisce che le relazioni tra generi debbano essere trasparenti e finalizzate al matrimonio (Corano, 4:25). Anche a distanza di molti anni dall’aver parlato con un collega, devo subire interrogatori notturni che sfiniscono. La privazione del sonno diventa un problema. La mia salute deteriora e il mio sistema nervoso impara a proteggersi, spegnendosi. Stanchezza cronica, difficoltà nel prendere decisioni, incapacità di provare emozioni fino al completo distacco dalla realtà.
Dall’incontro con la seconda moglie alla liberazione
È in questo periodo che la moglie mi cerca e fa in modo di incontrarmi. Fino a quel momento non ero al corrente di altre mogli. La donna mi rivela che non siamo le uniche due mogli, lui passa di casa in casa a seconda delle esigenze. Cerco il confronto, ma lui mi fa presente che Allah gli permette fino a quattro mogli e chi sono io per andare contro la volontà di Dio? (Corano, 4:3). Vengo da un matrimonio fallito. Questo diventa un ulteriore pretesto per umiliarmi, un’arma da usare contro di me nei momenti di vulnerabilità. Mi ha sposato per carità di Dio, per elemosina; perché l’elemosina garantisce ricompense spirituali (Corano, 33:35). Il mio stato emotivo, la profonda tristezza, la gelosia e il sospetto attirano l’attenzione dei Jinn – secondo la tradizione islamica, sono creature (esseri maligni), fatte di fuoco senza fumo che vivono in un mondo parallelo al nostro. Il mio atteggiamento deplorevole li ha attirati e sono loro che mi sussurrano dubbi, paure e cattivi pensieri (Corano, 114:4-6).
Non posso guardare la televisione, ascoltare la radio, non posso leggere libri o giornali. In linea di principio questi mezzi di informazione sono permessi, ma i contenuti producono un effetto sulla moralità e sui doveri religiosi del credente. Quindi è haram, proibito. Non posso truccarmi, fare la tinta ai capelli o mettere lo smalto. Ogni forma di cura personale, anche il profumo, è vista come un invito a peccare, un atto di esibizionismo vanitoso o, peggio, un tentativo deliberato di sedurre altri uomini. (Corano, 33:33). La spesa si fa insieme e si usa la cassa self-service perché anche solo il «buongiorno» al dipendente in cassa provoca la sua ira. Non posso – non voglio – più uscire di casa se non per andare al lavoro. Al lavoro mi controlla a vista. Si parcheggia davanti a una finestra da cui può vedermi e controlla se parlo e con chi. Scruta il mio linguaggio del corpo e se rispondo al telefono. In pausa pranzo devo fare un resoconto dettagliato della mia mattinata lavorativa. Ugualmente, la sera. Non posso tenere fotografie dei mie cari in casa. «Gli angeli non entrano in una casa in cui vi sia un cane o un’immagine» – Sahih al-Bukhari (3226) e Sahih Muslim (2106).
Le nostre conversazioni si sono ridotte a nulla. Mi ripete che non sono capace di ispirare conversazioni intelligenti perché intellettualmente inferiore: il profeta Maometto che si rivolge a un gruppo di donne: «O donne! Fate l’elemosina, poiché ho visto che costituite la maggioranza degli abitanti del Fuoco dell’Inferno». Esse chiesero: «Perché, o Messaggero di Allah?». Egli rispose: «Imprecate frequentemente e siete ingrate verso i vostri mariti. Non ho visto nessuno più deficiente in intelligenza (’aql) e religione (din) di voi. Un uomo prudente e assennato potrebbe essere tratto in inganno da alcune di voi». Le donne chiesero: «O Messaggero di Allah, cosa c’è di deficiente nella nostra intelligenza e nella nostra religione?». Egli disse: «La testimonianza di due donne non è forse uguale alla testimonianza di un solo uomo?». Esse risposero affermativamente. Egli disse: «Questa è la deficienza nella sua intelligenza. Non è forse vero che una donna non può né pregare né digiunare durante il ciclo mestruale?». Le donne risposero di sì. Egli disse: «Questa è la deficienza nella sua religione» (Sahih al-Bukhari 304). Le violenze sono piu frequenti. Adesso indosso il velo. Non mi è stato imposto da lui. Lo indosso perché mi protegge da lui. Nascondo la mia presenza, la mia femminilità. Sparisco per preservare quello che è rimasto.
Il 17 gennaio 2026, dopo dieci anni di matrimonio islamico, l’ho lasciato. Me ne sono andata senza avere la minima consapevolezza di ciò che mi fosse realmente accaduto. Non avevo mai pensato, nemmeno per un istante, di essere sottomessa: chi vive intrappolato in queste realtà non lo sa. Per me, tutto quello era semplicemente la normalità. Tuttavia, quello stesso giorno, parlo con mia figlia e le confido che forse lui non mi sta trattando bene. Mia figlia mi prende le mani e dice: «Era molto tempo che volevo parlartene». Quella frase è stata uno schiaffo in faccia. In un istante vedo davanti ai miei occhi dieci anni di vita. In un istante capisco tutto. Quella che credevo fosse normalità lascia spazio alla verità: sottomessa alla volontà di un uomo nel nome di Allah.
Ho tolto il velo. Mi trucco e metto lo smalto rosso. Bevo un bicchiere di vino al giorno e mangio salsicce di maiale. Ho due cani ed entrambi dormono sul mio letto. La casa è piena di ritratti di famiglia. Tutti questi gesti, però, provocano ancora terrore – sto deliberatamente disobbedendo ad Allah. Ho paura di entrare in chiesa perché questo gesto scatenerebbe definitivamente l’ira di Allah. Ho ancora paura di uscire di casa o di parlare con i vicini ma quella paura è il prezzo della mia libertà. Ci vorrà del tempo per ricostruire i miei confini. Eppure, anche se cammino ancora con il fiato sospeso, ho ripreso in mano la mia vita, la mia fede cristiana e il mio diritto di essere donna senza sensi di colpa. A salvarmi, alla fine, è stata la mia indipendenza economica. Ho sempre lavorato. Inoltre, non avevamo mai condiviso lo stesso tetto, ho potuto allontanarlo semplicemente cambiando le serrature.
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