È entrata nel vivo la battaglia parlamentare sul salario minimo e, come era prevedibile, la giornata di ieri è andata avanti tra scontri, polemiche e accuse ad altissimo tasso ideologico. Quello che ci ha messo l’opposizione per una volta unita (con l’eccezione di Italia Viva) che ha eletto questo tema come quello il presunto tallone d’Achille della maggioranza. E così ieri, il risultato del muro contro muro che ne è scaturito è stato l’ostruzionismo del centrosinistra per evitare che venisse votata la proposta soppressiva della maggioranza sulla legge a firma Pd-M5s-Avs e Azione che fisserebbe a 9 euro l’ora la soglia di retribuzione sotto la quale non si potrebbe andare. Il teatro dello scontro è stata la commissione Lavoro della Camera, dove il centrodestra ha presentato un emendamento che, qualora approvato, cancellerebbe sic et simpliciter la proposta di legge delle opposizioni.
Un emendamento che, ovviamente, dispone largamente dei numeri per passare, ragion per cui il blocco pro-salario minimo ha scelto – come già fatto dall’inizio della legislatura in altre occasioni -la strada dell’ostruzionismo, che verosimilmente proseguirà in aula. Intanto per oggi è fissata una nuova seduta della commissione che si annuncia ancora più infuocata: ieri nel corso dei lavori sono intervenuti in massa i deputati di Pd, M5s, Azione e Avs. Il presidente della commissione, Walter Rizzetto, di Fratelli d’Italia, ha mantenuto un atteggiamento conciliante nei confronti delle opposizioni, ma ha altresì fissato dei paletti temporali: «Sia il voto che le discussioni sul complesso degli emendamenti», ha detto, «sono calendarizzate tra martedì e mercoledì». «Se legittimamente», ha aggiunto, «le opposizioni vogliono portare a domani (oggi, ndr) la discussione sul complesso degli emendamenti, tranquillamente la presidenza lo concede, ma dobbiamo istruire per andare in Aula entro il 28. Cercheremo compatibilmente con gli spazi che ognuno vuole prendersi, di votare entro questa settimana».
La responsabile lavoro del Pd, Maria Cecilia Guerra, ha tenuto a rivendicare che il suo e gli altri partiti di minoranza si stanno avvalendo «di tutte le possibilità offerte dal regolamento, intervenendo nel merito, da parte nostra non c’è alcun atteggiamento pretestuoso. Il problema è che loro rifiutano il dibattito. Abbiamo incardinato la Pdl a marzo, abbiamo fatto decine di audizioni, lavorato su un testo base su cui il centrodestra non ha avanzato alcuna proposta e ora vogliono cancellare il testo base con un emendamento. La maggioranza», ha concluso, «ha paura di questo argomento». Ma al di là dell’aspetto parlamentare, ieri la giornata è stata scandita, su questo fronte, dalle polemiche tra i leader, innescate dalle parole fortemente contrarie al salario minimo pronunciate dagli esponenti più in vista di governo e maggioranza, tra i quali si è distinto il vicepremier e neosegretario di Forza Italia Antonio Tajani: «In Italia», ha osservato Tajani, «non serve il salario minimo. Serve un salario ricco, perché non siamo nell’Unione Sovietica in cui tutti avevano lo stesso stipendio».
A turno, poi, tutti i leader del centrosinistra hanno polemizzato con Tajani: il presidente del M5s, Giuseppe Conte, ha giocato la carta prediletta della demagogia, scrivendo su Twitter che il «salario ricco» cui alludeva il segretario di FI è «ricco per chi? Per politici, parlamentari ed ex parlamentari, a cui hanno ripristinato tutti i vitalizi?», Mentre il leader di Azione Carlo Calenda ha accusato il ministro degli Esteri di «grave ignoranza»: «ha detto un’imbecillità», ha aggiunto, «e sorprende che un ministro degli Esteri non conosca fatti fondamentali, tipo che il salario minimo c’è in tutti i Paesi del G7, europei e occidentali». La segretaria dem Elly Schlein ha insistito nel mantra degli ultimi giorni: «Giorgia Meloni», ha ribadito, «non può voltare la faccia dall’altra parte. Noi continueremo a batterci, non molleremo di un centimetro su questa importante proposta». E anche l’ex ministro Roberto Speranza ha detto la sua: «Non ammazziamo nella culla un provvedimento così importante». Dal versante FdI, Rizzetto ha spiegato che «mancano le coperture per l’introduzione del salario minimo», mentre il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso ha sostanzialmente sottoscritto le considerazioni di Tajani.
Eppure, dal punto di vista tecnico abbondano gli studi – anche di economisti certamente non vicini alla destra – in base ai quali l’introduzione del salario minimo potrebbe portare paradossalmente ad un impoverimento generale delle retribuzioni. Tra questi, l’ex-presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che fissare un soglia potrebbe da un lato allineare le retribuzioni verso il basso, anche di quanti prima guadagnavano di più, e dall’altro mandare fuori mercato le retribuzioni per i lavori meno specializzati.
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