- Il quorum permette alla minoranza di abrogare leggi approvate da Parlamenti eletti dalla maggioranza. L’unica è non votare.
- Incontro fra il governo e i sindacati. Giorgia Meloni: «È una priorità. Puntiamo a rendere strutturale la copertura dell’Inail per allievi e personale di tutte le scuole».
Lo speciale contiene due articoli.
Non sono mai andato a votare ad alcun referendum. Mai. Il nostro referendum è contro l’aritmetica, che per me è (quasi) sacra. Ed essendo contro l’aritmetica il nostro referendum è, di conseguenza, contro la democrazia, perché in democrazia conta il numero, cioè l’aritmetica. Mi rendo conto che secondo alcuni speranzosi la nostra sarebbe la Costituzione più bella del mondo, ma siamo meno speranzosi, po’ scettici e un pizzico disincantati.
Ora, io non sono un costituzionalista. Anzi, di diritto costituzionale nulla so. Ma la legge non ammette ignoranza e, d’altra parte, saprei leggere, anche la Costituzione, cosicché azzardo a manifestare idee in proposito, tanto più che saprei anche far di conto. E l’idea che mi son fatta è che il nostro referendum abrogativo è, come dicevo sopra, potenzialmente quanto mai antidemocratico. Fu concepito per sciogliere l’eventuale dubbio che una legge, voluta (o mantenuta) da una maggioranza parlamentare, sia invece non gradita alla maggioranza del Paese. Il problema è che con le nostre regole referendarie può benissimo accadere che, senza che quel dubbio venga sciolto, una legge sia abrogata lo stesso, addirittura da una minoranza. Che può scendere sino al 25% degli elettori. E il fatto che sia possibile che una minoranza cancelli una legge voluta (o mantenuta) da una maggioranza non mi sembra consono allo spirito democratico.
Il nostro referendum prevede che – riferiamoci a 100 elettori – se vanno a votare in 51, e 27 di essi si pronunciano per l’abrogazione, allora la legge viene abrogata: 27 elettori su 100. Una schiacciante minoranza. Lo trovate democratico? Nel caso non coglieste ancora appieno l’assurdità della cosa, vi invito a riflettere su questa situazione paradossale. Se vanno a votare ben 49 elettori e tutti chiedono l’abrogazione di una legge, essa – secondo Costituzione – non viene abrogata. Se, invece, vanno a votare solo 27 elettori che chiedono l’abrogazione e a essi si aggiungano 25 elettori che chiedono il mantenimento della legge, questa viene abrogata. I costituzionalisti potranno discettare quanto vogliono, ma non contro l’aritmetica.
L’errore – se così possiamo chiamarlo – che commette la nostra Costituzione è sottovalutare il fatto che le leggi in vigore sono già espressione di una maggioranza formatasi con le elezioni politiche. E, di conseguenza – almeno limitatamente a una specifica norma – chi ritiene che quella maggioranza nei Parlamenti tale non è più nel Paese, dovrebbe avere l’onere di dimostrare l’esistenza di tale squilibrio, e dimostrare che a voler l’abrogazione della norma è la maggioranza di tutti gli aventi diritto al voto. Solo così, a mio parere, verrebbe sciolto il dubbio che ha portato alla istituzione della consultazione referendaria.
L’ultimo comma dell’articolo 75 della Costituzione recita: «La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi». Ma andrebbe migliorato. Come? Si potrebbe pensare di sostituire le parole «dei voti validamente espressi» con le parole «degli aventi diritto al voto». Ma in questo modo i referendari sarebbero penalizzati dalla circostanza che v’è sempre una certa percentuale di elettori che non va a votare e del cui non voto si approprierebbero gli anti referendari. Non è difficile introdurre un possibile correttivo. Eccone uno.
La legge in questione sia abrogata se vota per l’abrogazione un numero di elettori pari alla maggioranza di chi ha partecipato alle ultime elezioni politiche. Il senso è il seguente: con le elezioni politiche s’è formato un Parlamento che è già conseguenza di una maggioranza, e l’atto del Parlamento di promulgare (o mantenere) una legge sarebbe già espressione della maggioranza della volontà popolare. Ove vi fosse il dubbio che il Parlamento stia legiferando in modo difforme al mandato di quella stessa maggioranza che lo ha eletto, allora sarebbe necessario che si formi una equipollente maggioranza che esprima la volontà di abrogazione. Sarebbe un po’ come dire che, almeno numericamente, hanno titolo ad abrogare una legge solo coloro che hanno avuto la responsabilità di andare al voto quando furono chiamati a votare per formare i Parlamenti. In questo modo, il numero di voti validi per abrogare una legge è determinato, di volta in volta, dall’affluenza alle elezioni di ogni legislatura.
L’ultimo comma dell’articolo 75 della Costituzione sarebbe così modificato: «La proposta soggetta a referendum è approvata se i voti favorevoli all’abrogazione sono la maggioranza dei voti validamente espressi e se sono almeno pari alla maggioranza dei partecipanti al voto alle elezioni che hanno formato il Parlamento in carica». O qualcosa del genere. Quanto al prossimo referendum: su 100 elettori, alle ultime elezioni politiche hanno votato in 66, cosicché verrebbero abrogate solo quelle leggi la cui abrogazione è richiesta da una maggioranza di almeno 34 elettori, circostanza che sarebbe rappresentazione più fedele della maggioranza della volontà popolare (a differenza dei 27 elettori attualmente sufficienti).
A ogni modo: finché le norme sul referendum sono quelle che sono, è importante essere consapevoli che la strategia migliore che deve adottare chi desidera che una legge non sia abrogata è la strategia di non andare a votare. Che è quel che io farò.
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